A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La fine della scuola


E’ strano che la notizia del rifiuto da parte di numerosissimi collegi docenti di sottoporsi alla sperimentazione della valutazione proposta dal ministro della pubblica (d)istruzione non abbia avuto neppure l’onore di una prima pagina. Una magnifica occasione persa per prendersela con gli insegnanti, forse la categoria più odiata nel nostro paese dopo i politici. Ma si sa, gli insegnanti fanno notizia solo se si fanno palpare o palpano il posteriore agli alunni o se abusano del loro ruolo, se cercano di far valere i propri diritti, non interessano a nessuno.

Ma perché i docenti rifiutano la valutazione?

Bisogna fare un premessa prima di rispondere a questa domanda. La valutazione proposta dal ministro viene effettuata, in base a criteri assolutamente non chiariti e non specificati, da una commissione formata da due docenti eletti dal collegio che hanno la sfiga di essere rispettati dai colleghi ma di non poter essere valutati per il merito, dalla dirigente scolastica e da due rappresentanti dei genitori. Perché i docenti rifiutano la valutazione? Perché non si fidano  della buona fede dei colleghi, perché si fidano ancora meno della buona fede dei dirigenti e non si fidano per nulla della buona fede di alcuni genitori.

La scuola non è un’isola felice, anzi, negli ultimi anni è diventata sempre più un’isola infelice. Rivalità, gelosie, invidie sono all’ordine del giorno nelle aule professori e, spesso, si trasformano in meschine ripicche personali, spiate, delazioni. Non è un ambiente diverso da quello di qualunque altro posto di lavoro. Proprio per questo è assolutamente fuori luogo inserire in questo fantomatico comitato di valutazione degli insegnanti. La valutazione dei colleghi è troppo legata a considerazioni personali, idiosincrasie, antipatie o simpatie per possedere l’obiettività necessaria. Il problema non è,ovviamente, la mancanza di degne persone, ma un principio sbagliato alla radice.

Veniamo ai dirigenti. Da sindacalista ho una naturale antipatia per la categoria che rappresenta la mia controparte e dunque non pretendo di essere minimamente obiettivo. Per la mia esperienza, i dirigenti si dividono in due categorie: quelli inutili e quelli dannosi. Tutte e due le categorie hanno uno scopo comune: evitare problemi e, quando possibile, scaricare le responsabilità sui sottoposti. Non c’è dirigente che non si presenti al collegio docenti affermando di essere “uno di noi”, chiedendo collaborazione e comprensione, lamentandosi assolutamente giustamente degli oneri e delle responsabilità che il governo mette sulle sue spalle. Peccato che omettano tutti un particolare: il loro è un lavoro ben pagato, il nostro no. peccato che quando chiedono solidarietà questa si traduca, spesso, nella richiesta di un supplemento d’impegno da parte dei docenti, ovviamente non retribuito.

Chi lavora nella scuola sa che il collegio deve stare bene attento nelle sue delibere altrimenti si rischia di lavorare più del dovuto, di rinunciare ai propri diritti, di gettarsi la zappa sui piedi perché anche il migliore dei dirigenti è felice quando può affermare: “Il collegio non ha deliberato”.

Non svelo nulla se dico che in ogni scuola il dirigente cerca di crearsi un piccolo nucleo di persone fidate con cui fare muro e cercare, se possibile di dividere i collegi. I clientes sono una vecchia abitudine, nel nostro paese. Purtroppo, bisogna ammetterlo, spesso anche i rappresentanti sindacali che dovrebbero tutelare i diritti dei lavoratori, si inseriscono in questa poco nobile schiera. Ovvio che esistono dirigenti con i quali si può collaborare realmente, stabilire un rapporto di reciproca stima e collaborare al buon andamento della scuola. Non sono purtroppo la maggioranza e comunque, quando il gioco si fa duro, tutti stanno dalla parte del più forte, del Ministero. Vi sono obbligati dal loro ruolo? Vero. Non hanno spazio di manovra né libero arbitrio? Falso. Se tutti gli insegnanti italiani di ogni ordine e grado si limitassero a seguire le norme, le scuole si paralizzerebbero.

Pensate che alla luce di tutto questo i docenti possano accettare di essere valutati dal dirigente con cui magari hanno avuto un alterco il giorno prima della riunione del comitato  che mal tollera le critiche al suo operato? Anche il dirigente migliore non sta in classe durante le lezioni, non conosce il rapporto che si è creato con gli alunni, non ha gli strumenti per fare una valutazione obiettiva.

Stesso discorso per quanto riguarda i genitori che possono basarsi per il loro giudizio sul sentito dire di altri genitori o, peggio, dei ragazzi. Possono certamente valutare la cortesia e la disponibilità al dialogo degli insegnanti, la loro puntualità nell’informarli dei problemi e la capacità di trovare soluzione per risolverli, ma non tutto il resto.

Dunque gli insegnanti sono invalutabili?

No, anzi, saremmo lieti di essere valutati da un’agenzia non governativa, che si occupa solo di questo, che è inserita nel territorio e conosce i problemi dei ragazzi e delle famiglie, che segue quotidianamente il lavoro degli insegnanti sul campo senza interferire. Il mio sindacato è contrario a questo tipo di valutazione all’inglese, io ritengo che sia l’unica accettabile e obiettiva.

In realtà, questa porcheria allestita in modo dilettantistico dal ministero, mira ad alcuni risultati assolutamente chiari: dividere i collegi docenti creando una guerra tra poveri, aumentare il potere dei dirigenti e dei clientes, cancellare quei legami di solidarietà e di comune appartenenza che, nonostante tutto, ancora esistono nelle nostre scuole, dove un giorno ci si accoltella alle spalle ma quello dopo ci si dà ancora un mano. Si vuole sancire insomma la fine della scuola, la sua dissoluzione come presidio sociale, come ente preposto alla diffusione di valori etici e morali che, alla luce di quello che sta accadendo in queste ore, appaiono sempre più obsoleti nella nostra società.

Il rifiuto dei colleghi a farsi valutare, e avrò molto da dire in proposito in sindacato alla prossima riunione, è pura autodifesa, il disperato tentativo di non farsi strappare via anche l’ultimo valore rimasto agli insegnanti italiani (alla maggioranza, almeno): la dignità.

Noi non siamo in vendita, la scuola non è in vendita, se vogliono distruggerci facciano pure, ma senza il nostro permesso.

Naturalmente il ministero, i dirigenti, ecc. scaricheranno su di noi il fallimento della sperimentazione e quello della scuola italiana, con l’avallo di giornalisti che devono essere stati davvero pessimi alunni per mostrare un tale astio nei nostri confronti.

Ai ministri, agli Ichino, ai pontificatori di cazzate e luoghi comuni, ai qualunquisti, a tutti quelli che preferiscono scaricare sugli altri le loro responsabilità, a tutti quelli che pensano che lavoriamo quattro ore al giorno e rubiamo lo stipendio, dico solo questo: a stento, in silenzio, quotidianamente, modestamente, mestamente, rabbiosamente, noi serviamo lo stato, noi, e stiamo diventando gli unici in questo mare di fango, resistiamo.

Categorie:Cronaca

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