A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un mondo cambiato da tempo


Dirò cose sgradevoli in questo post, ma quando ho scelto di aprire questo spazio mi sono imposto la massima onestà, nel bene e nel male. Ovviamente chi vuole esprimere opinioni diverse, sempre nel rispetto delle norme di buona educazione, è il benvenuto. Come avrete notato, non censuro mai nessuna risposta. Dirò cose sgradevoli e impopolari ma voglio fare un paio di premesse, giusto per chiarire il mio punto di vista. Considero l’attuale direzione della Fiat oscena, ma la storia della Fiat in Italia è costellata di oscenità. Marchionne è solo l’ultimo padroncino di una serie di padroncini che hanno allegramente tiranneggiato le maestranze operaie per anni, dopo aver pianto miseria col governo e aver ricevuto generose elargizioni. Considero l’atteggiamento del governo in questa vertenza, fascista. Non trovo altro termine per definire un esecutivo che rinuncia al suo ruolo di mediazione e che coglie vigliaccamente la palla al balzo per mettere in discussione i diritti dei lavoratori e i contratti nazionali. Anche qui, nulla di nuovo sotto il sole: la statura etica e morale di Sacconi è nota, non c’è nulla di cui stupirsi. Ultima premessa: sono di sinistra, fortemente di sinistra, se volete, comunista. Non considero l’aggettivo un insulto. Fatte queste premesse, passo al punto. Considero la battaglia della Fiom e della sinistra che si è accodata ad essa appoggiandola in pieno, l’ennesima battaglia sbagliata che produrrà una ulteriore frattura sindacale e velocizzerà quel processo di suicidio del sindacato italiano in atto ormai da parecchi anni. E’ a furia di battaglie perse, di miopia politica, di barricate ideologiche che siamo arrivati a questo punto. E’ a furia di difendere l’indifendibile che il sindacato, tutto, ha preso credibilità, iscritti, forza, capacità di contrattazione. A Pomigliano, la Fiat ha scelto l’arma più micidiale della globalizzazione: la guerra tra poveri. La Fiom ha abboccato all’amo. Presentare Pomigliano come il punto di non ritorno del sindacalismo italiano, come la linea oltre la quale crollano i diritti dei lavoratori, è ridicolo. Presentare gli altri sindacati come conniventi con il padronato, è disonesto. I diritti dei lavoratori in Italia non esistono più da almeno vent’anni. Mentre i confederali, e la Cgil in particolare, difendevano cattedrali nel deserto, in Italia il lavoro si precarizzava. Oggi il 70% dei lavoratori italiani lavora in aziende con meno di quindici dipendenti dove non viene applicato l’articolo 18 e la contrattazione nazionale. Oggi l’80% dei giovani ha un contratto di formazione e lavora in condizioni tali che andrebbe in ginocchio a Pomiglianoalle condizioni dettate da Marchionne. Oggi un giovane su tre è disoccupato, senza prospettive nè a breve, nè a medio, nè a lungo termine di trovare un’occupazione dignitosa. Oggi i lavoratori stranieri lavorano come schiavi nelle aziende agricole, Rosarno non è un accidente ma la norma, oppure lavorano in nero nelle aziende edili, spesso morendo nell’indifferenza più totale. Dov’era il sindacato mentre si preparava questo sfacelo? Difendeva le tessere, difendeva una classe operaia che non esiste più, difendeva insieme ai diritti sacrosanti dei lavoratori onesti quelli meno sacri dei lavoratori disonesti. Si è schierato con vigore contro l’innalzamento dell’età pensionabile che avrebbe permesso una maggiore sostenibilità e, paradossalmente, un aumento dell’occupazione stabile, col bel risultato che oggi molti giovani probabilmente non avranno mai una pensione. Questi sono solo una piccola parte degli errori più gravi. Poi è cominciata l’era della divisione. Io sono un attivista sindacale della Cisl e ho l’abitudine di non rispondere a chi dice che il mio sindacato sta dalla parte dell’autorità e dei padroni. Potrei citare, nell’ambito scolastico, quello che conosco meglio, molti casi in cui a flirtare con l’autorità sono invece altri, che poi prentedono di ergersi a moralizzatori. Preferisco non replicare.Ma nè io nè il sindacato che rappresento accettiamo lezioni di morale da chi, troppo spesso, ha predicato male e razzolato peggio. Scrivo questo articolo prima del referendum che dichiarerà che i lavoratori di Pomigliano sono favorevoli all’accordo. Non perchè sia un buon accordo, è pessimo, probabilmente il peggiore che si potesse fare, ma perchè non hanno altra scelta, perchè la Fiat e anni di politiche sindacali sbagliate da cui la Fiom non può tirarsi fuori, hanno messo quei lavoratori con le spalle al muro, non gli hanno dato altra scelta. Cisl e UIl, consapevoli della situazione, hanno scelto al strada della trattativa, senza ottenere granchè. Ma il sindacato è trattativa, è troppo comodo alzarsi dal tavolo e chiamare le masse alla rivolta consapevoli che si tratta di un appello demagogico che non ha nessuna possibilità di successo. E’ troppo facile fare i duri e puri sulla pelle dei lavoratori. E’ un gioco sporco, che purtroppo troppe volte viene messo in scena nella politica sindacale italiana. La frattura del sindacato italiano sta facendo il gioco dei padroni. Lo sciopero è diventato uno strumento talmente abusato da non avere più alcun valore. Se manca il rispetto reciproco tra persone che hanno lo scopo comune di difendere i diritti dei lavoratori, come si può pensare che ci sia rispetto da parte di un governo fascista? Le battaglie o si vincono insieme o si perdono e questa è una lezione che i nostri sindacati non hanno ancora imparato. Grazie a questa battaglia persa, grazie a questa trita e ritrita demagogia di sinistra profusa in grandi quantità dai quotidiani amici, Pomigliano rischia davvero di diventare un modello, si dà al governo l’opportunità di sferrare un attacco letale al sindacato. C’è la speranza che, trattandosi di un’accozzaglia di incompetenti quale mai si è vista alla guida di un paese, non ce la facciano. Cosa si poteva fare? Contrattare il contrattabile e definire le condizioni perchè Pomigliano restasse un’eccezione e nnon diventasse una regola. Ricordiamoci che stiamo parlando dello stabilimento storicamente meno produttivo del gruppo Fiat, di una fabbrica che registrava punte di assenteismo da record durante le partite del Napoli. E’ sgradevole dire queste cose, ma la rovina di Pomigliano è anche colpa dei lavoratori di Pomigliano. Certo, molte delle cose lette sui giornali sono leggenda o propaganda Fiat, ma testimonianze dirette non sospettabili di connivenza con i padroni, dicono che molte rispondono assolutamente a verità. In Europa le cose vanno molto peggio. In Francia le 35 ore sono diventate un ricordo e se c’è un calo di produttività, i lavoratori perdono metà tredicesima, mentre in Germania ormai si lavora a ritmi da taylorismo sfrenato. E’ la globalizzazione, che comporta inevitabilmente un aumento dei diritti per i lavoratori dei paesi più poveri e un calo per quelli dei paesi più ricchi. Bisogna accettare questo sistema passivamente? Rassegnarci a un mondo dove non si ragiona più in termini di uomini ma di merci e guadagni? Nel 2001 a Genova, c’erano centinaia di migliaia di giovani a gridare che un mondo diverso è possibile. Sono finiti pestati a sagnue dalle forze dell’ordine e in quei giorni c’è stata la grande latitanza sia della sinistra che del sindacato italiano. Quella era una battaglia da perdere ma da combattere e forse, le cose non sarebbero andate come sono andate. Io non credo che la risposta possa trovarsi in una ideologia che, lo dico a malincuore, è morta e sepolta. Non esistono più i presupposti, non esiste una classe operaia organizzata, non esiste l’internazionalismo, non è esiste solidarietà di classe e interclasse presupposti necessari. Le bandiere rosse della Fiom sono il tentativo un pò irritante e un pò patetico, di ridare vita a un passato, quelle delle grandi lotte operaie, che non tornerà più. Compito del sindacato oggi, di un sindacato unito, dovrebbe essere quello di aumentare i diritti del precariato, fare una battaglia forte per la sicurezza sul lavoro, combattere per tutelare il potere d’acquisto dei salari e riprovare a dare significato a una parola come “solidarietà” ormai caduta nel dimenticatoio. Scontro interni e colpi bassi, scambio d’insulti e pretese (inesistenti) di superiorità morale, fanno solo il gioco dei padroni. E’ un mondo che è cambiato da tempo, quello in cui viviamo, cambiamento di cui tante, troppe persone che occupano posti di responsabilità, che potrebbero avere la chiave per frenare un momento la corsa verso il baratro, sembrano non essersi accorte. La storia non è il delirio di un folle ma un susseguirsi di cause ed effetti, con imprevedibili e temporanee deviazioni dalla linea causate dal fattore umano. Entro certi limiti, la strada che prenderanno gli eventi è prevedibile, ma bisogna avere occhi per guardare e buona volontà per non vedere solo quello che si vuole.

Categorie:Cronaca

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2 risposte

  1. Mi sento di approvare nell’insieme questo post perchè lo trovo molto sofferto e sincero. Però credo che alcune cose che qui hai scritto possano essere recepite in maniera un pò dolorosa da alcuni che magari ti hanno seguito fino a qui. Non certo per il valore delle argomentazioni che in effetti è impeccabile. Direi per un eccesso di realismo, parola che continua ad essere molto incensata in molti ambienti cattolici ma che io trovo francamente insopportabile.
    A me sembra che oggi venga sempre più limitato proprio quel lavoro di mediazione e di contrattazione che tu vedi come esclusivo. Quindi attestarsi nella difesa dei diritti costituzionali non può che favorire anche quel lavoro.
    Per me l’importante è tenere presente la vita degli altri lavoratori non “privilegiati” e fare qualcosa anche per loro, certamente nulla contro di loro.

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  2. Mi è stato segnalato il tuo post e quanto avevi scritto prima…in quel prima c’è anche un intervento che mi ha colpita e che condivido, come quanto tu hai scritto…http://www.nazioneindiana.com/2010/06/20/radio-kapital-sergio-bologna-come-uninvettiva/
    c’è poco da correre in piazza, fermarci e capire bene come cosa e con chi agire e pensare e disxcutere, non è solo necessario ma a mio avviso indispensabile. Si lavora per vivere e non viceversa. un abbraccio.

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