A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Guardando la pagliuzza negli occhi di Bob Dylan


Bob Dylan ha suonato in Cina in questi ultimi giorni. La notizia, di per sé eclatante, ha scatenato un mare di polemiche che dimostrano, ed è il motivo per cui scrivo queste righe, una volta di più quanto il mondo dei media sia ipocrita, ignorante, falso e approssimativo, aumentando la rabbia per essere governati da un cialtrone che sa usare alla perfezione quella categoria di cialtroni.

Dylan, che non è più un cantautore “politico” da trent’anni e, in senso stretto, non lo è mai stato, è stato accusato di aver obbedito al governo cinese che gli ha chiesto di togliere alcune delle sue canzoni “di protesta” dalla scaletta. Detto per inciso, in oriente  tutti gli artisti devono sottoporre le scalette ai governi, accadeva anche in Giappone, dove hanno suonato i più grandi artisti del mondo.

Un primo dato esilarante è che negli anni 70, durante la prima tourné in Giappone, Dyaln venne accusato dallo stesso gruppo di idioti, i critici dei più importanti quotidiani americani, perché il governo giapponese gli aveva chiesto di inserire quelle stesse canzoni che oggi ha tolto, e lui lo aveva fatto di malavoglia, perché voleva suonare le canzoni nuove.

Altro dato esilarante: l’accusa di aver preso i soldi da un paese che viola i diritti umani. I più grandi quotidiani americani sopravvivono grazie al fatto che la Cina si è accollata la maggior parte del debito pubblico americano e tiene gli USA per il collo. Prendono, di fatto, i soldi dai cinesi. Seguendo lo stesso criterio, Dylan non dovrebbe accettare i soldi americani, viste le violazioni dei diritti umani a Guantanamo e in Iraq, o i soldi europei, visto che abbiamo portato la pace a suon di bombe e uranio impoverito nei balcani e stiamo facendo lo stesso in Libia. L’ipocrisia di queste affermazioni è talmente enorme da risultare grottesca. La mancanza di senso della misura e della decenza è ormai un marchio di fabbrica del giornalismo mondiale. Quando poi a far le pulci a Dylan è Il Giornale, cioè la principale fabbrica di letame mediatico d’Italia, ci si può solo spanciare dalle risate. Ma i bravi critici di sinistra non sono9 da meno.

Federico Rampini, grande giornalista quando sa di cosa parla, ha addirittura scritto su La Repubblica che  Dylan ha dovuto rinunciare a fare Hurricane canzone che:

1) Non è di protesta ma descrive un fatto di cronaca.

2) Dylan non esegue dal vivo da trent’anni.

Se poi i giornalisti avessero fatto qualcosa che non fanno mai, cioè documentarsi, si sarebbero accorti che nella scaletta delle canzoni suonate da Dylan c’erano: Senor, Desolation row, Higway61 revisited, Thunder on the mountain, Like a rolling stone, testi che senza ombra di dubbio, se  scritti da un artista cinese, lo farebbero finire in galera. Nella canzone di apertura, Gonna my way of thinking Dylan canta:

Cambierò il mio modo di pensare, mi farò un nuovo ordine di regole" e anche "Così tanta oppressione, non la sopporto più".

Non è protesta questa? Non sono parole che piovono come sassi cantati con la sua voce  di carta vetrata?

Perché allora questo stupido e insensato attacco mediatico?

La risposta è semplice: Dylan è un artista libero, ha sempre fatto di testa sua , ha sempre scelto, spesso sbagliando, quale dovesse essere la sua strada e la libertà, la sua e quella degli artisti come lui, fa paura all’establishment, lo disorienta, lo manda nel panico. La semplice sua presenza in Cina, il fatto che il governo di pechino abbia boicottato i suoi concerti, addirittura pubblicando una foto di Willie Nelson  al suo posto nel presentare l’evento sulla stampa, la dice lunga sulla potenza iconica ancora intatta in questo vecchio bluesman di settant’anni. Il fatto stesso che i principali quotidiani del mondo abbiano deciso di riempirlo di vagonate di merda, dimostra quanto l’anarchico, l’outsider che sceglie di andare contro tutte le regole, l’artista che segue solo la sua ispirazione, faccia ancora paura al potere e vada sempre e comunque sepolto fuori dalle mura.

E’ un apologo sulla società occidentale, questa vicenda, sull’impossibilità di essere liberi nei paesi che hanno la presunzione di portare la libertà agli altri con le bombe, sul fastidio che sempre provoca chi canta fuori dal coro, chi non si lascia inquadrare, chi non si cura del giudizio comune.

Azar Nafisi, scrittrice e intellettuale iraniana, ha deplorato il fatto che Dylan abbia cantato in Cina, lodando invece l’impegno civile di Joan Baez. E’ sintomatico. La Baez, grande artista, è sempre rimasta uguale a sé stessa, è  rimasta quella del ‘68, la musa folk del Greenwich Village. Ma la coerenza, nell’arte, non è un pregio. L’arte è anche crescita, cambiamento, mutamento di prospettiva, modo di guardare il mondo da un’angolazione diversa. I dischi di Joan Baez sono tutti uguali, nella sterminata discografia dylaniana non esiste un disco uguale all’altro. E’ la differenza che passa tra un grande artista e un mito. E’ anche quella sindrome nostalgica che opprime la sinistra in tutto il mondo, incapace di superare il ‘68 e di creare un nuovo linguaggio, più moderno, più vivo, più fruibile dalle nuove generazioni. Una sinistra che ritiene che l’arte debba ancora essere asservita all’ideologia esattamente per neutralizzarne il potere eversivo, per soffocare il suo urlo di libertà.

Perché la libertà da fastidio a tutti, a destra come a sinistra. perché destra e sinistra sono categorie inquadrate in schemi fissi, rigidi, immutabili. Chi ne esce fuori, viene esposto al pubblico ludibrio. La libertà fa paura, in un mondo che non la riconosce più e cerca costantemente di esorcizzarla.  Le canzoni non cambieranno mai il mondo, possono stare tranquilli  i nani e le ballerine che sorreggono il sistema, non cambieranno mai il mondo ma aiutano ad andare avanti e qualcuna fa anche pensare. Forse per questo, fanno ancora paura.

Categorie:Arte e spettacolo

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1 risposta

  1. perfettamente d’accordo con tutto quel che dici e alla fine Dylan ne ha anche ricavato un beneficio in termini di pubblicità
    ciao
    “è Dylan che ci indica la strada…” (cit.)

    Mi piace

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