A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Il tempo di cambiare


Ieri sera ho assistito all’ottimo programma di Gad Lerner su La7, a mio parere il migliore dei talk show televisivi, quello più centrato sull’informazione invece che sulla mera polemica, a un pacifico scontro tra due visioni dell’economia che corrispondono a due visioni del mondo opposte.

Da una parte, Marcello De Cecco, professore della normale di Pisa ed economista keynesiano, dall’altra Luigi Zingales, chicago boy, figlio della visione di Milton Friedman che personalmente considero una delle più grande carogne che abbiano popolato il nostro pianeta dal dopoguerra a oggi (parlo di Friedman, non di Zingales, che comunque è un suo allievo). Il primo propende per una visione umanistica dell’economia: la ricchezza deve essere in qualche modo redistribuita e giovare al benessere di tutti. la logica del new deal, la logica della stagione democratica che ha creato quel sogno americano destinato a infrangersi con il watergate e con l’avvento di Ronald Reagan e il trionfo della corrente di Friedman. Zingales propende per una visione pragmatica, un mondo fatto di regole dove chi non le rispetta paga e pazienza se a pagare sono le masse operaie. Per Milton Friedman l’economia è un questione di cifre, per Milton Keynes di masse di esseri umani.

Non a caso, i chicago boys che hanno preceduto Zingales, hanno collaborato con Pinochet in Cile, con Putin in Russia, con il governo bianco sudafricano prima che cedesse il potere in sud Africa, facendo in modo che l’economia restasse sempre saldamente in mano ai bianchi. Perchè la visione di Friedman, che si può riassumere nel corrispondente economico di homo homini lupus, presume uno stato autoritario, senza opposizione, una liberalizzazione assoluta del mercato. E’ la stessa filosofia che ha trasformato la tragedia di New Orleans e lo Tsunami in Indonesia in ottimi affari, sono le stesse persone. Quando i due sciacalli ridevano alla notizia del terremoto sostanzialmente applicavano la teoria di Friedman. In qualunque paese si sia favorito il capitalismo delle multinazionali a spese delle masse, spesso spegnendo nel sangue le rivolte, c’erano i Chicago boys di Friedman.

Non sto a entrare nel merito del discorso che i due economisti facevano ieri sera e che riguardava la vicenda della Grecia. De Cecco era favorevole agli aiuti e al piano dell’Europa che ha stanziato fondi per  intervenire in altri casi simili, Zingales avrebbe lasciato la Grecia abbandonata a sè stessa. Tutti e due gli economisti portavano ottimi argomenti, tutti e due avevano ottime ragioni a difesa delle loro tesi, tutti e due erano molto pacati e civili. Poi c’erano i leghisti. Loro sono rimasti al medioevo, hanno superato l’impero romano, troppo globale, troppo democratico, e sono rimasti al pagus, al villaggio medioevale dominato dal signorotto che faceva il bello e cattivo tempo, servi della gleba inclusi. A me dispiace, ma non riesco ad ascoltare un leghista per più di tre minuti senza sentire tesi demenziali, visioni economiche che solo un alcolizzato in preda al delirium tremens potrebbe concepire, tesi storiche che si vergognerebbe ad enunciare anche un negazionista dell’Olocausto, affermazioni di una rozzezza xenofoba tale da chiedersi come la gente possa aver votato questi individui. Ovviamente il tutto chiosato dalla solita, eterna bugia: noi non siamo razzisti. Ogni volte che sento un leghista, il pensiero corre al Don Rodrigo manzoniano.

Il mondo capitalista di oggi, purtroppo, è ormai preda dell’economia della scuola di Chicago: governi forti, mercati liberi, masse operaie costrette al silenzio col manganello se necessario e totale annullamento del potere sindacale. Un svolta verso un nuovo new deal è impensabile perfino negli Stati Uniti. Il debito pubblico dei paesi è troppo alto per pensare a una politica mirata ai ceti più deboli e la speculazione finanziaria è ormai ferocemente organizzata e pronta a colpire nei momenti di difficoltà.

Urge, a mio parere, una visione nuova, una terza via che purifichi l’aria mefitica che si respira nel mondo. L’ho già detto altre volte e lo ripeto: Orwell ripeteva nel suo capolavoro che il futuro è nei prolet, intendendo le masse operaie oppresse dal potere del grande fratello e ridotte ad uno stato di semi umanità, io credo che il futuro sia nei campesinos, in Sud Ameirca e nella grande madre Africa, nella presa di coscienza delle masse non proletari, come voleva Marx, ma umane, in un nuovo umanesimo che rimetta al primo posto l’essere umano e la sua dignità. C’è bisogno di bellezza nel mondo, di solidarietà, di mani che si stringono, di una visione, c’è bisogno di Nietzsche e di un uomo che sappia guardare oltre. Il cruccio enorme per me, cattolico di sinistra, è che questa visione esisteva: si chiama dottrina sociale della Chiesa, ha vissuto la sua breve stagione con la Teologia della liberazione ed è morta assassinata insieme all’arcivescovo Romero in Salvador. Stendiamo molti pietosi veli su quella che è la dottrina politica della Chiesa oggi.

Ovviamente, se questa nuova luce deve nascere, chissà magari nel 2012 (ma ci si può fidare di gente che scolpiva calendari nella pietra?), non nascerà sicuramente in Italia. Giorno dopo giorno, il panorama politico del nostro paese assume sempre più i contorni della commedia dell’arte e della farsa plautina, spesso si arriva alla commedia di Alvaro Vitali.

Lungi dall’ideare visioni globali, i nostri politici non arrivano a vedere oltre il loro portafoglio. Persone che guadagnano miliardi si fanno aggiustare casa da faccendieri corrotti, regalare case a loro insaputa, procacciare appuntamenti con prostitute gratuitamente, quando gli basterebbe alzare il telefono, se proprio devono soddisfare le loro basse voglie, per ripararsi dal pericolo di essere ricattati. E’ l’arroganza di un potere burino e chiassoso, sempre più involuto e arrotolato su sè stesso. L’opposizione ne è la faccia speculare. La situazione attuale dovrebbe essere un invito a un sontuoso banchetto per la sinistra, un’occasione per sbugiardare la cricca di ladri dementi che ci guida, un’opportunità di avanzare proposte concrete, mirate a vincere la crisi e a rilanciare l’economia dal basso, restituendo potere d’acquisto ai salari, creando fondi di solidarietà, salari minimi per i disoccupati, ecc.

Invece cosa fanno? Litigano, si scindono, si attaccano l’uno con l’altro, si insultano, perdono le staffe in TV, non vanno in parlamento quando potrebbero mandare a casa il governo, non avanzano una, dico una, schifosissima contro proposta alle politiche del governo, non difendono neanche più le minoranze, continuano a interrogarsi come idioti sul perchè la lega stia conquistando un terreno in zone che, prima che cadessero in letargo, erano loro. E’ di oggi la notizia che la Cei (la Cei!!!!), ha criticato con veemenza il federalismo e proposto, alleluia!, di tassare i redditi più alti. Capito? I vescovi, in un momento storico in cui la Chiesa vive una clamorosa stagione controriformista, lanciano una proposta che più di sinistra non si può e che la sinistra non ha più il coraggio nemmeno di portare come ipotesi.

Intanto i disoccupati aumentano, le fabbriche chiudono, la gente stringe la cinghia. L’alternativa a una terza via, l’alternativa a una nuova luce, è l’oscurità, le tenebre della rabbia, della violenza, il ritorno agli anni di piombo e alle bombe. Questa classe politica, se non li si ferma, è in grado di portarci sull’orlo di quel baratro e certamente, non è in grado di uscirne.

La crisi sociale e morale nel nostro paese si sta pericolosamente avvicinando a un  punto di non ritorno. Il premier, che tutto è tranne che imbecille, percepisce il pericolo e mette le mani avanti: sulla libertà di stampa, la satira, Saviano, ecc. Quale sarà il prossimo passo, la zampata disperata del vecchio leone in gabbia?

Bisogna fare molta, molta attenzione: il sonno della ragione genera mostri e qui da noi la ragione dorme da tempo.

Categorie:Cronaca

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