A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Discorsi da Osteria


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Può apparire paradossale ma in questo angolo di montagna piemontese dove vengo a riposare in estate e a liberare la mente dalle scorie che si accumulano nel corso dell’anno, ritrovo molto del mio paese d’origine,  della mia amata Sicilia. Paradossale, in realtà non è. Intanto perché Saponara, il paese siciliano dove nasce la mia famiglia è, per i criteri isolani, quasi un paese di montagna, anche se in realtà si tratta di collina a uno sputo dal mare, poi perché il cuneese, dove vengo a ritemprarmi, è una realtà in gran parte rurale e i valori contadini, in positivo e in negativo, sono uguali in ogni parte del mondo. C’è quindi profumo di casa qui, certo lo scenario naturale è diverso da quello prevalentemente marino a cui ero abituato quando andavo in Sicilia ma quella montana è una dimensione che col tempo ritrovo sempre più congeniale. Sono una buona forchetta, come purtroppo mi ricorda la bilancia durante i  nostri (rari) incontri, e in Sicilia si mangia molto, molto bene. Per sentirmi dunque veramente a mio agio tra queste montagne avrei dovuto trovare un luogo dove il mio palato fine trovasse adeguata soddisfazione. L’ho trovato.

L’Osteria dei Cacciatori, sul colle della Mortè, è un luogo di ristoro un po’ particolare. La cucina è piemontese, con influssi francesi e liguri, incontro tra tradizioni culinarie che la mano sapientissima dei cuochi, Ornella Ferraris e Mattia Dho rende irresistibile. Il menù è fisso ma quasi sempre molto vario, pantagruelico quanto a portate dal venerdì alla domenica,molto abbondante nei giorni feriali. La cucina, come ho detto, di altissimo livello.  Da buon genovese non posso omettere che il prezzo è, per chi viene dalla mia città, un puro miraggio. Ma a rendere il posto particolare è l’atmosfera, un’atmosfera impossibile da trovare in città, specie in una città ligure, dove la maleducazione degli esercenti è proverbiale. L’oste Claudio Dho,   è   spiritoso, arguto, sarcastico, di acuta intelligenza e, cosa rara di questi tempi nel nostro paese, uomo capace di provare ancora indignazione. Discutiamo tra un bicchiere di dolcetto e un antipasto,  di politica, ne discutiamo come si faceva un tempo, facendo appello al buon senso più che all’ideologia, provando a capire una realtà che appare sconcertante.  Mi confessa la sua amarezza nel vedere i nipoti dei partigiani, partigiani che in queste valli hanno pagato un prezzo molto alto nel nome della libertà, passare alla lega. Si chiede come sia possibile, quale sia la molla di questo meccanismo perverso. I leghisti, da queste parti, sono in grande spolvero. La cosa, di primo acchito, appare singolare: questa è gente chiusa ma buona, qui la buona educazione e la cortesia sono di casa ed è sufficiente un piccolo gesto di simpatia per guadagnarsi stima e ospitalità. Siamo lontani dai volti trucidi delle madri di Adro e dalla rozzezza delle valli bergamasche, qui hanno dominato i Savoia e hanno lasciato cittadine squadrate e disciplina. Cuneo è un piccolo gioiello di ordine ed efficienza, idem Mondovì. Per fare un banale esempio: qualche settimana fa il giornale di Genova ha sbandierato in prima pagina il fatto che la città si sia dotata di alcuni punti wi fi che, a modico prezzo, permettono di connettersi a Internet fuori da casa. A Cuneo c’è lo stesso servizio, gratis. Perché la Lega allora? Perché tra questa gente che ama la convivialità e i valori tradizionali? La risposta è semplice e complessa a un tempo. Lasciamo perdere le stupidaggini sul radicamento leghista al territorio, vano e vuoto tentativo di giustificare il tracollo della sinistra. La verità è che la sinistra, in Piemonte come in Sicilia, il discorso non cambia anche se alcune variabili ambientali sono diverse, ha storicamente puntato sulle grandi città escludendo la provincia. Peccato che la provincia, il paese, in Piemonte come in Sicilia, sia quasi tutto. Venuto meno quel proletariato forte e compatto che per decenni ha fatto del Pci il partito comunista più forte d’Europa, la sinistra, snob ed elitaria per natura dopo decenni di egemonia culturale, non ha saputo parlare ai contadini, non ha saputo trovare sintonia con questa gente, non ha saputo trovare il linguaggio adatto. Eppure i presupposti c’erano: qui gli extracomunitari rappresentano una forza lavoro insostituibile, puoi vederli andare in bicicletta nei campi, lavorare duro, senza che si creino quelle fasce di emarginazione anche urbana che sono diventate tristemente famose dopo Rosarno. I valori della Resistenza poi, sono ancora vivi in una provincia dove quasi ogni paese richiama alla memoria un eccidio nazifascista. Perché allora il successo della lega? Perché se la sinistra non ha saputo fare appello ai valori positivi di questa gente e alla loro buona coscienza, la Lega, al contrario, ha saputo benissimo far leva leva sugli aspetti peggiori  e sui valori più arretrati: la chiusura verso chi è “furesto”, la diffidenza verso la diversità, il campanilismo esasperato che, nel ribaltamento di valori, diventa merito, l’esasperazione di quei valori contadini comuni a tutte le culture che vengono presentati come di pertinenza assoluta della cultura del luogo. La Lega ha parlato un linguaggio poco raffinato ed elaborato, spesso rozzo e falso  ma è un linguaggio che questa gente comprende.

Quanto al successo delle istanze leghiste tra i giovani, si spiega con la crisi del lavoro che in Piemonte, in particolar modo in queste valli, è stata devastante. Se uniamo la tradizionale avversione dei figli per i valori dei padri, la spiegazione è completa.

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Certo sono discorsi da osteria, che nascono tra un bicchiere di dolcetto e un piatto di brasato in questa piccola osteria che è diventata in breve tempo il locale preferito da me, da mia moglie e, raro esempio di concordanza generazionale, anche dai nostri figli. Ogni volta che saluto l’oste gli dico: “Speriamo di poter commentare qualcosa di buono, la prossima volta”. In genere, invece, commentiamo sempre notizie peggiori.  E’ un peccato, perché una sinistra capace di fare appello ai suoi valori più autentici, a quelle radici che sembra aver messo in soffitta, io penso che riuscirebbe a riconquistare il terreno perso. Questa è gente di montagna, la montagna opera una selezione naturale e quello che rimane è brava gente. Con la brava gente si può discutere, ma bisogna trovare un linguaggio comune. In Piemonte, come in Sicilia, come in tutta la grande provincia italiana.

All’Osteria dei Cacciatori si respira l’aria sana di un tempo che sembra essersi fermato: ci si sente un po’ anarchici, un po’ carbonari e un po’malinconici, ascoltando le battute dell’oste Claudio, tra un bicchiere di dolcetto e un bunette allo stato dell’arte. Riecheggiano nell’aria parole come solidarietà, onestà, libertà, parole che fuori di qui suonano tristemente fuori moda.  Si esce dal locale soddisfatti, sazi e col sorriso sulle labbra. Oggi come oggi, non è cosa da poco.

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Categorie:Cronaca

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