A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Lettere dall’eremo del professore (I)


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Partire per le vacanze dopo aver passato una bella serata con un vecchio amico che vedo troppo poco di frequente, aggiunge un surplus di malinconia a quella propria di ogni partenza. Specie se con l’amico in questione i discorsi  hanno riguardato la politica, l’amicizia e, inevitabilmente tra uomini, il calcio. Ma basta scorgere la casa in cui passo abitualmente le vacanze con la famiglia, il suo profilo da vecchio essiccatoio, il bosco che la circonda, per ritrovare il buon umore, nonostante un fantozzesco infortunio causato da una portiera della macchina.

La prima cosa che ascolto, appena ho il tempo di sdraiarmi qualche minuto nella stanza da letto, è il silenzio. Sì, perché i canti degli uccelli, i versi degli animali selvatici, lo stormire delle foglie, sono solo la cornice ideale del silenzio pensoso della montagna. Improvvisamente ti rendi conto che il caos della vita in città non è solo mentale, dettato dai ritmi masochisticamente frenetici della quotidianità, ma reale, fisico, un frastuono continuo a cui siamo assuefatti supinamente e di cui ci si rende conto solo quando ci si trova in un ambiente naturale incontaminato. In montagna puoi ascoltare il silenzio e perderti nella sua musica.

Decido che la prima cosa che non voglio ascoltare, entrato qui dentro, è il telegiornale. Niente notizie, niente miserie quotidiane, niente piccole e grandi tragedie, lasciatemi almeno chiudere il mondo fuori dalla porta per qualche giorno, datemi l’illusione di essere libero almeno in queste notti, ascoltando barbagianni e allocchi veri, molto più gradevoli di quelli artefatti che sono costretto a sentire quotidianamente.  Per il blog scriverò riflessioni personali, recensioni, impressioni che possano in qualche modo interessare chi mi segue fedelmente. Tornerò poi, quando sarò di nuovo nel frastuono della città, ad affilare la penna contro i cattivi.

Ascolto Tom Petty, il suo ultimo lavoro, Mojo, è intriso di blues fino al midollo, struggente, amaro, sarcastico, splendidamente anni ‘70 (ma esiste ancora qualcosa che possa chiamarsi musica, dopo?). Ascolto Tom Petty e penso al mio amico. Con lui e un altro gruppo di amici abbiamo sognato, come tutti i giovani con un minimo di coscienza politica, o di classe, se preferite, di cambiare il mondo, prima con il teatro, poi con la musica. Credevamo di scrivere parole e poi versi illuminanti, assoluti, che la gente non avrebbe potuto non ascoltare, sommersa da tutta la paccottiglia che girava per radio e nei teatri negli orrendi anni 80. Eravamo solo un pugno di giovani intellettuali abbastanza incazzati, e io abbastanza squattrinato, che ben presto si sarebbero scontrati con la realtà, in quella sfida tra le aspirazioni del cuore e le necessità della ragione che almeno una volta, viviamo tutti noi. Nel nostro piccolo, con grande ingenuità ma anche con fantasia e passione, ci abbiamo provato. Senza riuscire, ma ci sono fallimenti che, per quello che ti lasciano dentro, valgono più di tante vittorie. In qualche modo continuo il sogno, con questo piccolo spazio, scrivendo libri gialli in cerca di editore, spiegando in classe ai ragazzi che la vita non è sempre quella che ci vogliono far credere. Se si è creduto una volta di poterlo fare, si cerca sempre, nel proprio piccolo, di cambiare il mondo.

  Mi chiedo oggi, se sia lo stesso per i ragazzi educati a Grande fratello e veline, senza più referenti politici ( può non essere un male), senza più grandi ideali (questo sì, che è un male), senza prospettive. Questa società ci sta privando dei sogni, sta privando i nostri figli della fantasia e del sogno, glieli offre già preconfezionati, acquistabili a modico prezzo in ogni centro commerciale. Una mia ex alunna di qualche anno fa, assai graziosa ma con poca voglia di studiare, fa la ragazza immagine e il solo termine  mi dà i brividi, una sua amica, una di quelle che avrebbe potuto ma non ha voluto, fa i conti con la precarietà,  un loro ex compagno, laureato a pieni voti viene assunto e licenziato ogni sei mesi. Sogneranno mai di cambiare il mondo questi ragazzi? Sogneranno mai qualcosa anche per gli altri oltre che per sé stessi? Usciranno mai dalle contingenze del presente per credere in qualcosa di più alto? Sentiranno mai  “il mondo che soffre” come il soldato di Vittorini?

O integrati e consumatori, o marginali e precari, così li vuole la società, così chi regge le fila del gioco dispone le sue carte. Stanno trasformando tutti in monadi autoreferenziali, prigionieri di un delirio onanistico anorgasmico che li (ci?) fa girare intorno come topolini da esperimento impazziti che inseguono il formaggio o piuttosto, come lemmings che vanno verso il baratro seguendo un miraggio. Gli stanno insegnando che i sogni si possono realizzare, basta affittare l’anima, non è neppure più necessario venderla del tutto, siamo o non siamo nell’epoca del leasing?

Chi ha figli lo sa: i ragazzi, oggi, non riescono ad andare oltre l’hic et nunc, non riescono a pensare al futuro, per loro conta solo l’oggi, solo il momento. Forse subiscono una sorta di horror vacui  a immaginarsi a trent’anni precari, senza la possiblità di mettere su casa, di avere una famiglia. Gli stanno togliendo la prospettiva,stanno appiattendo il mondo a una dimensione, cancellando la profondità. Non puoi sognare un mondo migliore se il tuo mondo è una chat, se sogni di rinchiuderti il sabato in una sala dove i timpani vengono messi a dura prova e l’alcool scorre a fiume. Non puoi sognare se ostinatamente cerchi di non guardare in faccia la realtà. Non si sogna per evadere, si sogna per affrontare ogni giorno la realtà.

Pensieri sparsi, da primo giorno di vacanze che segue a un incontro con un vecchio amico. Io e mia moglie, in macchina, abbiamo le lacrime agli occhi mentre ascoltiamo gli Inti Illimani cantare “El pueblo unido jamàs sera vencido”, i nostri figli sbadigliano. Non hanno mai sentito parlare di Pinochet a scuola. Da noi, sì. Ma si sono dimenticati.

Forse provare a cambiare il mondo è solo un sogno un po’ più presuntuoso che quello di partecipare al Grande Fratello. O forse stiamo solo invecchiando, io, il mio amico e mia moglie, siamo reduci di una generazione di integrati o dilaniati, nata fuori dal tempo e fuori dal tempo rimasta. Inevitabilmente cani sciolti, ne’ per scelta, ne’ per caso, solo per necessità.

Interrompo, prima di diventare retorico. Prendo la chitarra e attacco un blues. Non cambierà il mondo, ma mi fa ricordare di quando ci provavo. Di questi tempi, può bastare.

Categorie:Cronaca

4 risposte

  1. il vecchio amico si sente irrecuperabilmente fuori tempo e irrimediabilmente malinconico
    conserverò questo tuo brano, è proprio bello e, come la bellezza, triste
    a presto

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  2. E, cino, l’autoreferenzialità proprio no| Ma siamo poi così sicuri che non sia speranza, (anzi certezza) in un mondo migliore? Ricordiamo le parole di Trotzkij poco tempo prima di essere assassinato. Un esempio luminoso per le generazioni future. E poi non tutti i giovani acefali e privi di passione.

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  3. L’articolo è uno dei migliori, molto ben scritto. Cazzeggio estivo (da parte mia).

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