Che l’ipocrisia nel nostro paese sia ormai assurta a unica regola di vita, è cosa nota, non si deve però commettere l’errore di attribuire lo squallido sentimento solo a una parte politica, quella al momento dominante, a rischio di crudeli disillusioni quando, si spera presto, il canuto e satiriaco nano bagonghi  adesso sul trono verrà finalmente esautorato e libererà il paese dopo quindici anni di devastante dominio.

Molti sono i  sepolcri imbiancati che in questi giorni prendono le difese della scuola pubblica, indignati e schifati dalle recenti e, come al solito, maldestre e inopportune esternazioni del premier. Sepolcri imbiancati perché l’assurda  e generosa elargizione di fondi alle scuole private (leggi cattoliche) fu decisa proprio dal ministro Berlinguer, nell’ambito della sua riforma scolastica, origine di tutti i mali recenti della nostra scuola e apripista del macello compiuto dalla Gelmini. La sinistra aveva bisogno di ottenere l’appoggio dell’elettorato cattolico ex democristiano e come soluzione trovò quella di effettuare un generoso obolo alle scuole private. Da allora le porcherie non si contano, a partire dal trattamento riservato dai governi di destra e di sinistra al precariato. Va anche detto che l’esperto dei fatti di scuola del centro sinistra è un losco figuro a nome Ichino che, forse traslando la propria esperienza personale, è solito blaterare sul Corriere della sera di professori che leggono il giornale in classe, di sprechi innominabili, di una scuola (inesistente nella realtà) dipinta come una specie di paradiso di Bengodi dove gli insegnanti, casta intoccabile di privilegiati, folleggiano amabilmente. La realtà, purtroppo, è ben diversa.

Gli insegnanti sono una categoria assai impopolare, per il semplice fatto che chiunque, ritiene di saper svolgere il loro lavoro meglio, chiunque ritiene di aver voce in capitolo per giudicare programmi, modalità di svolgimento degli stessi, capacità, vizi e virtù dei docenti. Mentre non si è mai visto qualcuno andare da un macchinista a spiegare come si guida un treno, è un evento ormai quotidiano veder piombare in sala professori un genitore che possiede il dono dell’insegnamento e vuole generosamente elargirlo agli astanti. La stessa stampa che oggi disegna i docenti come degli eroi che combattono sprezzanti la loro lotta per il trionfo della cultura e della civiltà, fino a ieri pubblicava in prima pagina studenti che palpeggiano le natiche della supplente, professori che rollano spinelli, maestre che schiaffeggiano bambini, come se quella fosse la regola della scuola italiana e non una deprecabile anomalia. Il problema dei genitori è che pensano solo al loro pargolo, giustamente, mentre un insegnante deve pensare alla classe solo lui ha il polso della situazione in mano. Il problema dei giornalisti, a giudicare da come scrivono molti, è quello di essere stati alunni assai poco dotati adesso in grado di consumare l’agognata vendetta nei confronti dei loro aguzzini.

Con questo discorso non voglio dire che nella scuola italiana vada tutto bene. Il modello che è stato copiato in tutta Europa non funziona più da anni. Il tempo prolungato era una opportunità di crescita formativa e si è trasformato, nelle scuole di periferia, in una sorta di refugium peccatorum, un ghetto di quelli che sarebbero così graditi alla Lega di questi tempi. Nella scuola superiore, in effetti, c’era una miriade di indirizzi assolutamente sovrabbondanti e una riforma era necessaria, così come era necessaria una riforma dell’Università. Non c’era invece alcun motivo di toccare la scuola elementare, che aveva resistito e mantenuto alti livelli qualitativi.  I problemi della scuola media, lasciatemela chiamare ancora così, sono dovuti al fatto che, lavorando su alunni preadolescenti e adolescenti, i problemi sociali e familiari  si riflettono sui ragazzi più direttamente che alle elementari e alle superiori, hanno effetti più profondi e duraturi. Sarebbe stato necessario un rinnovamento dei programmi, l’introduzione di innovazioni tecnologiche, come le Lim e i computer in ogni classe (vedi Inghilterra), la normativizzazione del cooperative learning come regola e non come estemporaneo esperimento osteggiato sia dai dirigenti che dai docenti meno propensi al nuovo. Tutto questo sarebbe stato possibile se, come in Francia, si fosse aperto un grande dibattito pubblico sulla scuola. Questo non è stato fatto né dalla destra né dalla sinistra. Berlinguer, con la sua riforma, ha aperto la strada alla macelleria ma molti nella scuola avevano avvertito la sinistra di non dare il via a una riforma confusa e incomprensibile in molti punti che lasciava aperta la porta a  quello che poi è arrivato. Certo, i tagli di questo governo sono ingiustificati e ingiustificabili, sono state fatte solo operazioni di facciata, come il ritorno al voto numerico, senza mettere mano a quelle riforme strutturali necessarie che avrebbero necessitato di uno sforzo economico maggiore, come accaduto anche in tempo di crisi negli altri grandi paesi, Germania e Stati uniti in primis, e non di tagli draconiani. Particolarmente assurda è stata la trovata del maestro unico, un  ritorno al passato insensato e fuori dal tempo, che ha collaborato a rovinare anche la scuola elementare e a rendere impossibile il lavoro delle maestre, ancora più malpagate e3 bistrattate dei già malpagatissimi professori. La riforma delle superiori ha avuto esclusivamente una logica legata ai tagli e non alla modernizzazione degli indirizzi e dei programmi  e sull’Università basta dire che non è stato risolto nessuno dei problemi reali che l’affliggevano, si è solo reso l’accesso agli atenei più difficile per chi non ha il portafoglio pieno.

Non mi sento per nulla tutelato, in quanto insegnante, dalle raccolte firme e dalle dichiarazioni di stima che in questi giorni pullulano sul web e sui mezzi d’informazione liberi, so benissimo che, alla prima occasione, tutti torneranno a sparare sulla scuola pubblica che, nell’immaginario collettivo, dovrebbe essere una sorta di panacea in grado di guarire tutti i mali della società. Dovremmo risolvere il problema della droga, insegnare l’educazione stradale e quella sessuale, instillare nei ragazzi il piacere delle lettura, dell’arte, della musica (con sempre meno ore a disposizione ), venire incontro alle esigenze e ai desideri delle famiglie e variare l’offerta formativa (lavorando gratis), funzionare da doposcuola e, perché no, lavorare anche durante le feste per permettere ai genitori stressati un sano relax. Non sto esagerando, si tratta di pretese espresse più volte da esperti che non hanno mai messo piede in un’aula e non conoscono minimamente quanto sia difficile oggi aver a che fare con ragazzi che spesso hanno già subito un numero di sconfitte dalla vita che va molto oltre la soglia di tollerabilità.

Il problema annoso è che il ministro di turno ha sempre in mente la scuola del Mulino bianco, famiglie che si svegliano sorridenti e bambini pulitissimi e lindi che si avviano felici ad abbeverarsi alla fonte del sapere, accolti da maestre e maestri sorridenti e un pò stolidi. La realtà è ben diversa. La realtà è che in molte scuole italiane si combatte una battaglia continua per strappare i ragazzi  a mostri che si chiamano criminalità organizzata, tossicodipendenza, emarginazione. Spesso la vinciamo questa battaglia, ma l’opinione pubblica viene a conoscenza solo delle grandi sconfitte e delle deviazioni, i piccoli, fondamentali trionfi non vengono mai messi in evidenza. A noi insegnanti va bene così, noi viviamo di scuola, non per la scuola, diamo quello che possiamo e quando incontriamo un alunno che rischiava una cattiva strada che ci saluta da lontano con una tuta da operaio, proviamo quella soddisfazione che nasce dall’aver svolto al meglio il nostro lavoro, dall’aver dato un piccolo contributo a creare una persona onesta. Voi che avete firmato petizioni sulla scuola pubblica, ricordatevi di noi anche quando il governo avrà cambiato colore, pretendete una scuola pubblica migliore anche allora, state al nostro fianco quando scenderemo in piazza anche per tutelare il diritto a una istruzione adeguata per i vostri figli e non solo per protestare contro stipendi da fame. Altrimenti sarà stato inutile, altrimenti sarà stato solo un altro bagno d’ipocrisia.

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