L’episodio del ragazzo gay pestato a Roma e quello del sacerdote di Genova (che per altro conosco bene) che ha invitato le autorità ad allontanare i rom dalla sua parrocchia, non sono episodi estemporanei ma l’ennesimo segnale di una società che naufraga verso una deriva le cui conseguenze sono imprevedibili. Con la scomparsa, o quantomeno il forte ridimensionamento del proletariato, con la creazione di nuove fasce di emarginazione e di nuovi poveri, soprattutto con modelli culturali fortemente “sbagliati” trasmessi dai mezzi d’informazione, modelli che mettono al primo posto l’avere rispetto all’essere, che propagandano una bellezza stereotipata e sviliscono la bruttezza in nome di una deleteria filosofia dell’apparenza, programmi che suggeriscono che la fama può essere raggiunta senza grandi capacità, basta essere disposti a mettersi in vetrina e in vendita senza pudori, senza remore morali e senza tener conto della propria dignità, sono venuti meno anche i valori che avevano contraddistinto le grandi lotte operaie: l’internazionalismo, la solidarietà di classe, la richiesta forte di eguaglianza sociale. Inevitabilmente, la strada che si è intrapresa, porta al razzismo. Per quanto riguarda l’omofobia, ha le sue colpe anche la Chiesa. L’atteggiamento ufficiale della Chiesa cattolica di totale chiusura verso l’omosessualità, considerata alla stregua di una malattia, nonostante l’OMS abbia eliminato da tempo questa etichetta, certamente non favorisce ne’ il dialogo ne’ l’integrazione degli omosessuali nella società. Siamo di fronte a una specie di perversa rivoluzione culturale, una rivoluzione culturale che sicuramente l’ascesa del centro destra ha accelerato e portata a compimento.

E’ indubitabile che, durante la supposta egemonia culturale della sinistra, il razzismo in Italia non aveva luogo e si limitava a episodi sporadici di quel campanilismo gretto che la Lega oggi ha assurto a programma e norma di governo. Parliamoci chiaro: fino a vent’anni fa la gente si vergognava di dire certe cose anche se, probabilmente, le pensava. L’eloquio e il pensiero da uomo della strada del re nano hanno  improvvisamente reso leciti atteggiamenti e modi che non sarebbero stati tollerati in precedenza. E’ venuto fuori il peggio del provincialismo italiano, quell’inconscio collettivo oscuro e meschino che è stato, in passato, fotografato magistralmente da attori come Ugo Tognazzi (Il commissario Pepe, ad esempio), Alberto Sordi (Il medico della mutua e molti altri), Nino Manfredi (Per grazia ricevuta, Pane e cioccolata, ecc.), magnifica triade di attori capaci di fotografare in modo impareggiabile una Italia che speravamo appartenere al passato, con la quale invece ci ritroviamo ad avere a che fare grazie al re nano e alla sua corte dei miracoli. E’ questo il quadro che permette che un ragazzo possa essere pestato a sangue in un bar di Roma per le sue privatissime preferenze sessuali. La considerazione dell’altro come “diverso” e quindi privo di caratteristiche in qualche modo lo accomunano ai “normali”, in una società in cui la massificazione, la globalizzazione dei vizi e delle virtù è il messaggio costante con cui ci bombardano quotidianamente, porta inevitabilmente a valutare il diverso come un nemico, a considerare la voce fuori dal coro come stonata e quindi a metterla a tacere. Che il ministro Carfagna chieda scusa agli omosessuali per certe affermazioni, è un atto lodevole, il problema sono le affermazioni fatte in precedenza, il problema è che il governo di cui fa parte si è rifiutato di aggiungere l’aggravante di razzismo agli atti violenti contro gli omosessuali, il problema è la cultura del centro destra che da sempre giustifica il pestaggio del “frocio”, ovviamente non in modo ufficiale ma ufficioso, cattolicamente ipocrita. Chi semina vento raccoglie tempesta, questo sta accadendo nella nostra società. La colpevole irresponsabilità di un governo incapace di comprendere che l’intolleranza è una mina nella base del tessuto sociale inevitabilmente destinata ad esplodere, presto o tardi dovrà essere chiamata in giudizio. Nei paesi governati dalle trote si sta verificando una normalizzazione razzista che non potrà non portare a conseguenze gravissime, presto o tardi. Rosarno è stato un segnale che nessuno ha saputo cogliere. Meglio: gli elettori del centro destra hanno applaudito l’esito finale ma non hanno compreso che il problema vero è stata la scintilla iniziale. E’ stato soffocato un focolaio ma se ne scoppiassero dieci, cento , mille come in Francia, cosa succederà in questo paese?

Passiamo a Don Porcile, parroco di Cornigliano. Caro Don Valentino, siamo stati colleghi e ho stima e rispetto per te, ma non condivido, da cattolico, il tuo appello. E’ troppo comodo dire che finché gli zingari sono bravi e buoni vanno bene, quando fanno i cattivi bisogna scacciarli. Sbaglio, o il messaggio evangelico dice esattamente il contrario in molti punti? Sbaglio, o quella dottrina sociale della Chiesa che mi risulta essere ancora in vigore, riprende alla lettera il messaggio evangelico? Tu sei abilissimo a lanciare provocazioni per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su determinati problemi, l’hai fatto anche quando lavoravi da noi, creandoci anche qualche problema che si poteva evitare. Non metto in dubbio la tua onestà e la tua buona fede però vedi, un prete è come un insegnante: io non mi scelgo gli alunni e devo essere impeccabile dal punto di vista professionale con i buoni e i cattivi, con quelli simpatici e quelli antipatici, devo dare a tutti il massimo, offrire a tutti la stessa disponibilità. Tu devi fare lo stesso: a me lo impone l’etica professionale a te, la scelta di un ministero nobilissimo. Io non voglio pensare che tu te la sia presa con gli zingari perché molti sono di religione islamica, non sarebbe da te e non credo ci sia questo dietro la tua levata di scudi, però un sacerdote non può parlare della “sua gente” come un qualunque sindaco leghista, non può limitare il campo delle persone a cui dedicarsi, la sua opera non si limita allo spazio ristretto della Chiesa o della parrocchia, allo stesso modo in cui un insegnante non può limitarsi a interessarsi solo della sua classe disinteressandosi di tutto il resto. Molti colleghi miei e tuoi lo fanno, ciò non toglie che sia profondamente sbagliato. Perché se anche i sacerdoti adesso diventano intolleranti, se anche chi deve portare un messaggio di pace e giustizia cavalca la tigre del razzismo, vuol dire che questo paese è destinato ad andare in malora molto presto.

Vorrei che ti rendessi conto che con la “tua”  gente di Cornigliano, abbiamo a che fare anche noi a scuola, zingari compresi. Hai idea delle reazioni che potrebbero esserci da parte dei genitori di quelle classi in cui ci sono alunni rom? La gente ti segue a Cornigliano, diventa difficile spiegar loro che la scuola è un servizio pubblico e non può e non deve fare alcuna distinzione tra chi ne fruisce. Noi non possiamo scegliere, e questo ritengo sia il motivo per cui ogni maestro o maestra, ogni insegnante di scuola dell’obbligo debba sentirsi onorato di fare questo lavoro, di rendere un servizio alla collettività, senza distinzioni, senza scelte. Noi non possiamo scegliere, siamo orgogliosi di questa impossibilità e, perdonami, non voglio essere offensivo, ma io penso che neanche un sacerdote possa scegliere.

Io credo che si sarebbe potuto trovare un’altra strada: ad esempio un incontro tra cittadinanza, autorità, rom e presidi sociali, anche la scuola e la Chiesa, che a Cornigliano sono presidi sociali importantissimi. Credo che si sarebbe dovuto trovare  un’ altra strada invece di lanciare un j’accuse che per quanto sincero e in buona fede, suona ambiguo in questi tempi tristi.

La notizia del tuo appello, accanto a quella del ragazzo omosessuale pestato a Roma, sembrano due facce della stessa medaglia, anzi sembrano lo specchio di una nazione che, incapace di unirsi, si sta richiudendo in se stessa, incapace di aprirsi all’esterno si barrica dietro il muro delle proprie paure e delle proprie insicurezza. Uno specchio di un’Italia che, ne sono certo, non piace ne’ ai sacerdoti ne’ agli insegnanti.

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