A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Le colpe dei padri


Il ragazzo ha la licenza media. Non ha voluto studiare e lavora saltuariamente come muratore, fattorino, quello che capita. Fuma e spaccia hascisc, piccole dosi, giusto per pagarsi la partita la domenica. Il calcio è la sua passione. Fa parte di un gruppo di tifosi organizzati, ragazzi come lui che hanno trovato un surrogato di famiglia in una bandiera con i colori della squadra. Le famiglie di quei ragazzi sono divise, falcidiate da problemi, troppo occupate a sopravvivere per occuparsi dei figli. Politicamente il ragazzo fa parte dell’estrema destra. Forse in quell’illusione di ordine trova una risposta al caos della sua vita senza regole.

Potrebbe essere il ritratto di molti degli alunni che si sono seduti nei banchi davanti alla mia cattedra invece è il ritratto di Ivan, l’energumeno che tagliava la rete di protezione e incitava i suoi tifosi a gridare più forte durante la partita Italia- Serbia. Non contento, uscito dallo stadio ha sfogato la sua rabbia contro i poliziotti. I giornali hanno riempito e stanno riempendo pagine su pagine parlando della questione serba, del Kosovo, del rigurgito nazionalista e di come trovi terreno fertile in quel sottoproletariato che è il frutto più evidente della globalizzazione. A nessun paese dell’est il passaggio al capitalismo ha portato fortuna. Pagine su pagine di chiacchiere inutili. Basta andare nel tanto decantato nord est, fino a poco tempo fa preso come modello di sviluppo intelligente, per ritrovare gli stessi volti, la stessa rabbia,  lo stesso becero razzismo. Le prodezze dei tifosi del Verona non sono novità, i cori razzisti, le minacce al presidente quando voleva acquistare un giocatore nero. Le aggressioni agli omosessuali, neppure quelle sono una novità. Lì Forza nuova, cioè i neo nazisti, è fortissima e trova adepti proprio dove li trovano i nazionalisti serbi: sottoproletari, disoccupati, ragazzi in cerca di una identità, se vogliamo fare psicologia d’accatto, in cerca di un padre. Il sindaco di Verona, leghista, è un campione del leghismo più becero, ipocrita e reazionario, ha un grande seguito, soprattutto tra i giovani.

In tutta Europa la destra più radicale avanza, perfino in quella Olanda ex patria dei fricchettoni, perfino nei paesi del nord. La sua base è sempre la stessa. E’ un popolo schifato dalla politica, deluso dalle promesse non mantenute, ingannato dai miraggi della globalizzazione, mediamente ignorante, con una conoscenza della storia recente a voler essere benevoli approssimativa, terribilmente arrabbiato. Non era necessaria la sospensione di una partita di calcio per accorgersene come è un errore pensare che il problema riguardi solo la Serbia. De te fabula narrantur, dicevano gli antichi e mai citazione fu più appropriata.

Se cerchiamo una prova del fallimento delle sinistre ne abbiamo la rappresentazione più evidente in quel ragazzo che taglia la rete. Perché quel popolo, quei ragazzi, quella gente, dalla sinistra avrebbe dovuto essere tutelata e rappresentata. Invece di difendere lo stato sociale, di reclamare un’istruzione più moderna e più equa, di difendere i ceti più deboli, le sinistre europee hanno cercato di conquistarsi il favore dei ceti borghesi, imprenditoriali, tendenzialmente poco propensi al riformismo.

L’istruzione fatta a pezzi dalla Thatcher in Inghilterra ci ha già regalato gli hooligans e l’Heysel, in Francia la rivolta delle banlieues, in Italia i risultati della dissennata politica di distruzione della scuola pubblica si cominciano a intravvedere, ma è solo l’inizio, il peggio deve ancora arrivare. Perché per i ragazzi come Ivan, lo Stato ci impedisce di fare alcunché. Un insegnante di scuola media oggi, non ha la possibilità materiale di lavorare con i ragazzi più problematici in un rapporto numerico più limitato che 1 a ventisei, 1 a trenta, com’è quello in classe. Con il maestro unico, questo verrà impedito anche alle maestre. I fondi per le attività di recupero sono irrisorie, il taglio delle ore a disposizione impedisce la possibilità di attivare strategie di recupero, l’autoritarismo dissennato di alcuni dirigenti ha convinto molti collegi docenti a votare   l’orario di sessanta minuto e l’assenza dei recuperi orari non permette più di allestire laboratori a costo zero. Gli ultimi, a scuola, sono destinati a  restare ultimi anche a causa di una legislazione scolastica che presuppone una scuola inesistente. I dirigenti sono troppo assillati e impegnati a farci compilare vagonate di carte inutili, di parole vuote, e la didattica, cioè il lavoro sui ragazzi, cioè il senso del nostro lavoro, la nostra mission , per usare un termine alla moda, passa in secondo piano.

Aggiungiamo al tutto una società dove è lecito mettere in vendita tutto, dal basso ventre alla dignità. Una società dove si assiste a un ritorno del machismo più abominevole, anche quello tratto distintivo di una certa destra, una società che contempla consumatori e non esseri umani, che considera la politica un modo comodo per arricchirsi e il latrocinio una risorsa necessaria e poi non stupiamoci se la violenza esplode clamorosamente.

“Vediamo di peggio ogni domenica” è la terribile frase di quei commentatori che criticavano la decisione di sospendere l’incontro. E’ vero, vediamo di peggio ogni domenica, ormai ci siamo assuefatti, diamo per scontato che dei ragazzi che vanno allo stadio lo facciano per assumere alcool e droga e massacrarsi di botte. In fondo il povero Ivan ha solo tagliato una rete e i suoi tatuaggi lo individuavano immediatamente come uno diverso, uno che non è come noi, come i nostri figli, come i ragazzi che mi trovo davanti ogni mattina a scuola.

Siamo una società allo sbando dove le colpe dei padri, il disimpegno, il rampantismo, l’indifferenza, il crollo di valori, stanno ricadendo  sui fragilissimi figli, ragazzi capaci di prendersi a randellate la domenica e poi di proclamarsi amore eterno su facebook il lunedì, generazione talmente vulnerabile, talmente sola, talmente sperduta in una società disumanizzata, da suscitare solo una tardiva tenerezza.

Certo il Kosovo, la tigre Arkan, Milosevic, bla bla bla bla, tutto lontano da noi. Tutto rassicurante, Ivan è un alieno, un mostro tatuato, un bruto che avrebbero dovuto manganellare. Continuiamo così a ingannarci, a raccontarci favole, a pensare che i problemi li abbiano sempre gli altri e che da noi “non sarebbe mai successo”. Intanto chi sa vedere più lontano o è soltanto più furbo raccoglie adepti per le sue schiere, plagia ragazzi allo sbando, dà loro un visione, un sogno. La storia c’insegna che troppo spesso i sogni di pochi esaltati si sono trasformati in incubi. Ma si sa che la storia è il maestro del giorno dopo.

Categorie:Cronaca

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