A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

A Parva magna


C’è solo l’imbarazzo della scelta per chi vuole scrivere sui problemi che affliggono il nostro paese. Basta aprire le pagine di un qualunque giornale o (meglio), girovagare un po’ per la rete per trovare di tutto e di più.

Oggi non voglio però pontificare sui massimi sistemi ma limitarmi a illustrare una situazione particolare che, in qualche modo, contiene in sé in nuce vizi e problemi di una situazione generale, secondo la buona norma degli antichi che vedevano il macrocosmo riflesso nel microcosmo.

Lavoro, per mia scelta, in una scuola particolare, in un quartiere particolare dove i problemi che affliggono la città si amplificano per tutta una serie di motivi che occuperebbero articoli su articoli di questo blog. Io e i miei colleghi cerchiamo di fare il possibile per dare ai ragazzi  un’ opportunità, la possibilità di un futuro diverso da quello che sembra scritto, l’opportunità di poter scegliere almeno in parte del proprio futuro. Questo, secondo noi, significa fare scuola. Da rappresentante sindacale ho sempre cercato di  difendere i diritti ed evitare le alzate d’ingegno che ultimamente sembrano aver contagiato come una influenza pestifera molti dirigenti.

Il problema sta nel fatto che fare scuola , fare scuola nel senso che ho descritto sopra, sta diventando impossibile e che noi rappresentanti sindacali siamo costretti a muoverci per difendere diritti che dovrebbero essere scontati, come quello che vuole che un insegnante venga pagato per le ore che ha lavorato.

Ieri sono stato costretto a consegnare ai miei alunni un biglietto in cui, di fatto, la scuola chiedeva l’elemosina alle famiglie. Che razza di stato è quello che non riesce ad assicurare alle sue scuole la carta per le fotocopie, il sapone liquido, la carta igienica? Che razza di scuola pubblica è la nostra che fa una questua in un quartiere dove aumentano ogni giorno i cassintegrati, dove gli immigrati cercano di sopravvivere massacrandosi di lavoro dalla mattina alla sera, dove i ragazzi spesso sono abbandonati a loro stessi?

Sottolineo che questo accade a Genova, Liguria, Italia del Nord, Padania (ahaha! Buffoni!) non allo Zen di Palermo o in provincia di Caserta, con buona pace di tutti i cialtroni che blaterano del nord ricco e produttivo che deve mantenere il sud.

Ma c’è dell’altro. Io e i miei colleghi attiviamo ogni anno delle attività extracurricolari per potenziare le capacità dei ragazzi con un livello di preparazione avanzata e per permettere a quelli che hanno più difficoltà di migliorare. I risultati ottenuti sono lusinghieri: vittorie in concorsi letterari nazionali che hanno permesso ad alcuni alunni di pubblicare i loro racconti, percentuali altissime di promossi ad un esame di potenziamento della lingua inglese notoriamente difficoltoso, progetti di notevole livello portati avanti dalle colleghe maestre delle elementari,  ecc.  Ebbene, il sottoscritto e i suoi colleghi a tutt’oggi hanno ricevuto metà del compenso per il lavoro svolto lo scorso anno e la notizia che non è possibile pagare l’altra metà. Il consiglio ricevuto è stato quello di ricorrere al giudice del lavoro!

Quando i rappresentanti sindacali devono intervenire per far pagare lavoratori che hanno svolto le ore di lavoro previste, significa che il sistema è in tilt, che la macchina che dovrebbe guidare e indirizzare la pubblica istruzione non funziona. Chi pagherà lo scotto di questa situazione? Le famiglie ovviamente, i ragazzi, perché è chiaro che né io né i colleghi quest’anno lavoreremo un’ora più del dovuto, vista la situazione.

Viene da pensare che il recente decreto Brunetta che impedisce di criticare l’Amministrazione, violando la Costituzione che garantisce a tutti, perfino ai comunisti, la libertà d’opinione, sia stato fatto ad hoc, per continuare impunemente a distruggere la scuola pubblica. Come si può pretendere che non  si critichi la Gelmini? Come si può pretendere che non venga denunciato lo sfacelo criminoso in cui versa un’istituzione fondamentale per la salute del paese? Come si può pretendere che mentre questa gente fa a pezzi il futuro, si debba tacere?

Un’ultima considerazione: mentre ci sono state legittime levate di scudi,palate di demagogia meno legittime, servizi televisivi e manifestazioni giustamente oceaniche per difendere il diritto al lavoro degli operai, della scuola e dei lavoratori della scuola, maestre, professori e personale ata, si parla poco e male. Giusto per gettare altre palate di demagogia facendo finta di difendere i precari. La riforma del maestro unico che ha tagliato posti di lavoro è passata senza colpo ferire, come il riordinamento orario della secondaria di primo grado e la riforma delle superiori. Una manifestazione oceanica e poi la divisione sindacale. E’ brutto dirlo, ma sembra che un insegnante mal pagato o che ha perso il lavoro, valga meno di un operaio nella stessa situazione. Mi vien voglia di dire, a volte : se ci ferite, non sanguiniamo anche noi? ecc. ecc. La nomea di privilegiati che ci portiamo dietro, la fama di gente che lavora solo quattro ore al giorno, e tutte le altre banalità sul nostro lavoro sparse in giro da chi non è mai entrato in un’aula e non comprende cosa significa mettersi in gioco ogni giorno e assumersi l’onere di educare un centinaio di ragazzi l’anno, ha tolto dignità alla nostra funzione, ha fatto in modo di farci contare sempre meno. Un insegnante non pagato, una scuola che chiede la carta igienica alle famiglie, in questo fottuto paese non fa più notizia. Non facciamo audience, siamo fuori dal gioco dell’informazione. Anche i sindacati che ci rappresentano trovano poco spazio, se chiedete a un passante come si chiama il segretario nazionale della Cisl scuola o della FlC, tranquilli che non  risponderà.  Come uscire da questa situazione?  Bisognerebbe rinunciare a due parole che per ogni insegnante sono come le tavole della legge: spirito di servizio. Perché noi, quelli delle quattro ore al giorno, quelli dei privilegi, quelli a cui tutti si sentono in diritto di insegnare il mestiere, lo spirito di servizio ce l’abbiamo dentro. Ci incazziamo, siamo sempre scontenti, ci sentiamo frustrati, poi entriamo in classe e vediamo i ragazzi o i bambini negli occhi e ci ricordiamo che, sempre e comunque, noi siamo lì per loro. E’ questo che ci fa onore ed è questo che ci frega. L’unico privilegio che abbiamo, è di fare il mestiere più bello che ci sia. Ma stanno facendo di tutto per toglierci anche questo.

Categorie:Cronaca

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