A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un paese dalla memoria corta


Partiamo dal programma di Fazio e Saviano. Avevo approntato il video registratore perché convinto che non sarei riuscito a vederlo tutto. Non amo Saviano, pur rispettandolo, e trovo che Fazio, quando va oltre la durata del suo programma di fine settimana, sia potentemente soporifero. Sono riuscito a vedere lo spettacolo fino alla fine solo grazie all’intervento di Benigni, di cui dirò più avanti.

Senza Benigni il programma sarebbe stato francamente inguardabile. Demagogia profusa a piene mani, un inutile monologo di Saviano su Falcone durante il quale, tra l’altro, ha mescolato Sciascia con i mestatori della macchina del fango, interventi di Fazio e dei suoi ospiti civili, corretti e mortalmente noiosi. Un quadrettino politically correct, una rassegna di buoni propositi e ramanzine infantili che riporta alla memoria il catastrofico buonismo di Veltroni. La misura di quanto chi ci governa sia ormai in pieno delirio paranoico, può essere trovata nei ripetuti tentativi di boicottaggio di un programma sostanzialmente innocuo, schierato, forse, ma in modo talmente ingenuo e irrilevante da risultare irritante. Sia nel caso si volesse fare giornalismo di denuncia, sia nel caso si volesse fare intrattenimento intelligente, l’esperimento è fallito. Per altro, sia Saviano, ma questa è una sua abitudine, sia Fazio, hanno accuratamente evitato di fare nomi e cognomi dei responsabili dello sfacelo in cui versa l’Italia, hanno anzi evitato qualunque cenno all’attualità. Non si è parlato né della corruzione, né della protezione (in)civile, né dello sfacelo della scuola, né dell’ipocrisia della politica.  Questo di parlare dei massimi sistemi evitando di entrare nel merito delle questioni, è un antico e mai risolto vizio della sinistra moderata,  che ne ha determinato l’attuale stato comatoso. Quanto all’altra sinistra, quella meno moderata, si è suicidata da sola da tempo. Con la nobiltà d’intenti e con le dichiarazioni scontate di tolleranza e l’amore generico per la libertà, non si fa politica. Si chiacchiera, e basta. Tra la coppia Fazio e  Saviano e uno incazzato per davvero, come Travaglio, passa la stessa distanza che c’era tra Fabio Massimo il Temporeggiatore e Attila. Non è un caso se cinque minuti di Travaglio ad Annozero fanno più paura di tre ore di spettacolo di Fazio. Intendiamoci, Fazio mi è simpatico, è un professionista serio e Che tempo che fa è una trasmissione intelligente e gradevole. E’ certamente una brava persona, di quelle che si indignano e dicono che così non si può andare più avanti. Un pò come il personaggio di Brancati che ogni sera andava a dormire dicendo: “Domani cambio tutto”. Un pò come Bersani.

Veniamo a Benigni. Il suo intervento è stato straordinario, un Benigni in stato di grazia. Come non si vedeva da anni. Appunto. Viene il sospetto che il comico toscano ritrovi la sua vena migliore quando può maramaldeggiare, quando può attaccare senza timore di essere contrattaccato. I suoi interventi televisivi nell’era berlusconiana, non si sono mai distinti per il coraggio, l’acutezza satirica e quel pizzico di poesia che ha mostrato l’altra sera. Il tanto vituperato Beppe Grillo, attaccò i socialisti in modo veemente e chiaro quando erano all’apice del potere, pagando l’oltraggio con un lunghissimo esilio dalla Rai. Il regista Benigni, forse, ha avuto in questi anni la necessità di produrre i suoi film e quindi ha in  qualche modo, certo inconsciamente, frenato la sua esplosiva comicità. Tutti quelli che l’hanno ricoperto di lodi sperticate l’altra sera si sono dimenticati di questo. Dico queste cose con rammarico, perché considero Benigni una straordinaria maschera comica, al pari di Totò, e i comici, a mio parere, dovrebbero essere sempre fustigatori del potere, non solo quando è facile diventarlo. Un comico dovrebbe sempre meritarsi sul campo l’onore di essere sepolto fuori dalle mura.

Ma che questo paese abbia la memoria corta lo dimostra la vicenda dell’uomo che sta decretando la fine dell’attuale esecutivo. Per quindici anni quest’uomo ha appoggiato Berlusconi. Ha firmato una legge iniqua e razzista come la Bossi-Fini, ha appoggiato numerosissime leggi ad personam, era a Genova mentre la polizia massacrava i manifestanti del G8 e nei giorni successivi deve aver avuto una amnesia temporanea  riguardo le regole democratiche che oggi afferma di voler far rispettare, ha tuonato contro i maestri gay e esternato riguardo la statura di grande statista di Mussolini, ai suoi comizi il servizio d’ordine era fornito dai naziskin, ecc.ecc.

Oggi, che con un atto che non si può definire altrimenti se non puro trasformismo, si reinventa paladino della democrazia  e accusa Berlusconi di quelle malefatte di cui è stato complice per quindici anni, ecco che viene salutato come il salvatore della patria e tutti vogliono fare un nuovo governo con lui.

E’ uno straordinario caso di ipocrisia collettiva, uno scurdammece o passato all’ennesima potenza, una follia tutta italiana. Ma il culmine si raggiunge con le profferte che in modo più o meno velato stanno giungendo in questi giorni alla Lega. Il partito più becero, razzista, intollerante, nazistoide del panorama politico italiano, è diventato improvvisamente un partner desiderato, un interlocutore con cui discutere. Discutere di che? Degli immigrati sulla gru a Brescia che disturbano lo shopping delle signore o dei bambini di Adro? Discutere di cosa, discutere perché?  Perché dialogare con chi ha la pretesa di cambiare la storia, con chi vuole condurre il paese a una pericolosa deriva secessionista, con chi usa abitualmente toni da repubblichino, con chi sta violando la costituzione e i diritti civili di migliaia di persone nei paesi che amministra? Penso con orrore al momento in cui si trasformerà in un valido interlocutore anche la Trota.

Il trasformismo è un male tutto italiano, nato all’origine della repubblica e mai guarito, frutto della coscienza collettiva di un paese che non ha memoria storica, che non ha mai chiuso i conti col passato, che non sa rinnovarsi. Se il re nano cadrà non sarà perché ha provocato un decadimento morale e strutturale di questo paese, non sarà perché ha limitato e violato i diritti civili di tutti noi, non sarà perché ha ammorbato l’etere di orribili programmi televisivi funzionali al suo regno, non sarà perché si è dimostrato disposto a tutto pur di mantenere il suo trono, perché è chiaro che di questo, agli italiani, non importa nulla, perché questo, l’opposizione più inutile della storia italiana, non glielo ha mai rimproverato né l’ha mai denunciato con la forza necessaria. Se il re nano cadrà sarà per la sua immensa arroganza e stupidità, per un decadimento mentale che appare ormai innegabile, per un delirio di onnipotenza che non poteva che condurlo a una caduta tanto rovinosa quanto era stata rapida e fulminea la sua ascesa. Ma non cambierà il sistema di potere che ha creato, la rete di servi e lacchè, che troveranno solo altri deretani sui quali espletare la loro funzione, non cambierà la catena di corruzione che stringe il paese in una morsa soffocante, non cambierà l’inconsistenza di una opposizione che appare oggi patetica nel suo tentativo di alzare fuori tempo massimo i toni della polemica politica.

Non ci sarà rinnovamento, perché non è sorta nessuna nuova forza nuova in grado di restituire dignità al nostro paese, di risollevarlo dalla palude maleodorante a cui si è ridotto. Non c’è nessun Obama e nessun papa straniero  che portino parole nuove e idee nuove. Chi paga oggi, gli stranieri, gli operai, i giovani, gli anziani, la povera gente, continuerà a pagare domani, perché i burattinai saranno sempre  gli stessi e a cambiare sarà solo Mangiafuoco, “che comanda e muove i fili” per citare un  artista a me caro a cui per anni hanno impedito di fare dischi, forse perché avevano paura di quello che avrebbe potuto dire. E’ inutile cantare vittoria perché cade un re travicello (venderà cara la pelle, potete giurarci), perché l’unica alternativa possibile è metterne un altro sul trono che, se sarà un pò più furbo, farà mostra di cambiare tutto per non cambiare niente. Il problema, in questo fottuto paese, non è chi siede sul trono, è il trono. Il sistema non funziona più, non è questione di legge elettorale, è questione di rifondare il paese, di creare un nuovo patto sociale, di suturare le ferite gettando calce viva sul passato e costruendo fondamenta democratiche talmente solide che durino nel tempo., che non permettano a un futuro re nano, più furbo e cattivo, di terminare il lavoro che questo ha cominciato.

Ascolto in questi giorni, quasi ossessivamente, i primi dischi di Dylan, editi nella versione originale, in mono, che restituisce ai pezzi il suono con cui sono nati, perso nelle rimasterizzazioni stereofoniche.. Canzoni di una potenza straordinaria, poesie che hanno lasciato il segno, testimonianza di un tempo, breve ma straordinario, in cui gli artisti pronunziavano, cantavano, scrivevano parole pesanti come pietre che lasciavano solchi profondi nelle coscienze. Oggi, le parole si perdono e si confondono in un chiacchiericcio indistinto, sono diventate segnali del nulla, asservite a un potere che cambia abito ma ha sempre lo stesso volto. La caduta del re nano sarà l’inevitabile epilogo di  un capitolo di una storia già scritta ma se qualcuno non arriverà a pronunciare parole realmente nuove, la storia continuerà ancora a lungo, con le sue comparse i suoi protagonisti pronti a scambiarsi i ruoli e a confondere gli spettatori assonnati, pronti ad accondiscendere agli istinti più bassi del pubblico pur di ottenerne il favore. Perché lo spettacolo, anche  se si tratta di una farsa, deve continuare.

Categorie:Cronaca

2 risposte

  1. Post bellissimo. Grande Pietro.

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  2. d’accordo su fazio (ottima la citazione di brancati), d’accordissimo su saviano, falcone e sciascia, impeccabile il resoconto dell’attività di Fini, imprescindibile il giudizio su Dylan.

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