A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La sottile linea rossa da Tokio a Tripoli


Il 24 Marzo di 31 anni fa, il cardinale Romero veniva assassinato nella cattedrale di San Salvador. Era un eroe, come tale viene celebrato dalle chiese protestanti, che hanno dedicato il 24 Marzo, in suo onore, alla lotta per i diritti umani, ma non dalla Chiesa cattolica, che beatifica solo gli anticomunisti o le vittime del comunismo. Obama, qualche giorno fa, è andato a rendere omaggio alla sua tomba. Un fatto storico, perché Romero venne assassinato con il beneplacito degli americani, guidati allora da Reagan. Con quel semplice gesto, Obama ha ripudiato cinquant’anni di soprusi statunitensi a danno dei cugini latinoamericani, cinquant’anni di stermini di massa, omicidi politici, colpi di stato, squadroni della morte, commessi in nome del sogno americano. Nacque in quel clima, per giustificare quella ingiustificabile serie di nefandezze, quella che Chomsky chiama “La fabbrica del consenso” e noi abbiamo ribattezzato “la macchina del fango”, ovvero l’impiego massiccio dei mass media allo scopo di impedire che la popolazione possa ribellarsi ad atti che vanno contro la morale, l’etica, la religione. Mass media usati quindi per mentire, alterare i fatti, dare una visione distorta della realtà.

Esattamente questo sta succedendo in questi giorni con le notizie che campeggiano sulle prime pagine dei giornali: l’attacco alla Libia e lo Tsunami in Giappone. Sono pochissimi quelli che vedono un evidente collegamento tra questi due fatti e nessuno di questi scrive sui giornali a più ampia tiratura. Eppure la realtà è sotto gli occhi di tutti. Il Giappone è stato colpito da un violentissimo terremoto e dallo Tsunami ma i danni più rilevanti rischiano di essere quelli creati dai danni allecentrali nucleari. L’opinione pubblica mondiale è sconvolta e nonostante i penosi tentativi di occultare la verità, questa, ormai, è sotto gli occhi di tutti: il nucleare è una tecnologia ad alto rischio, perfino nell’ipertecnologico Giappone. E’ necessario un ripensamento sulle modalità di approvvigionamento energetico soprattutto da parte di quei paesi, come la Francia e gli U.S.A. che hanno puntato massicciamente sul nucleare. Esiste il rischio concreto di una nuova crisi economica globale. Dov’è la soluzione? Semplice, la soluzione è a portata di mano, offerta su un piatto d’argento: il petrolio libico. Il petrolio significa denaro, potere, energia, esattamente quello di cui Francia, Stati Uniti, Inghilterra, hanno bisogno in questo momento. Ne hanno bisogno perché altrimenti rischiano la bancarotta. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico al cui confronto il nostro sembra un paese di oculati risparmiatori. Se la Cina decidesse di non accollarselo più, se le potenze emergenti decidessero di diventare potenze dominanti, gli Stati Uniti si scioglierebbero come neve al sole e con loro, l’Europa, incapace di trovare una alternativa alla sopravvivenza alla loro ombra. Se la Libia non avesse offerto su un piatto d’argento la possibilità di impadronirsi delle sue risorse, al loro posto ci sarebbero probabilmente gli iraniani. La guerra è sempre un ottimo affare, in tempi di crisi, rilancia per un pò l’economia e permette di rubare al prossimo.

Per quanto può durare questo sistema basato sulla ricchezza di pochi a spese di molti? Quante altre catastrofi, apocalissi, guerre dovremo vedere prima di capire che il sistema è marcio, finito, morto, che la strada intrapresa dall’Occidente porta solo alla distruzione del pianeta? La fabbrica del consenso sta lavorando a pieno ritmo anche in questi giorni. Voci autorevoli, da destra e da sinistra, affermano l’assoluta impossibilità dell’Italia di sottrarsi all’intervento in Libia. Una enorme, scandalosa bugia. L’Italia aveva il dovere morale di sottrarsi e di svolgere quel ruolo di mediazione che, prima dell’avvento di Berlusconi, le era sempre stato riconosciuto a livello internazionale. L’Italia non aveva alcun interesse a inimicarsi un paese amico e vicino  mentre avrebbe avuto tutto l’interesse a evitarla, questa guerra. Ma la fabbrica del consenso continua, affermando che i massacri del rais giustificano comunque la necessità di un intervento, anche se i motivi veri sono economici. Bene, come la mettiamo col Darfur? Col Tibet? Con l’Arabia saudita e con le altre centinaia di paesi in cui il diritto del popolo all’autodeterminazione e i diritti umani vengono allegramente violati da anni nell’indifferenza più totale? Poi la fabbrica del consenso attacca i pacifisti, tacciandoli di essere dei Soloni, dei duri e puri che non comprendono la necessità della realpolitik. Gino Strada ha proposto varie soluzioni per la risoluzione del conflitto libico, tutte praticabili, tutte diverse dall’intervento armato, tutte realistiche e concrete.

La verità è che il disastro giapponese è un segnale d’allarme, un invito crudele a cambiare rotta, ad abbassare livelli di vita ormai insostenibili e a pensare, tutti, nessuno escluso, a come risparmiare le risorse, ottimizzare i consumi, rispettare l’ambiente. E’ lo stesso invito che proviene dalle popolazioni del Maghreb che non vogliono bombe sulle loro teste ma una ripartizione della ricchezza più equa, la fine delle spoliazioni delle loro risorse da parte degli occidentali. Meno ricchezza per tutti significa più giustizia, meno benessere per tutti, significa un grande passo avanti per chi il benessere non ha mai neppure potuto sognarlo. E’ questa la sfida che ci lancia lo Tsunami, insieme a un sinistro ammonimento. Il sistema capitalista con le sue fabbriche del consenso, il suo scientismo tronfio e vacuo, le sue false sicurezza, non sembra in grado di raccoglierla. Come non sembra in grado di raccoglierla la Chiesa che, nell’anniversario della morte di uno dei suoi martiri, difensore della libertà e dei diritti degli ultimi, non solo dimentica, come sempre, di ricordarlo ma evita di lanciare un monito severo a chi pretende di portare la pace con le bombe. Non c’è speranza, dunque? Dobbiamo rassegnarci a una crisi dopo l’altra, una guerra dopo l’altra, un disastro dopo l’altro in nome del dio denaro? Io credo che una alternativa ad un mondo migliore ci isa, credo che un mondo migliore sia possibile e che questo slogan, massacrato dai manganelli a Genova nel 2001, debba essere tirato fuori di nuovo e urlato a voce sempre più alta da soffocare il frastuono delle bombe, talmente alta da spezzare i manganelli del potere. La speranza è nei prolet, ha scritto un giorno qualcuno che aveva visto molto lontano. Lo credo anch’io. La speranza è nei prolet.

Categorie:Attualità

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