A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Mulini a vento


Torno da una riunione con i rappresentanti dei genitori abbastanza avvilito. In queste occasioni ci si confronta apertamente, senza troppe remore né da una parte né dall’altra. Ogni volta io e i colleghi ci rendiamo conto di partire da presupposti diversi da quelli dei genitori, di non avere quel retroterra comune che sarebbe il minimo indispensabile per costruire quel progetto educativo di cui tanto parlano pedagoghi (genia malnata) e pseudo esperti di istruzione (genia ancora peggiore).

Da un lato gli insegnanti, almeno la maggior parte, quelli con cui mi identifico, con cui scambio pareri e consigli, hanno come obiettivo primario quello di sviluppare nei ragazzi lo spirito critico, di farli ragionare con la propria testa, di collaborare perché diventino persone migliori di noi, più oneste, più sincere, più aperte e meno formalmente ipocrite. Dalle famiglie ci viene una richiesta in senso opposto: rispetto ferreo delle regole, punizioni, sanzioni, coercizioni, disciplina e nozioni. Sono tutte brave persone, ottime persone, responsabili e preoccupate dell’avvenire dei figli, le loro critiche sono ferme ma educate, portate con rispetto e non per amor di polemica; questo fa ancora più rabbia, ti chiedi perché non riescono a comprendere che la scuola che hanno in mente non forma persone, forma conformisti, soldatini, più probabilmente, servi. Mi chiedo se il vivere in un paese senza regole, dove chi può va avanti a spese degli altri, non abbia generato nella gente comune una sorta di nevrosi normativa che si evidenzia nelle liti per i sorpassi nella fila all’ufficio postale, nelle baruffe condominiali, a scuola. E’ come se dovessero per forza, per guardare avanti con fiducia, per sopravvivere, trovare un terreno dove le norme debbano essere chiare, rigide non interpretabili. Dimenticano che i loro figli sono degli adolescenti, ribelli per natura, che vivono quella stagione terribile e splendida che finiranno per rimpiangere, perché è la stagione dei grandi sogni e delle possibilità, quella dove ogni strada appare praticabile, la stagione che anticipa quella delle porte che si chiudono e del ridimensionamento dei sogni, delle aspettative, della vita. Arriverà fin troppo presto per loro il tempo dei regolamenti, della testa da chinare, delle botte, non trovo sia morale tarpare loro le ali, penso invece che sia il momento migliore per provare ad insegnare loro quale strumento meraviglioso sia il loro cervello, quanto sia straordinario il loro essere unici e quanto sia importante crearsi le proprie opinioni su tutto. Se poi si riesce anche a farci entrare la bellezza, in tutto questo, se si riesce a farli viaggiare con Dante e Manzoni, bene, anzi molto, molto meglio. Per altro chi scrive è solito torturare i suoi studenti  dettandogli per ore appunti di letteratura, dunque si può educare la mente senza per questo trascurare la cultura. Anzi, l’ideale sarebbe educare la mente con la cultura.

Quando nella riunione ho parlato di razzismo, per altro constatando come la situazione nel quartiere e a scuola sia molto migliorata, ecco la botta, il nervo scoperto, la reazione di chi si sente accusato. “Io non sono razzista ma…”, “Io gli stranieri li invito anche a casa a mangiare..”, “Perché qui non c’è nessuno straniero?” (per altro, c’era).

Non voglio offendere nessuno. Quelle presenti erano tutte brave e degne persone come lo sono quasi tutti i genitori con cui ho avuto a che fare nella mia carriera scolastica. Non sono razzisti, non sono intolleranti, molti, probabilmente, votano come me e tutti, ne sono certo, si saranno sentiti offesi per questa guerra e avranno provato pietà per quei disgraziati a Lampedusa. Bisogna rispettare la gente, sempre, per questo non gli spiego che con quei “ma”, con quei “li invito anche a casa” creano già una distanza, mettono in risalto una differenza, sottintendono un “noi” e dunque un “loro”. Non è razzismo, certo, ma è comunque diffidenza, forse naturale paura del diverso, è comunque un atteggiamento che mi ferisce e mi fa incazzare perché io, figlio di meridionali immigrati, senza terra sotto i piedi, che da piccolo per i miei compagni “non sembravo siciliano”, io che ho fatto decine di viaggi Genova-Messina, che conosco l’odore della seconda classe e le valige di cartone e gli assurdi, pantagruelici panini che mi preparava mia nonna e che dividevo con gli altri assurdi, pantagruelici pasti degli altri meridionali immigrati stipati come sardine su treni cronicamente in ritardo, sento come miei fratelli i disperati di Lampedusa, mi sento vicino al senegalese che cerca di vendermi il suo elefantino, mi sento affine al marocchino che mi vende la focaccia la mattina e all’ecuadoriano che mi vende la frutta, sono molto più vicini a me loro di Bossi e del suo cinismo razzista, delle balle demagogiche del più vergognoso presidente del consiglio che la repubblica italiana abbia mai avuto, sono molto più vicini a me dei bravi borghesi che incontro per le vie del centro e magari incrocio di nuovo nei vicoli, dove io vado a comprare il thè verde in una certa erboristeria e loro svoltano negli angoli bui dove fanno quello che altri, probabilmente  a loro modo di vedere, più fortunati, fanno pubblicamente vantandosi. Se qualcuno non ha capito cosa intendo, ascolti “La città vecchia” di De Andrè.

Torno a casa e mi fa un po’ schifo essere italiano, non per le brave persone che in buona fede difendono le loro ragioni, no,anche se vorrei che ricordassero da dove veniamo tutti, anche se vorrei che capissero che se non ci si dà una mano tra noi, povera gente che tira avanti, se non si ritrova la solidarietà, se non ci si sente tutti su quelle barche stracolme di disperati, il futuro sarà un po’ più grigio, forse anche nero, se continua così. No, mi fa schifo essere italiano per la gente che ci rappresenta, capace di speculare su tutto per un po’ di potere o, peggio, per trenta denari. Mi fa schifo essere italiano perché ci hanno fatto diventare così, diffidenti, chiusi, pieni di paure. Mi fa schifo essere italiano perché questo paese non conosce più la pietà, perché nessuno scende in piazza per quei disgraziati di Lampedusa, perché non sappiamo neppure più vergognarci.

Sempre più spesso, quando sono in classe, mi chiedo cosa ci sto a fare, se sia morale e giusto insegnare ai ragazzi a combattere contro i mulini a vento dell’ingiustizia, del razzismo, dell’egoismo e, quello più grande di tutti, il mulino dell’indifferenza. Li rendo più forti o più deboli, questi ragazzi? Regalo loro una possibilità o solo illusioni dicendo che con il lavoro e l’impegno e la passione si può diventare ciò che si vuole, ci si può realizzare come persone a patto di essere onesti e sinceri con sé stessi?

Non sono bravo a metterli in fila per due col resto di quattro, mi dispiace per quei genitori, non è il mio mestiere quello. Io insegno a capire il mistero che si nasconde dietro le parole, a scoprire che i libri hanno un’anima e che ogni scrittore parlava di noi, sì proprio di noi. Io insegno che se si vuole cambiare il mondo, bisogna cambiare prima di tutto sé stessi, se si vuole che gli altri rispettino le regole, dobbiamo rispettare per prime le nostre, spietatamente, senza eccezioni. E se ridono e scherzano quando li accompagno all’uscita, se la fila non è perfetta, se escono disordinati e felici, sorridenti e contenti di stare insieme, qualunque sia il loro colore della pelle, beh allora io ho fatto bene il mio lavoro e i ragazzi il loro, quello più bello del mondo.

Categorie:La scuola

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