A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La mafia quotidiana


Il senatore Dell’Utri non è simpatico e questo, nell’era dell’apparire cavalcata trionfalmente dal suo datore di lavoro, è un grosso svantaggio. Parla con una proprietà di linguaggio e ha modi e toni di altri tempi, modi e toni che possiamo ritrovare pari pari in quel capolavoro letterario che è "Il giorno della civetta". Nel romanzo i capo mafia è un uomo rispettato, un benemerito della società, un potente sprezzante e pacato che ha buona cultura e sa che alla fine vicnerà la sua partita.  Se per Dell’Utri  di mafia si tratta, sarà la Cassazione a decidere e in questo tipo di processi le soprese sono all’ordine del giorno, si tratta di mafia d’altri tempi, che appartiene a un passato vicino nel tempo ma remoto, considerando la rapida evoluzione che la criminalità organizzata ha compiuto negli ultimi decenni. La ‘Ndrangheta  ricicla il suo denaro in negozi di lusso, imprese edili, holding internazionali ed è più facile trovare chi regge i fili dell’organizzazione nel consiglio d’amministrazione di una multinazionale piuttosto che in qualche oscuro paesino assolato della Calabria. Sulla Camorra ha svelato molto Saviano nel suo "Gomorra": le straordinarie capacità imprenditoriale, il controllo totale del territorio, la struttura di un vero e proprio stato parallelo che sostituisce l’assente stato istituzionale. Chi si illude che Cosa Nostra abbia passato la mano, non conosce le straordinarie capacità rigeneratrici dell’organizzazione, che già altre volte in passato è riuscita a risorgere dopo aver inferto colpi apparentemente mortali. In realtà Cosa Nostra investe adesso nella cementificazione del paese in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, dove l’expo si sta rivelando un magnifico affare per le cosche. Dell’Utri, se anche risultasse mafioso, non fa paura. La sua spavalderia, quel suo reiterare l’ammirazione per un assassino che ha rispettato al legge dell’omertà fino all’ultimo, le citazioni letterarie, il linguaggio fintamente ricercato, sono roba vecchia, roba da coppole storte, roba da "uomini veri, uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaqquaraqquà".

Già Falcone e Borsellino avevano intuito che la mafia, oltre che nelle banche, andava cercata nei palazzi del potere, non necessariamente quelli governativi ma quelli dove si spingono i bottoni del potere vero, quello economico e finanziario. Una mafia che non pronuncia frasi spavalde di fronte ai giornalisti, non mostra di "avercelo duro" ma che trova nell’anonimato e nella rispettabilità la migliore difesa. Una mafia che prolifera su un terreno assolutamente predisposto ad accoglierla. Perchè l’Italia della corruzione, delle mazzette, della raccomandazione, delle spintarelle, l’Italia degli Anemone e di Propaganda Fide, l’Italia che si prostra di fronte al re nano,è un’Italia mafiosa per natura. E’ mafiosa la squadra che compra le partite, è mafioso il manager che propone un contratto vessatorio giocando sulla miseria degli operai  e poi si incazza perchè non c’è stato un plebiscito, è mafioso il politico che si compra i voti promettendo regalie. Ogni volta che una persona di potere sfrutta il proprio ruolo per ottenere illecitamente qualcosa che non può ottenere lecitamente, assume un atteggiamento mafioso. Ai più alti livelli e ai più infimi livelli. Incutono una paura mafiosa i capi ufficio, i ministri nani che trovano nell’insulto il mezzo per intimorire, i presidi che si creano il loro gruppo di servi, i poliziotti che picchiano senza motivo o approfittano del loro potere per prendersi una pausa con una prostituta. La vera rivoluzione morale ed etica del paese dovrebbe partire da qui: dal definire una volta per tutti come mafiosi questi atteggiamenti, dal configurare come reato di mafia qualunque abuso di potere. E’ mafioso il principio che si possa arrivare alla vetta tramite scorciatoie, senza necessariamente passare attraverso la preparazione e la fatica del lavoro, filosofia ampiamente, continuamente, massivamente propagandata dalle televisioni, dai giornali, dagli atteggiamenti del re nano. E’ mafioso il maschilismo rozzo e irrispettoso, la considerazione della donna come puro oggetto di piacere, il gallismo ostentato volgarmente in ogni occasione. La regalia, dall’orologio al ministero, l’occupazione dei posti di potere con parenti e amici, il nepotismo assurto a regola, sono atteggiamenti indiscutibilmente mafiosi. E’ una rivoluzione culturale, quella che dovrebbe fare questo paese, quella che dovrebbe partire da un’opposizione che troppo spesso usa metodi e parole simili a quelle di chi dovrebbe contrastare. Non sono casuali i continui attacchi contro Saviano, attacchi che provengono dal potere politico: la cultura è il nemico principale della mafia, le pagine di un libro rivelano e il sistema si basa sull’omertà della casta. E’ la reciproca compromissione,la possiblità di accoltellarsi alla schiena che salda i legami tra queste persone. Non temono Saviano per quello che ha scritto, ma per quello che potrebbe scrivere. Uno scrittore è una bestia pericolosa, specie se è molto noto: non si può eliminare perchè diventerebbe un’icona, un mito, guadagnando paradossalmente altri fedeli, delegittimarlo è complesso, ad attaccarlo non ci si guadagna nulla. Allora ecco che entra in ballo l’amor patrio, ecco che lo si accusa di dare una cattiva immagine dell’Italia all’estero. L’immagine, la mafia lo aveva capito molto prima del re nano, è tutto. Il mafioso deve apparire potente, meglio onnipotente, frequentare la chiesa, rispettare le tradizioni. ieri era il primo in fila alla processione del Santo patrono ed  elargiva generosamente donazioni per le feste paesane, oggi difende l’amore di patria e appare come un difensore della morale e dello spirito italico. La distruzione della scuola pubblica rientra perfettamente, per i motivi elencati sopra, nella logica mafiosa. Meno Saviano crescono, meno problemi ci saranno. Forse non è Cosa Nostra a guidare i passi del governo, ma sicuramente i metodi, la mentalità, la cultura, le parole, che stanno dietro alla corte del re nano sono quelli della mafia. Io credo che Dell’Utri sia una vittima sacrificale, un uomo di paglia che deve bruciare per permettere a chi veramente muove i fili dietro le quinte, di continuare il suo lavoro indisturbato. Non è da chi parla come un vecchio mafioso che bisogna guardarsi, ma dagli invisibli  burattinai che sicuramente si annidano anche tra i banchi del parlamento, da una parte e dall’altra, perchè la mafia è trasversale, non fa differenze tra destra e sinistra. Ma bisogna soprattutto combattere la cultura e la mentalità mafiosa che ormai in Italia hanno prosperato fino a sommergere tutto, sono talmente annidate nel nostro Dna che non ce ne rendiamo più conto, le respiriamo, ce ne nutriamo quotidianamente. Serve pulizia, a questo paese, pulizia radicale, pulizia della mente e dell’anima prima di ogni altra cosa. Serve un moto spontaneo della società civile, una sollevazione degli onesti, una pacifica rivolta di chi è stufo dei miasmi soffocanti che è costretto a respirare. La risposta non  può venire dalla politica, che ormai si è trasformata in una immensa cosca, non può venire dall’informazione, diversamente e completamente asservita al potere, non può venire dal panorama culturale, ormai dominato, con qualche eccezione, da squallidi figuri da operetta, tuttologi da fiera paesana, esperti del nulla che discettano sul nulla. Gli anticorpi copntro la mafia, ammesso che siano ancora in grado di svilupparsi, possono venire solo dal basso, dai vessati, dagli onesti, da chi non è disposto a servire nessun padrone, dagli incazzati, da quelli che non riescono più neanche a sentire la voce di questi cialtroni senza provare schifo. La stampa italiana e l’opposizione, sono caduti nel gioco che la mafia sa giocare meglio: bruciare un uomo di paglia e, mentre tutti guardano, operare tranquilla nel buio. E’ altrove che bisognerebbe focalizzare l’attenzione, è altrove che si trovani i veri nemici della democrazia: in un punto imprecisato nell’oscurità.

Categorie:Attualità

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