A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Sulla nostra testa


ghigliottina

“Se l’Iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell’Unione Europea”.

Parole di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. Cito ancora da “La Repubblica”: Secondo i dati più recenti pubblicati dall’Agenzia delle Entrate,  solo 3 contribuenti su 1.000 guadagnano più di 150 mila euro l’anno (in base alle dichiarazioni, naturalmente). Questo 0,3% più ricco del Paese, che è rappresentato da 149 mila persone, è formato in prevalenza da lavoratori dipendenti e pensionati: tra i lavoratori autonomi o con redditi da terreni o fabbricati, infatti, solo 20.400 hanno dichiarato nel 2008 più di 150 mila euro. Nel 2009, ricorda la Relazione Annuale della Banca d’Italia, la pressione fiscale in Italia è salita al livello record del 43,2% dal 42,9% del 2008, superiore anche al 43,1% toccato nel 2007. Nel 2000 il dato era al 41,6%.

Parole che non necessitano di ulteriori commenti. Aggiungiamo che il danno economico prodotto dalla criminalità organizzata non solo al sud, come ha detto il governatore, ma in tutto il paese, basterebbe probabilmente da solo a mettere in pari la bilancia dei pagamenti. E’ la foto dell’Italia, la foto di un paese dove i ricchi pagano pochissimo, praticamente nulla e tutto si regge sulle spalle del lavoro dipendente e statale. I provvedimenti presi dal governo con l’attuale finanziaria e quelli futuri, ad esempio il federalismo, non rappresentano una soluzione a questi problemi strutturali, ma li esasperano. L’attuale finanziaria vuole risanare il debito pubblico tagliando  il welfare e riducendo la spesa dell’amministrazione pubblica. Il risultato che otterrà sarà quello di una apparente risalita dal deficit  nel breve periodo, con un bilancio pubblico che finirà per crollare quando comincerà inevitabilmente a calare la domanda interna (se la gente non ha soldi, limita i consumi: non ci vuole un genio a capirlo). Il federalismo invece, rappresenta, per come viene concepito dalla lega, la disuguaglianza assurta a modello di legge. La lega concepisce il federalismo come un sistema di autarchia regionale. Potremo vedere gli effetti deleteri di questo pensiero già dai prossimi anni, quando l’istruzione pubblica passerà sotto l’amministrazione regionale. Vedremo, per fare un esempio elementare, che insegnanti delle stesse materie, che lavorano lo stesso numero di ore prenderanno stipendi diversi a seconda delle regioni in cui si troveranno a vivere, senza contare le medioevali richieste di legare l’assunzione degli insegnanti al luogo in cui hanno la residenza. Un federalismo così concepito serve solo ad accelerare la corsa verso il baratro.

Il futuro che ci si prospetta è gravido di tensioni sociali che stanno germinando nel brodo malefico creato da governi che negli ultimi  vent’anni sono stati incapaci di dare risposte concrete ai bisogni reali del paese. La distruzione del welfare, uno dei caposaldi delle politiche europee dal dopoguerra a oggi, è la risposta di un sistema che non è più in grado di autoregolarsi, se lo è mai stato, la prova più evidente del totale disinteresse di una politica, ormai sempre più subalterna all’economia, per i cittadini e per la società. Cercare di risanare il debito pubblico impoverendo le popolazioni “è peggio di un delitto, è un errore” per citare Talleyrand. L’ultima volta che è accaduto, nel 1929-30, il risultato è stata la seconda guerra mondiale.

Ma a stupire, anzi a lasciare assolutamente sbigottiti, è la totale acquiescenza con cui i cittadini accettano questa ghigliottina sulle loro teste. Da Genova 2001, non si vede più un movimento spontaneo di piazza che reclami un mondo migliore, più giusto, più equo, più solidale. Le paure artificiali  iniettate nelle vene della società, come quella degli immigrati, del terrorismo,delle epidemie, stanno ottenendo l’esito sperato: quello di mettere in stato letargico popolazioni terrorizzate e smarrite, con la complicità di opposizioni che nella ricerca disperata del consenso, perdono di vista ideali e utopie amalgamandosi ai poteri costituiti e aumentando confusione e smarrimento.

Se le tensioni sociali dovessero esplodere, ed è a mio parere inevitabile se si continua su questa strada folle, saranno incontrollabili perchè non mosse da una chiara matrice politica o ideologica, ma dal panico. Il panico non si può gestire militarmente ed è assimilabile a una calamità naturale di vasta portata: letale, imprevedibile, inarrestabile. L’assoluta irresponsabilità del re nano e dei suoi lacchè non è purtroppo unica in Europa: in Francia, Inghilterra, Spagna e Germania si stanno attuando le stesse politiche folli, senza una voce che abbia il coraggio di staccarsi dal coro. Certo, il nostro governo aggiunge quel di più di farsa, di incompetenza, di commedia dell’assurdo che è il marchio da visita del nostro paese. Una finanziaria che macella la piccola e media impresa, il motore trainante del paese, che non fa nulla per risolvere il problema dell’evasione fiscale, che blocca gli stipendi già esigui agli statali per tre anni, non è una manovra: è una farsa di cattivo gusto.

Ha un bel parlare il presidente Napolitano di riunirsi a festeggiare l’unità d’Italia  quando tutto concorre a frantumare il paese, a dividerlo, a farlo implodere. Il fatto che se disastro sarà, sarà globale, non consola più di tanto.

Nel frattempo, cominciamo a pagare i costi della crisi, così che banchieri e manager, politici e finanzieri, possano continuare ad arricchirsi tranquillamente a nostre spese. Accettiamo in silenzio e a capo chino questi provvedimenti iniqui per il bene di una nazione che vogliono dividere in mille parti, senza lamentarci, senza manifestare il minimo disaccordo. Quando, nell’autunno del nostro scontento, prenderemo atto che ci hanno fregato di nuovo col nostro consenso, la ghigliottina avrà già fatto il suo lavoro. Non c’è neppure la speranza che se cambia bandiera cambi anche l’aria. I fatti stanno ampiamente dimostrando che esiste solo una cosa che può definirsi trasversale in Italia: l’incapacità dei nostri politici di guardare al futuro.

Categorie:Attualità

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