A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La violenza nell’aria


Faccio una premessa doverosa. Mi sono appassionato alla politica leggendo Bakunin e altri testi anarchici, quando ero molto giovane. L’ideale del “libero uomo in libero stato”, l’utopia di un mondo in cui gli uomini vivono in armonia con sé stessi e con gli altri senza bisogno di leggi e poliziotti, mi è naturalmente sempre cara, ma poiché mi tocca vivere nella realtà ho lasciato l’anarchia nel cassetto dei sogni ed, essendo per educazione irrimediabilmente antifascista, ho scelto come appartenenza politica quella di sinistra. Faccio questa premessa perché quello che scriverò è di parte più di quanto faccia di solito e anche perché scriverò cose sgradevoli che potrebbero indurre qualcuno a pensare che io stia dalla parte dei black block. Detesto ogni forma di violenza e, ragionando più cinicamente, la considero poco produttiva. Condanno i black block ma condanno anche gli uomini in divisa che si accaniscono in quattro, cinque contro un ragazzo a terra riempendolo di manganellate inutili. Comprendo di più la violenza che nasce dalla rabbia che quella che esplode in chi difende un governo di puttanieri e corruttori. Questo per essere chiari.

Ieri sera ad Anno zero è andato in scena un dramma che solo la grande maestria di un animale televisivo come Michele Santoro è riuscito a trasformare in Opera buffa. Quei ragazzi che portavano le loro ragioni, con un discorso avvelenato e autolesionista, ne parleremo più avanti e il ministro, rappresentante di un governo corrotto che ha perso ogni diritto di dettare legge ai cittadini di questo paese, figlio di una cultura che del manganello ha fatto il suo emblema, che non ha trovato di meglio se non ricorrere al turpiloquio per controbattere le accuse degli studenti, mostravano drammaticamente come la politica sia ormai irrimediabilmente staccata dalla vita reale delle persone, dalla vita quotidiana che la gente vive nel nostro paese. Perfino la rabbia vernacolare di Di Pietro era differente, dalla rabbia profonda, angosciosa, tormentata di quei ragazzi. Nei loro volti troppo duri per la loro età, in quegli sguardi spietati, nella loro intransigenza. si leggeva una rabbia nuova, inedita, inquietante. Non era la rabbia ideologica della mia generazione, la rabbia dei delusi che vedevano l’inizio del crollo dei sogni e dei valori con cui erano cresciuti, né la rabbia radical chic di un sessantotto fin troppo mitizzato, non era la rabbia dei terroristi degli anni settanta, plagiati e guidati dai cattivi maestri. Nessuno in studio è riuscito a cogliere cosa c’era nell’aria, forse solo Santoro lo ha fatto. La violenza di quei giovani è nuova, nasce dall’assenza totale di prospettive, nasce dalla furia di chi si vede scippato il futuro. E’  una violenza da reduci, più simile a quella esplosa in Germania e in Italia dopo la prima guerra mondiale che a quelle recenti. Non c’è politica dietro quella rabbia, non c’è ideologia e questo non rende quei ragazzi migliori, più puri, li rende solo incontrollabili e molto più pericolosi. Sono il negativo apparente della generazione del grande fratello e dell’ipod, anti escort e anti veline, ma solo in apparenza. Perché al fondo non c’è la critica di un sistema, come nel sessantotto, non c’è la rabbia verso una politica incapace di rispondere ai loro bisogni, come negli anni ottanta, c’è la frustrazione di non poter accedere alla loro parte di torta, la delusione degli esclusi dal gioco.

“Abbiamo protestato per due anni, non ci avete ascoltato e adesso spacchiamo tutto” hanno detto in sostanza quei ragazzi, un discorso talmente infantile, talmente puerile e privo di sostanza, talmente contrario alle regole più elementari della democrazia che vogliono che se uno non ti ascolta per due anni continui a manifestare per altri due, da apparire quasi ridicolo se non avessimo dinanzi agli occhi gli incidenti di Roma. Ma il dramma vero, l’altra sera, era nella incapacità di comprendere di quelli che erano in studio, il tentativo altrettanto puerile di voler ricondurre questa protesta in categorie già note, in qualcosa di già visto, di voler rendere quei volti duri meno inquietanti facendo finta di averli già incontrati in passato. Non è così, questi sono i figli della più grande crisi del dopoguerra, sono i randagi della società capitalistica, quelli costretti a razzolare tra i rifiuti ed accontentarsi degli avanzi, sono i nuovi paria di questa società che sta evolvendo in una struttura a caste chiuse. Il culmine della idiozia è stato raggiunto quando un giornalista, dalla lingua sempre pronta a lambire deretani padronali, ha cercato di spiegare ai ragazzi che il loro vero nemico è lo stato sociale e che la loro battaglia dovrebbe essere quella contro i pochi diritti che ancora gli restano. L’avrei preso a sassate io.

Quanto al fatto che mentre Roma andava in fiamme in parlamento si assisteva ad atti di pubblica prostituzione e ancora una volta fascisti e corrotti potevano brindare al fatto che la madre dei servi senza dignità è prolifica quanto quella degli idioti, è molto meno significativo di quanto si pensi. Questa è una crisi di sistema, una crisi globale e profonda del sistema capitalistico, che sta svelando la sua vera e spietata faccia. L’immondo spettacolo della politica italiana è solo uno squallido corollario all’immondo spettacolo di un mondo diviso in due, di masse di morti di fame ed elite orgiastiche che si abbandonano ai loro baccanali, di metà mondo che spreca e metà mondo che muore per permettere alla prima di sprecare.

Non ho soluzioni da proporre per questa crisi, credo che la grande maggioranza dei ragazzi che protestano sia pacifica e che non si ripeteranno altri incidenti come quello di Roma ma questo non risolverà né il problema né la crisi. Servirà solo a procrastinare gli eventi, perché in fondo a questo tunnel, e questo deve essere chiaro a tutti, se non si interviene con una radicale inversione di marcia, c’è solo la tragedia.

Servirà solo a dare un po’ di respiro ai cialtroni che ci governano, a regalarci ancora per qualche tempo l’illusione di vivere in democrazia e di poter scegliere in libertà.

L’ultima volta ci sono volute due guerre mondiali per risolvere la situazione. Speriamo che la Storia, per una volta, sia buona maestra.

Chiudo con una frase di un comico, perché ormai è dimostrato che i comici vedono più lontano dei saggi in questo mondo grottesco:

“In fondo a ogni uomo d’affari c’è un assassino”

Charlie Chaplin

Categorie:Cronaca

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