A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La posta in gioco


La sfida lanciata da Wikileaks qualche giorno fa è stata, come previsto, assorbita dal sistema con la sua arma più subdola e pericolosa: la delegittimazione di Assange, il responsabile di Wikileaks, tramite quella che oggi va di moda chiamare “macchina del fango” ma che io preferisco continuare a chiamare “fabbrica del consenso”, come fece Noam Chomsky in un attualissimo testo qualche anno fa. Non è un caso che proprio Chomsky, genio globale e anarchico, che dei meccanismi dell’informazione conosce ogni segreto, abbia invitato tutti a difendere Assange.

Il discorso non è ideologico, sul piatto della bilancia c’è molto di più che la contrapposizione tra due parti politiche,, è in gioco  il concetto stesso di libertà nelle democrazie moderne. Che proprio il ministro degli esteri italiano abbia parlato di 11 settembre dell’informazione non è un caso. Per un esecutivo come quello attualmente al potere, che ha letteralmente fabbricato il suo consenso giorno dopo giorno, che ha basato buona parte della propria azione politica sulla mistificazione, sulla menzogna, su spot ossessivi che finivano per diventare messaggi subliminali, il pericolo che qualcuno possa rendere pubblici documenti e informazioni che mostrano la realtà, che smentiscono clamorosamente le chiacchiere sul prestigio internazionale dell’Italia e del suo maggiore rappresentante, costituisce una minaccia letale. Ovvio che nel nostro paese, contrariamente a quanto accaduto nelle altre grandi democrazie, dove il diritto di informazione è sacro, l’accento sia stato posto sulla pubblicazione dei files. Non dimentichiamo gli insabbiamenti, le accuse ai magistrati che hanno cercato di fare luce su casi, ad esempio, come quello del rapimento di Abu Omar che coinvolgevano i servizi segreti americani. La delegittimazione di chi insegue la verità, nel nostro paese, è la regola. Basta a dimostrarlo, citiamo ilc aso più recente, la ridicola sospensione di Loris Mazzetti, colpevole di aver sforato di due minuti col programma di Fazio e Saviano.   Immagino i tremori di centinaia di giornalisti e funzionari da sempre proni ai voleri del padrone, inermi di fronte a una impressionante mole di documenti ufficiali che confermano le peggiori insinuazioni scandalistiche sul presidente del consiglio, per la pubblicazione dei quali non si possono neppure accusare i comunisti! Una vera tragedia.

Gli americani, efficienti e pratici, hanno provveduto a imbastire una serie di false accuse di violenza carnale (un reato infamante ovunque) per fermare Assange. Perché anche a loro la pubblicazione dei files che hanno aperto il velo su quanto sta succedendo realmente in Afghanistan e in Iraq non ha fatto molto piacere. Ma non possono attaccare Wikileaks per la pubblicazione dei files perché da loro non esiste il segreto di stato e l’informazione è un diritto. Illustri giuristi hanno pubblicamente affermato che nessuno può incriminare Assange per aver divulgato informazioni riservate. Ma per stupro, sì. Ad Al Capone avevano giocato lo stesso scherzetto.

Al di là del destino di  Assange, (ovvio che se è colpevole, va condannato. Ma i dubbi resteranno),  Wikileaks ha dimostrato definitivamente che il giornalismo tradizionale è morto e che il futuro dell’informazione, dell’informazione libera, s’intende, è la rete. Per quanto possano limitare la libertà di pubblicazione di notizie in rete, in Italia lo hanno già fatto sia quelli di destra che quelli di sinistra e ci riproveranno a breve, non riusciranno mai a incatenarla. Ormai tutto passa per il web, una sorta di cielo virtuale. Puoi stabilire rotte e priorità ma non puoi impedire agli uccelli di volare, questa è la verità e il potere dovrà rassegnarsi. In un mondo globale l’informazione è potere, in un mondo globale l’informazione è libertà. Su questi due poli si giocherà la partita più importante del prossimo futuro. La posta in gioco è altissima: da una parte il mondo di Orwell, di cui abbiamo avuto assaggio in Italia in tempi recenti, un mondo a una sola voce, dove chi si oppone va infangato, insultato, un mkondo dove l’opinione pubblica viene manipolata ad ogni passo, con ogni mezzo, costi quello che costi,  dall’altra un mondo libero, dove l’opinione pubblica si informa fuori dai canali ufficiali, si organizza, decide, punisce e premia in base ai fatti e non alla propaganda. La stampa ufficiale  in Italia, di ogni colore e appartenenza, non  sembra aver percepito in pieno la portata di quello che è successo. L’exploit di Wikileaks, degno del miglior Le Carrè,  dimostra che la rete può arrivare ovunque, che non esistono fortezze impenetrabili, che il sistema può essere colpito dal suo interno. Invece le parole d’ordine dei giornali italiani sono state: minimizzare e delegittimare. Perché?  Perché improvvisamente è arrivata la consapevolezza che la carta stampata è preistoria, se una chiavetta usb basta a far tremare il mondo? Perché hanno scoperto all’improvviso che può esistere una informazione libera, che non sono più i padroni del gioco, che saranno sempre di più quelli pronti a gridare che il re è nudo?  Perché hanno capito che non basterà più insultare il nemico ma bisognerà motivare e provare le proprie affermazioni?

E’ successo, in realtà, qualcosa di molto più grave: leggendo i files di Wikileaks sul nostro paese, non ci sono solo accenni alle abitudini amatorie del presidente del consiglio o alla sua precaria affidabilità, no, ci sono anche files sulla politica estera dell’Italia, sulle opinioni dei rappresentanti del nostro paese riguardo una eventuale guerra contro l’Iran, ad esempio.  Tutti i giornali hanno preferito parlare dei festini del re invece che di politica  vera, a parte gli accenni agli stranoti accordi con Putin. I casi sono due: o i giornalisti italiani non capiscono l’inglese (ma basta anche un autodidatta anglofono come chi scrive a capire il tenore di certi files) oppure il grande fratello è ormai parte del nostro quotidiano più di quanto si creda. Perché, parliamoci chiaro, Orwell va bene per la destra e per la sinistra, possiamo leggere 1984 in chiave anticomunista o antifascista: se l’informazione è potere, il suo controllo è strumento essenziale per chi il potere lo detiene. Attenzione a non commettere l’errore che tutti i mali dell’Italia si risolveranno scacciando di nuovo il re: la strada che ha tracciato è troppo allettante perché chi lo sostituirà se ne allontani troppo.

Per questo la rete è fondamentale.

La rete è il nuovo cane da guardia della libertà, la nuova frontiera della libertà, vasta, ramificata, complicata come il pensiero. E il pensiero è quello che il potere teme di più.

A Guccini, prima di sconfessare la sua appartenenza a una parte politica che gli ha dato da mangiare per anni, piaceva l’idea di “una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”. al sottoscritto piace l’idea che “ci giunga un giorno ancora la notizia” di una chiavetta usb che sputtana i potenti della terra e regalandoci informazioni preziose, ci rende tutti un pò più uguali, un pò più liberi.

Categorie:Cronaca

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