A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Del mestiere di insegnare


La cosa che ti fa più male è quando uno/a di quelli bravi ti dice che non sceglierà il liceo, come tutti pensavamo, ma una scuola tecnica o professionale, perché la famiglia non può mantenerlo/a fino all’università. Senti in bocca un sapore di fallimento, ti chiedi cosa ci stai a fare se non riesci a dare una prospettiva, una possibilità di una vita diversa da quella passata nello stesso quartiere sporco di fumo e di sudore operaio dei loro genitori. Poi ci sono quelli che potrebbero e non vogliono, quelli che si lasciano andare all’apatia, al nichilismo, a dodici, tredici anni, si lasciano andare. Pensi a quello che faranno a diciassette, diciotto e ti vengono i brividi. Poi ci sono i bravi, quelli con grandi aspettative, con sogni concreti, basati sul concetto che se vali, alla fine vieni fuori. Cosa devi raccontargli? Che non è così? Che si accorgeranno che in questo paese i figli di… gli amici di.. i maneggioni, i corrotti, i disonesti vanno avanti e gli altri restano al palo? Che non saranno gli stranieri quelli con cui dovranno competere per un posto di lavoro, no, saranno i soliti noti, saranno quelli ben vestiti che vengono dai quartieri alti e resteranno sempre e comunque gente da quartieri alti.

Li incontri quasi tutti nel quartiere, pochi si staccano, prendono il volo. Ti salutano, perché alle medie riesci a lasciargli qualcosa, incredibilmente, visto le condizioni in cui ci costringono a lavorare anno dopo anno. Ti salutano loro perché tu non li riconosceresti, cambiati come sono. Quasi mai sono storie allegre, quelle che ti raccontano. Una di quelle che avrebbero potuto e non hanno voluto, mi ha detto qualche tempo fa che il suo lavoro è diventato cercare lavoro. Storie quasi tutte simili, storie da precari. Anche quelli che si sono laureati, sempre la stessa solfa: contratti a tempo, la speranza di un posto fisso, l’impossibilità di crearsi una famiglia, la mancanza di prospettive.

La scuola che ha in mente il governo, non esiste. Nella mia scuola hai a che fare con padri alcolizzati, famiglie separate che fanno sembrare la Guerra dei Roses una barzelletta, genitori ai domiciliari, tossicodipendenti o spariti. Se poi sono stranieri, spesso un genitore semplicemente non c’è, qualche volte c’è dietro una storia di bande. La sigaretta, l’alcool, il sesso troppo presto e senza precauzioni sono i pericoli immediati, per questi ragazzi, la droga e la delinquenza quelli un po’ più lontani. Allora fai un po’ lo psicologo, un po’ l’educatore, a volte perfino l’insegnante di lettere, saltuariamente. Non siamo una categoria di santi, ben inteso. Anche tra gli insegnanti ci sono i furbi, quelli che arrivano perennemente in ritardo, i nevrotici sempre scontenti, gli sceriffi e i giustizieri della notte che sfogano la frustrazione sui ragazzi. Nel complesso però, siamo gente che cerca, con grande fatica, di fare bene il proprio lavoro per uno stipendio da fame. Nel complesso non meritiamo la scarsa considerazione di questo Stato, che insinua dubbi su una professionalità che si acquisisce sul campo e che circolari e decreti fanno di tutto per vanificare, che non firma il nostro contratto e ci da sette euro di vacanza contrattuale su uno stipendio ai limiti del livello di povertà, che continua a parlare di merito per i docenti e si avvia a provocare una splendida guerra tra poveri con questa storia dei compensi aggiuntivi da cui un 40% del corpo docenti di una scuola resterà escluso, che non si sogna di inserire valutazioni severe per i dirigenti. Parliamoci chiaro: se la scuola va ancora avanti, se conserva un residuo di dignità, se in un quartiere come quello in cui lavoro, siamo ancora un punto di riferimento per famiglie e ragazzi, lo si deve agli insegnanti, non certo ai presidi e ai dirigenti regionali. Ci hanno tolto una dirigente che voleva restare, ne hanno messa una che non vuole neppure cominciare a dirigere e ci hanno scritto una bellissima lettera dove ci dicono di non preoccuparci, va tutto bene.

Parlo della mia scuola, ma il discorso è analogo per quasi tutte le scuole del regno del re nano, anzi, i problemi aumentano al sud e aumentano anche le offese da parti di esponenti del governo ai colleghi meridionali.

Poi ci sono le scuole di quelli in giacca e cravatta, quelle che non accettano gli stranieri, quelle che hanno un prestigio da mantenere. E’ molto comodo farsi belli lasciando i problemi agli altri, uno sport diffuso nel nostro paese, a tutti i livelli.

Non meritiamo questo. Siamo professionisti, tiriamo fuori i ragazzi dalla strada, ci danniamo l’anima per trovare strategie nuove, strumenti nuovi, quasi sempre a nostre spese, nessuno ci dice grazie. Invece ascoltiamo le solite idiozie: ferie lunghe, lavoriamo quattro ore al giorno, bla bla bla.

In genere chi dice questo non è neppure in grado di sopportare un paio d’ore al giorno i propri figli, li lascia alla baby sitter o alla play station!

Certamente non comprenderebbe neanche se glielo spiegassimo cosa significa interagire con un centinaio di ragazzi ogni giorno, ascoltare i loro problemi, le loro richieste, cercare di insegnar loro  quello che prescrivono i programmi ministeriali, cercare di stabilire un rapporto affettivo, emotivo, empatico, l’unico che può portare risultati, scoprire costantemente nuovi problemi:  genitori malati, genitori senza lavoro, genitori  disperati, genitori assenti. In classe devi staccare con tutto, entrare col sorriso, magari infuriarti per un secondo ma poi tornare tranquillo. Hai davanti dei ragazzini, non puoi certo educarli col terrore. Se hai i tuoi problemi, se sono i tuoi conti di casa a non quadrare, se la tua compagna/o non riesce a capire perché ti porti sempre il lavoro a casa, nella testa, beh, non importa, non può ricadere sui ragazzi. Questo da settembre a giugno, tutti i giorni.

Non vogliono applausi, gli insegnanti italiani, ne’ un “grazie” anche quando sarebbe dovuto. Tutto quello che chiediamo è rispetto, da quello stato che serviamo dignitosamente e che non ci ripaga adeguatamente.

Nella scuola si costruisce il futuro, in qualche modo, noi contribuiamo a plasmare gli uomini di domani. In tutto il mondo la scuola è una priorità, da noi è una poltrona da regalare per meriti vari, una voce di bilancio da tagliare, una categoria di professionisti da umiliare. Noi non ci stiamo a  creare consumatori e, di conseguenza,  bravi cittadini, noi vogliamo contribuire a creare teste pensanti, voci critiche, uomini che cambino in meglio questo schifo di società. A pensarci bene, forse è proprio per questo che siamo trattati così.

Categorie:Cronaca

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