A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Chi vince, chi perde e il silenzio degli indolenti


Vediamo di esaminare rapidamente i risultati elettorali, senza l’ipocrisia delle analisi dei commentatori televisivi, senza politically correct, che non è proprio nella mia natura.

Vince il partito di Snow Christmas, quelli che danno pane e acqua ai bambini, quelli che hanno applaudito al pogrom di Rosarno, l’ala più becera, ottusa e incolta della destra, quella più capace di di dare voce a sentimenti di cui una volta ci si vergognava: il razzismo, l’anti statalismo, l’egoismo, quella capace di fare leva sulle paure più meschine della gente. Demagogica, rozza, approssimativa nei programmi e fascistoide nei proclami, con buona pace di chi ha pontificato che i radicalismi sono morti, vince l’ala più radicale della destra.

Vince Berlusconi, con la sua brutta televisione, la sua volgarità,  il bavaglio all’informazione, la sua demagogia, le sue puttane,  il machismo, il maschilismo assurto ad arte, le brutte figure all’estero, i suoi fidi collaboratori corrotti o mafiosi. Vince Berlusconi dopo un non governo durato due anni in cui è riuscito solo a distruggere la scuola pubblica e cominciare a distruggere la giustizia. Vince Berlusconi, ma dovrà sudare sette camice per tenere insieme la Lega e An, due formazioni incompatibili e spesso violentemente in disaccordo. Tuttavia, penso che l’attaccamento alla poltrona e i generosi foraggiamenti del leader terranno ancora insieme la coalizione regalandoci altri tre anni di non governo che ridurranno il paese quasi alla miseria. Dico quasi per mantenere un filo di ottimismo.

Vince l’anima autentica degli italiani. Pavese, nel ‘45, subito dopo la liberazione, osservando le rappresaglie che si consumavano a spese dei fascisti, alla domanda di Fernanda Pivano, se chi aveva vinto non avrebbe dovuto essere migliore di chi aveva perso, rispose:”L’Italia è un paese fascista, dobbiamo prenderne atto e rassegnarci”.

Rimane, a oggi, l’analisi politica più lungimirante e confermata dai fatti che sia mai stata fatta nel nostro paese. Questa è una nazione fascista, l’unica nazione fascista d’Europa, senza una cultura democratica, senza un senso di appartenenza, senza quei vincoli, quel comune sentire, che fanno di una massa di persone un popolo. Un paese razzista e intollerante, che non ha nemmeno il coraggio di esserlo fino in fondo, un paese piccolo che si crede grande, un paese che ha voltato le spalle ai valori della Costituzione e all’unico, autentico atto di coraggio della sua storia: la Resistenza. Un paese dove è nata la cultura europea che si è trasformato nella civiltà dell’anti cultura, un paese provinciale, gretto, senz’anima e senza più dignità. Un  paese che ha dimenticato i suoi eroi, ce ne sono stati tanti, e ha scelto di convivere con la criminalità organizzata e la corruzione. Un paese senza memoria, un paese senza più storia.

Perde la sinistra, senza identità, senza un leader carismatico, senza programmi, la sinistra che scimmiotta Berlusconi , litigiosa, in perenne conflitto, incapace di cambiare linguaggio, la sinistra della lista infinita di scioperi della Cgil che hanno ottenuto il solo risultato di privare di senso lo sciopero, la sinistra dei leader che cambiano ogni sei mesi, la sinistra che strizza l’occhio ai preti e il giorno dopo all’ala radicale, la sinistra che ha cancellato la falce e martello dal simbolo ma non ha saputo sostituirla con un simbolo altrettanto forte, la sinistra che non è più capace di dare una speranza. Inutile dare la colpa a Grillo, al radicamento della Lega, all’astensionismo: la sinistra non ha più la capacità di applicare quella che dovrebbe essere la sua capacità prevalente: il pragmatismo. Non abbiamo ascoltato, in questa campagna elettorale, una sola proposta concreta su come recuperare i posti di lavoro, abbassare la pressione fiscale sui ceti più poveri, sul salario minimo per i disoccupati, sulle energie alternative che sostituiscano la demenziale intenzione di tornare al nucleare. Su questo  dovrebbero interrogarsi Bersani e la dirigenza del Pd invece di accampare scuse e cercare colpevoli.

Hanno perso le persone oneste, che credono nella solidarietà, nell’integrazione, in una giustizia uguale per tutti, nelle pari opportunità, in un  mondo più pulito e più sano dove far vivere i propri figli, in una società più equa, che sono cresciuti con i valori dell’antifascismo e della Resistenza, che il 25 Aprile festeggiano come a Natale e a Pasqua.

Hanno perso anche gli indolenti, quelli che non sono andati a votare per i motivi più diversi o che hanno annullato le schede. Perchè la democrazia è partecipazione, se non si partecipa non c’è democrazia e non si è democratici. Non dare il proprio voto cancella la possibilità di reclamare, toglie il diritto di lamentarsi, non esprimersi significa, di fatto, essere tacitamente d’accordo con quello che sta succedendo. L’astensione non è protesta, è ignavia, stupidità o irresponsabilità.

Comunque la pensiate, il popolo è sovrano e ha deciso. Certo, sono elezioni inquinate dal voto della criminalità organizzata al sud, con una informazione sbilanciata in un senso solo, con una sproporzione di mezzi di propaganda grottesca tra i due poli. In ogni caso, la gente ha avuto la possibilità di cambiare più volte questa situazione nel corso degli anni e non l’ha fatto, confermando la fiducia all’esecutivo. Dunque accettiamo l’esito delle urne e vediamo dove ci porterà questo governo. Non c’è da stare allegri, i tempi sono cupi e questo risultato li incupisce ancora di più. Resta solo la speranza che perfino in Italia, prima o poi, si dovrà voltare pagina.

Categorie:Attualità

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