Con il crollo del muro di Berlino ci hanno fatto credere che la fine di una ideologia coincidesse con la vittoria di un’altra. Meno di vent’anni sono stati sufficienti a smentire questa ottimistica affermazione. Il liberismo radicale, la totale deregulation del mercato, lungi dall’aumentare il benessere generale, da provocare una ricaduta a pioggia della ricchezza di pochi sulle masse,  ha portato ad un impoverimento del proletariato e della piccola borghesia nei paesi industrializzati e ad uno sfruttamento indiscriminato, senza alcun rispetto dei  più elementari diritti delle masse di poveri, dei paesi in via di sviluppo.

Mentre il benessere dei pochi ricchi ha continuato ad aumentare a dismisura.   La recente crisi economica mondiale causata dall’avidità delle grandi banche americane e dalla corruzione ad alto livello dilagata nei settori più alti della politica e della finanza, è la prova del fallimento non della democrazia, come analisti di parte e in malafede affermano, ma del sistema, di un sistema che ha mostrato ormai le sue irrimediabili carenze. Nel nostro paese, dove tutto diventa tragicommedia, stiamo vivendo con alcuni anni di ritardo quello che Stati Uniti e Inghilterra hanno già vissuto: la svolta a destra dettata dall’insicurezza della gente, la deregulation del mercato, la delocalizzazione industriale, il progressivo indebolimento del potere di pressione delle masse operaie, una sinistra che ha annacquato i suoi ideali e perso identità, la corruzione dilagante a ogni livello, il tentativo di cambiare la costituzione e dare una svolta autoritaria al governo del paese. Il problema è che il popolo italiano è conservatore per natura, l’Italia è una democrazia recente, nata da contraddizioni irrisolte, divisa e senza spirito civico o amor di patria che faccia da collante. Siamo anche un paese spaventosamente ignorante, come testimoniano le recenti stime sulla percentuale di lettori in Italia, il successo della televisione spazzatura e come può testimoniare chiunque abbia scelto come lavoro quello ingrato di insegnante come ha fatto il sottoscritto. Voglio dire che nel nostro paese non esiste il coraggio di cambiare e dire basta a una determinata parte politica quando non ha mantenuto le sue promesse, come accade nei paesi anglosassoni e nelle grandi democrazie europee. La congenita avversione al cambiamento, la paura di rischiare, l’allergia all’innovazione, sono difetti che ci portiamo dietro fin dalla nascita del nostro stato, che fermano, a tutti i livelli, lo sviluppo di un paese dotato di grandi cervelli ma di poca onestà e capacità di guardare oltre la propria convenienza. Ci avviamo a diventare la ruota di scorta dell’Europa, nonostante le pretese da Napoleone in sedicesimo del nostro premier. Se non si attua un cambiamento radicale e veloce di una classe politica senescente e cronicamente arroccata su schemi di potere ormai logori, se non si mette mano a riforme di sistema serie e lungimiranti, ci aspetta la stessa sorte toccata all’Argentina, guarda caso un altro paese guidato per anni da un  demagogo irresponsabile e poi finito nell’incubo di una recessione per cui sta ancora pagando. Occorre il coraggio di guardare a una terza via che già esiste ma di cui i media non parlano o se ne parlano, lo fanno con una superficialità e un senso di superiorità insopportabili. Mi riferisco a quel grande laboratorio politico che è diventato il Sud America e che sta trasformando il giardino di casa degli Stati Uniti  in un continente finalmente consapevole della propria potenzialità e poco disposti a lasciarsi ancora depredare dai cugini a stelle e strisce. Il Brasile di Lula, il Venezuela di Chavez, il Perù del dopo Fujinami, l’Ecuador, senza dimenticare Cuba e le sue contraddizioni: applicazioni diverse ma legate da un filo rosso comune, di un socialismo e di un liberismo che guardino all’uomo, politiche nate dall’unione di due ideologie apparentemente incompatibili che stanno dando frutti insperati, se è vero che sia il Venezuela che il Brasile stanno assumendo un ruolo sempre più importante nello scacchiere mondiale, mentre Ecuador e Perù stanno lentamente e faticosamente risorgendo dal baratro in cui erano crollati.

Ma questi paesi sono guidati da leader coraggiosi, uomini venuti dal popolo, in qualche caso discendenti degli indigeni, che hanno avuto il coraggio di dire basta ad un sistema che li ha sottomessi e umiliati per decenni. Leader avversati e beffeggiati dalla  destra italiana  e ignorati da una sinistra  che si muove come per inerzia, senza più ideali, senza più la capacità di guardare avanti, senza più sogni, senza più idee. Non vorrei che, in un mondo in cui la partita della supremazia è stata ormai persa dall’occidente a vantaggio della Cina e dell’India, l’Italia tornasse ad essere quell’”espressione geografica” di cui parlava con disprezzo Bismarck. Con buona pace dei nostri napoleoni da operetta…

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