Bersani, ieri sera ad Anno zero, si è risentito del sarcasmo di Travaglio. Sarcasmo per altro moderato e ampiamente giustificato dai fatti. Intanto, ritengo che un uomo politico debba accettare il sarcasmo e le critiche anche quando sono rivolte a lui e non solo ai suoi avversari, in secondo luogo, è indubbio che il Pd dia segni di vita molto scarsi e che la sua politica sia stata determinata fino adesso da litigi autolesionisti e una costante letargia.

Bersani parla agli italiani come le mie colleghe maestre parlano ai bambini. Se io parlassi come lui in classe, dopo un pò sentirei i ragazzi russare. E’ molto pragmatico, chiaro, lucido nell’analisi dei fatti ma non è di questo che la sinistra ha bisogno. La gente di sinistra vuole il pane ma vuole anche il sogno. Nel ‘68 la sinistra sapeva sognare. Quella stagione non è stata una fallimento: ci ha dato ottimi insegnanti, ottimi professionisti,qualche cattivo maestro, qualche profeta, persone che non hanno tradito quel sogno di un mondo migliore e, nel loro piccolo, hanno provato a crearlo. I colleghi che mi hanno fatto da maestri sul lavoro, che mi hanno insegnato che non esiste insegnamento possibile se non c’è rispetto reciproco tra docente e alunno, che il fattore umano è più importante di mille nozioni,  vengono da quella generazione lì, le persone migliori che ho conosciuto in vita mia, vengono da quella generazione lì. Certo, ci sono stati anche i Liguori, ma le mele marce allignano anche nei canestri più splendenti.

Il sogno era quello di cambiare il mondo, di creare una società più giusta, più egualitaria, più pacifica, più solidale. “I care” urlavano gli studenti americani a Berkeley, dove divampò quella splendida primavera, “me ne curo, mi interessa”. Gli interessava il Vietnam, l’Indocina, i diritti civili, gli interessavano gli altri esseri umani. Joan baez e Bob Dylan, idoli bianchi che avevano tutto da perdere, marciarono con Martin Luter King e un altro milione di persone, erano vicini a lui quando cominciò il suo discorso con: “I have a dream…”. Da noi nelle fabbriche arrivarono i Pollini a suonare e i Fo a recitare, la cultura diventava un diritto per tutti. Ci sono fallimenti che valgono più dei successi, il ‘68 è stato uno splendido fallimento.

Il Pd vuole diventare un partito di sistema, organico e integrato al sistema. Il popolo di sinistra,forse saremo eterni adolescenti, questo sistema vuole provare a cambiarlo, non pensa che il capitalismo sia l’unica strada possibile, disprezza la guerra, crede in una terza via, guarda agli esperimenti interessanti dell’America latina. “Vogliamo un mondo diverso”, gridavano i ragazzi nel 2001 a Genova, prima che il  ministro Scaiola desse ordine ai pretoriani di soffocare quella pacifica protesta a manganellate (solo per quello che ha fatto alla mia città dovrebbe andarsene, poi c’è tutto il resto).

Continuiamo a volere un mondo diverso, caro Bersani, se Fini litiga con Berlusconi noi non consideriamo possibili alleanze perchè ci hanno educato a non allearci con i fascisti, noi non siamo per la conciliazione, crediamo che il 25 Aprile rappresenti la vittoria degli italiani onesti e democratici contro gli italiani che volevano imporre il loro pensiero col manganello e col fucile e che non hanno esitato ad allearsi con i nazisti. Crediamo in una democrazia reale, non inquinata dal conflitto d’interessi e ci chiediamo stupiti perchè questa parola sia svanita dall’agenda politica del partito. Vogliamo sogni, non spiegazioni sul perchè la lega ha vinto le elezioni, l’unica cosa radicata sul territorio è il loro razzismo. Vogliamo una sinistra che si sollevi indignata e chiami il popolo in piazza quando succede quello che è successo a Rosarno  o sta succedendo adesso  nei paesi dove governano i leghisti. Un mondo diverso, Bersani, non l’adattamento a questo, non il partito del nord, non un federalismo da barzelletta come quello che predica Bossi ma una federalismo solidale e sociale, come quello che predicava Bakunin. Bakunin, Marx, Feuerbach, Marcuse, ricordate chi sono? Forse non ve ne siete accorti, ma oggi anche la destra cita Marx, perchè quello che ha scritto sta accadendo. Va bene superare l’utopia comunista, terminata nei gulag, nei campi di rieducazione di Pol Pot, terminata decine di volte a Praga, in Ungheria, molto prima che il muro di Berlino crollasse.  Ma quello che stiamo facendo adesso non è andare avanti, è fare tabula rasa del passato, è rieducarci alla rassegnazione a un mondo che non è il nostro, che non vogliamo che sia il nostro. Pane e sogno, vogliamo pane e sogno. Non vogliamo, in particolare, il capitalismo gretto, feudale, peronista del nostro paese, questo considerare la cosa pubblica un possesso privato da concedere in regalia, la diffusione a macchia d’olio della corruzione, l’ipocrisia montante. Noi cattolici di sinistra non vogliamo neppure questa Chiesa, ancella del potere e come questo potere ipocrita e gretta, ma questo è un discorso lungo e ne parlerò in altra occasione.

Orwell in quel magnifico apologo sul totalitarismo di ogni colore che è “1984” ripete ossessivamente una frase: il futuro è nei prolet. I prolet, la massa indistinta, il livello più basso di quella società non così diversa dalla nostra, forse troppo uguale alla nostra. In “1984” sognare era proibito, nella nostra società sognare diversamente dagli altri è proibito, scegliere di essere contro è proibito, scegliere, è proibito.

Avete dimenticato i “prolet” nell’ansia di trovare il consenso della grande borghesi e del mondo dell’impresa. Avete dimenticato i “prolet” e il futuro sono loro.

Votare a sinistra ha sempre significato essere contro, prima che arrivassero D’Alema,  Veltroni,  Bersani, adesso cosa significa?

Volete parole per il nuovo programma?

Pane e sogno, possono bastare.

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