A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Contro la storia e la realtà


Mentre il Maghreb si apre al mondo e soffia dal deserto un vento di rivolta che è aria fresca e pulita in un mondo sempre più soffocato dal potere del denaro e dalla tirannia più o meno occulta delle lobbies, l’Italia, nell’anno che celebra la sua unità, si riscopre sempre più piccola, meschina, soffocata da un esecutivo che, avendo terminato gli slogan e non possedendo la creatività necessaria per inventarne di nuovi, cerca di mantenersi disperatamente attaccato al potere nascondendo la realtà.

Così si spiega, ad esempio, il blitz sul federalismo con la richiesta della fiducia in Parlamento. La legge proposta da Calderoli e co. ha scontentato tutti, principalmente quelli che dovrebbero essere i maggiori beneficiari, i sindaci. E’ un testo confuso, contraddittorio, che fa acqua da tutte le parti, messo su in tutta fretta per necessità elettorali e per l’effettiva incapacità della Lega di produrre qualcosa di sensato ogni volta che le tocca uscire dal campo della demagogia e delle sparate razziste. Berlusconi ha capito che, se  vuole continuare ad avere l’appoggio di Bossi a cui è legato in un abbraccio mortale, quel testo,per quanto schifoso sia, va approvato, prima che la gente si renda conto di cosa sta varando il governo, prima che l’opposizione si risvegli dal decennale letargo e mostri tutta l’approssimazione e l’incapacità di questi pseudo legislatori. Ecco come si spiega la richiesta della fiducia su un provvedimento che, in una nazione normale, avrebbe dovuto essere oggetto di un ampio dibattito pubblico.

La disperazione del premier è viene fuori anche dalle recenti dichiarazioni deliranti sulle unioni gay e sulla scuola pubblica, tentativi disperati di ricostruire un feeling con la Chiesa e con la parte più reazionaria della destra. Il premier teme moltissimo Fini, nonostante le defezioni di questi giorni da Fli, non tanto quanto persona quanto per quell’idea di una destra europea e moderna che Berlusconi ha millantato per anni di voler costruire senza mai neppure cominciare. L’autoritarismo teme sempre le idee e per questo distrugge le scuole, dove si insegna ai ragazzi a usare la testa e lo spirito critico, a difendere le proprie opinioni rispettando quelle degli altri.

Nel quadro dell’occultamento della realtà va letto anche il giro di vite sull’informazione, il tentativo di cancellare quelle poche bolle di informazione libera che ancora resistono sulle reti nazionali, contrapponendogli dosi massicce di informazione di regime. La richiesta di impedire che un argomento venga affrontato più di una volta in televisione nel corso della stessa settimana, alla faccia del pluralismo, o quella di alternare Santoro a un conduttore di destra nella settimana successiva, sono penosi tentativi di impedire la libera circolazione delle idee, tentativi che non ricordano il Minculpop, mi permetto di obiettare a Santoro, ma la repubblica di Bananas di Woody Allen. Parlare di equa circolazione delle opinioni in un regime quasi monopolistico di gestione dei mass media da parte del governo può suscitare soltanto amari sorrisi.

Quello che questo pugno di attempati signori non riesce a comprendere è che nel mondo di oggi cercare di controllare l’informazione è come provare a svuotare il mare con un secchiello. Wikileaks ha tracciato un solco profondo nella storia dei mass media e ha portato prepotentemente alla ribalta la rete, rete che è protagonista importante del sommovimento epocale del Maghreb. Nessuno può controllare internet, perché un proxy server è più facile da allestire di un ponte radio e più difficile da scovare, perché una email o un filmato corrono in rete veloci quanto il pensiero e arrivano a destinazione prima di qualsiasi censore. Le rivoluzioni locali a cui stiamo assistendo sono lo specchio di una rivoluzione globale, quella della comunicazione e del trasferimento delle informazioni, con cui le democrazie di tutto il mondo dovranno presto o tardi fare i conti.

Internet trasforma ogni utente che si connette in rete in un membro di una gigantesca agorà dove il confronto, il dibattito, lo scambio, sono liberi, non regolati né regolabili. Nel nostro paese sono già state organizzate manifestazioni importanti attraverso i social network e la rete, siamo solo all’inizio ma la tecnologia digitale è veloce e progredisce in tempi straordinariamente brevi. La televisione, così come la vede il presidente del Consiglio, è uno strumento ancora potente ma in declino, specie nei confronti dei giovani, delle generazione dei digital native, quelli che non possono immaginare un mondo senza computer. Ancora più elusiva è la carta stampata quando si trasforma in bit, con la possibilità di dare in tempo reale le notizie che una volta apparivano il giorno dopo. Senza parlare della tribù dei blogger, del self journalism, che nel bene e nel male è una espressione di democrazia fattiva, reale che si contrappone alla democrazia spesso illusoria della politica. Un vero incubo nella mente di chi crede che per mantenere il potere basti cancellare ammutolire chi dissente.

Tutto questo non si può regolamentare né controllare e può trasformarsi in una cassa di risonanza straordinaria per le istanze di chi vuole rivendicare a voce alta la propria libertà. Tutto questo, per fortuna, sfugge a un governo che pensa a eliminare il peer-to-peer per tutelare gli interessi di pochi e non si accorge (per fortuna) che il peer-to-peer della democrazia reale, delle idee, cresce ogni giorno di più e allunga la sua ombra su un potere polveroso che ha fatto il suo tempo.

Il governo italiano sta conducendo una battaglia disperata contro la realtà, cercando di alterarla e modificarla a proprio piacimento e contro la storia, che sta cambiando gli equilibri del mondo. Non è possibile ridurre la questione del Maghreb a un problema di profughi, così come non è possibile cercare di monopolizzare l’informazione pubblica in un paese democratico. Ancora una volta il governo dimostra di non saper guardare lontano, di avere come unico obiettivo il mantenimento del potere a qualunque costo.

Se Orwell avesse fatto in tempo a conoscere la rete, forse avrebbe scritto un finale diverso per il suo capolavoro, meno amaro e disperato e più aperto alla speranza. Perché nel web non c’è posto per il Grande fratello.

Categorie:Attualità

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