Se il ministro della (d)istruzione mettesse la metà dell’ardore che è solito usare per difendere il re nano anche quando è palesemente indifendibile, per curare gli affari del ministero che dovrebbe dirigere, probabilmente avremmo una scuola e una università  migliori di quelle che abbiamo.

Per altro, seppure lo zelo con cui svolge il proprio compito di brava cortigiana è ammirevole lo stesso non si può dire della lucidità delle sue argomentazioni. Liquidare infatti come “poche radical chic” le centinaia di migliaia di donne scese in piazza domenica scorsa è improprio semanticamente e falso oggettivamente. “Radical chic” è un termine inventato dallo scrittore statunitense Tom Wolfe (straordinario, leggete almeno “Il falò delle vanità”) per designare quell’intellighenzia liberal che flirtava distrattamente con l’ala più radicale del movimento di liberazione  dei neri. Dunque è una connotazione politica, impropria nel caso specifico in quanto domenica scorsa erano state espressamente messe al bando tutte le insegne politiche e alla manifestazione ha partecipato una folla politicamente eterogenea. Quanto al fatto che il rinvio a giudizio del premier viola la volontà dell’elettorato, qui siamo di fronte a una stupidaggine giuridica e a una menzogna. La stupidaggine giuridica è palese: se anche uno è stato eletto ma poi si macchia di reati gravi, la magistratura ha il dovere di agire. L’elezione, anche se molti sembrano pensare il contrario, non pone al di sopra del bene e del male. Il secondo dato di fatto, la bugia, sta nel considerare come immutabili i dati che hanno portato al trionfo personale del re nano a suo tempo. Ma poiché chi di sondaggi ferisce di sondaggi perisce, sono proprio i sondaggi di questi giorni a confermarci che la volontà dell’elettorato è cambiata e il re nano non è più gradito.

Chiosa personale: a mio parere, è inopportuno che un ministro delegato ad amministrare l’istruzione in un paese civile, dunque anche l’educazione civica, difenda pubblicamente un presunto sfruttatore di minorenni e attacchi quella magistratura e quelle leggi che sono il fondamento della civitas, la base su cui poggiano quei principi di uguaglianza e solidarietà che il ministro invita a spiegare agli alunni nelle aule del regno. E’ un po’ come se la Chiesa difendesse un pluridivorziato accusato di aver consumato rapporti sessuali a pagamento con una meretrice minorenne.

Due giorni fa ho visto il futuro della scuola, anzi ho visto il presente delle scuole europee e americane e il lontano, remoto futuro della nostra.  In Inghilterra, il governo ha fatto installare lavagne elettroniche multimediali in tutte le scuole e computer per tutti gli alunni, in tutte le scuole statali, of course. Negli Stati Uniti, addirittura, ci sono installazioni simili nei supermercati, così i ragazzi possono studiare mentre la mamma fa la spesa. Ho visto applicazioni multimediali per cellulari, la possibilità di seguire online i ragazzi da casa, durante i compiti, ecc.ecc. Software fantastici che accompagnano il ragazzo nell’apprendimento e facilitano il compìto degli insegnanti. 

Una rivoluzione nel concetto di  istruzione. non più l’insegnante che somministra il sapere, ma il ragazzo che apprende autonomamente, che si istruisce e l’insegnante che lo aiuta in questo compito.

Auto apprendimento con l’insostituibile apporto del fattore umano. Una nuova scuola. Insomma, ho visto cose che voi umani italiani non avete mai osato pensare.

Fantascienza? No. realtà. Fantascienza per il nostro paese, dove a scuola manca carta igienica e carta per lo fotocopiatrici, dove i computer sono obsoleti anche quando sono nuovi, dove gli edifici sono fatiscenti, dove il ministero sembra preoccuparsi più di creare una guerra fra poveri (insegnanti) che di avviare una rivoluzione tecnologica che cambi la scuola per portarla a livelli europei.

Provo rabbia a ripensare a quello che ho visto perché sono convinto che con quella tecnologia, gli insegnanti italiani, dalle elementari all’università, riuscirebbero a fare una rivoluzione del sapere, a perdere molti meno ragazzi per strada, a preparare meglio e in modo molto più efficace. Rabbia per la cecità di una amministrazione pubblica inesistente, preoccupata solo di sanzionare chi si ammala e di premiare chi china la testa, sempre presente quando si tratta di abbassare la scure, sempre assente quando è il momento di ripianare i debiti e investire per il futuro. Che il ministro negli ultimi mesi abbia alzato la voce più per difendere il padrone che per parlare seriamente di scuola, spiega più di tanti discorsi lo stato miserando in cui versa la scuola italiana.

Sono le contraddizioni di un governo che non sa neppure decidere se festeggiare i centocinquant’anni di unità, dove in Francia, Germania o Inghilterra si trasformerebbe la ricorrenza in un evento epocale.

Anni fa i miei alunni, in un film girato a scuola, ripetevano in coro: “Un paese senza memoria è un paese senza storia”. Sarebbe uno slogan ideale per l’Italia di questi ultimi anni.

Concludo dicendo che se un insegnante non fa il proprio dovere viene pesantemente sanzionato, secondo le nuove norme disciplinari introdotte dal secondo nano per i dipendenti statali, mi chiedo se questo principio valga anche per i ministri.  Perché da noi la legge è uguale per tutti, no?

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