Quando si prendono di mira le sedi sindacali, colpendo quegli stessi lavoratori che ci si vanta di essere gli unici a difendere veramente, quando la polizia picchia gli studenti che manifestano per il diritto al sapere garantito costituzionalmente e le persone che manifestano per il diritto di vivere senza miasmi fetidi e velenosi vicino a casa, tira una brutta aria, aria viziata, aria che non porta nulla di buono.

Gli attacchi alla Cisl sono un atto che colpisce tutto il sindacalismo italiano. Non sto a disquisire sulle accuse di connivenza con il governo: sono un dirigente territoriale cisl, quindi di parte. Leggo però i comunicati sindacali regolarmente e penso che, se li leggessero anche quelli che hanno scelto la strada della violenza, forse vedrebbero le cose da un altro punto di vista. Chi non riconosce agli altri il diritto di pensarla diversamente, è fuori dalle regole democratiche, senza nessun distinguo. Non concordo con l’invito di Bonanni ad Epifani ad ammettere i propri errori: errori ci sono stati da entrambe le parti, in una gara dissennata di autolesionismo che è ricaduta sulla pelle dei lavoratori. Casomai, è il momento di rimboccarsi le maniche e tornare a lavorare insieme su quello che ci unisce. Ci saranno sempre punti di divisione , ma si possono portare avanti battaglie unilaterali senza per questo accusare i compagni di cordata di accondiscendenza verso il governo. Considero ottimi punti di partenza le condanne degli atti di violenza ferme, decise e chiare  da parte di Epifani e del segretario nazionale della Fiom.

Veniamo agli studenti. Per averne a suo tempo fatto parte in più occasioni, non credo nelle levate di scudi studentesche, né alla demagogia degli organi di informazione “amici” che le dipingono come atti di ribellione contro chi impedisce loro di attingere alla sacra fonte del Sapere. Sono fiammate destinate a spegnersi rapidamente, sia perché vengono immediatamente strumentalizzate, sia perché chiunque lavori nella scuola sa che la coscienza politica degli studenti è a dir poco labile. Tuttavia la protesta è legittima ed è comunque un modo per richiamare l’attenzione sulla drammatica condizione della scuola italiana. Né è lecito che l’inesistente ministro dell’istruzione continui a fare finta che tutto proceda per il meglio. Distruggere la scuola pubblica come si sta facendo da alcuni anni ( e parliamoci chiaro: ha cominciato il centrosinistra con la legge Berlinguer, nonostante le buone intenzioni) significa distruggere il futuro del paese, cancellare ogni possibilità di ripresa, creare nuove fasce di emarginazione portatrici di grande instabilità sociale. Che nella scuola ci fossero sprechi che andavano sanati è un dato di fatto, che non si potesse lasciare le cose come stavano, è indubbio, il problema è che invece di andare al nocciolo della questione si è scelto di distruggere quello che funzionava (vedi il maestro unico e il tempo pieno), di tagliare indiscriminatamente migliaia di posti di lavoro, di illudere l’utenza che la scuola fosse un supermercato dove puoi trovare vantaggiosi tre per due (la riforma oraria della secondaria di primo grado), di peggiorare quello che già non funzionava (i nuovi quadri orari delle superiori). Nel frattempo, si continuano a finanziarie le scuole private e a dissanguare le casse di quelle pubbliche. Non lo si fa per accondiscendenza verso le gerarchie cattoliche, come crede qualcuno. L’accondiscendenza verso il Vaticano e innata nella gerarchia politica italiana, un filo rosso difficile da spezzare, no, il fatto è che ogni alunno che si iscrive in una scuola privata rappresenta un notevole risparmio per lo Stato, e il risparmio è l’unico credo di questo esecutivo. Specie se fatto a spese delle fasce più deboli della popolazione. Che poi sia immorale che lo Stato deleghi ad altri una delle sue funzioni fondamentali, l’istruzione appunto, non è cosa che importi né alla Gelmini, che come ministro dell’istruzione è un ossimoro vivente, né al vero ministro, Tremonti.

Un ultimo cenno alle violenze della polizia. Partendo dal presupposto indiscutibile che le forze dell’ordine svolgono un ruolo essenziale e che molti loro esponenti hanno pagato con la loro vita per difendere  la nostra, non si può negare che negli ultimi anni, specie nelle manifestazioni di piazza, la polizia usi le maniere forti anche quando, forse, non è necessario. Perché picchiare i manifestanti di Acerra, che stavano facendo un sit in pacifico? Perché alzare i manganelli sugli operai che manifestano per il loro posto di lavoro? Perché  scontrarsi con gli studenti? Possibile non si riesca a fare ordine pubblico senza violenza?

Scarso addestramento, poco personale, turni massacranti, pochi mezzi, sono tutti validi motivi che non giustificano però gli eccessi. Di un poliziotto devo fidarmi, un poliziotto deve tutelare il mio diritto a manifestare, non violarlo. Sarebbe forse auspicabile una riforma delle forze dell’ordine che introduca criteri più severi di reclutamento, un periodo di addestramento serio e approfondito, un tirocinio accanto a colleghi più esperti, tirocinio mirato a capire se si è adatti o no a indossare la divisa.  E’ un lavoro duro e ingrato quello del poliziotto, non tutti reggono, non tutti lo affrontano con lo spirito giusto. E’ essenziale, in una democrazia, avere delle forze dell’ordine consapevoli del loro ruolo, motivate, preparate. Ovviamente, una simile riforma non viene neanche presa in considerazione dall’attuale esecutivo, impegnato a trovare il modo più adatto per impedire al premier di saldare i suoi conti con la giustizia.

Speriamo che questa totale indifferenza verso lo stato sociale del paese, questa noncuranza verso quelle che dovrebbero essere le funzioni essenziali di un governo democratico, non conduca a esiti già vissuti nella storia recente del nostro paese. Speriamo che quest’aria viziata non si trasformi in un uragano di confusione e violenza.

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