La tentazione di postare su quanto sta accadendo nell’attuale quadro politico italiano è forte ma la necessità di ricorrere al turpiloquio, se non altro per riportare le frasi con cui senatori, deputati e insigni rappresentanti della maggioranza descrivono i loro avversari, mi frena, insieme alla tristezza e a un senso di nausea crescente. Ieri sera ho guardato per cinque minuti Ballarò giusto il tempo di vedere uno sdegnato Sacconi dare del guitto al povero Crozza, appena qualche secondo dopo aver assistito a una performance del suo padrone che, nel pomeriggio, aveva detto che i rappresentanti della sinistra non si lavano! Evidentemente, non esiste più la dignità del silenzio.

Parliamo invece di un tasto non meno dolente, la scuola pubblica, prendendo spunto dalle polemiche sull’Invalsi e da una iniziativa di alcune case editrici, tra cui la Laterza, che si sono riunite in difesa della scuola pubblica.

Sull’Invalsi ho la mia opinione e la esprimo con la chiarezza e la brutalità che, chi mi legge lo sa, mi sono soliti. Non ritengo che queste prove di valutazione delle scuole, altamente imperfette, meritino il coro sdegnato di improperi che si è levato da più parti. Tutto è perfettibile, ma ritengo che la classe docente e i sindacati che la rappresentano, debbano capire che non può più essere rinviato un serio sistema di valutazione dell’insegnamento, sistema che darà risultati sconfortanti. Molto meglio andare avanti per tentativi ed errori con l’Invalsi, piuttosto che ritrovarsi tra capo e collo, magari imposto da un governo “amico” con il silenzio complice di sindacati “amici”, un sistema di valutazione più draconiano e affidabile che non va sicuramente a vantaggio degli alunni, va certamente a svantaggio di molti docenti e rappresenta un incubo per la grande maggioranza dei dirigenti scolastici.

La scuola pubblica italiana non gode di buona salute, grazie anche alle maldestre riforme di destra e di sinistra, ai tagli e anche per gran colpa di dirigenti e docenti. Non riesce più a venire incontro alle necessità di una popolazione scolastica sempre più complessa, variegata, problematica. L’età media degli insegnanti è alta, molti guardano al computer come a un dio pagano, la possibilità di stabilire una comunicazione con le nuove generazioni   digital native è minima. A fare la differenza è ancora il fattore umano, la professionalità e, proprio per questo, lo ripeto, un sistema di valutazione delle scuole e, perché no, anche di remunerazione del merito, è opportuno e necessario.I buoni insegnanti vanno valorizzati e motivati mentre oggi capita che siano invidiati e vessati.La valutazione deve però investire la scuola in toto, a partire dai dirigenti e dunque essere affidata a un ente esterno, non governativo, indipendente, come in Inghilterra. Non è la posizione del mio sindacato ma è la posizione che io proporrò al mio sindacato quando apriremo i tavoli per discutere di questo e sarà sempre troppo tardi. Se si vuole far tornare la scuola italiana a livelli decenti bisogna investire sulle professionalità e se si vuole la professionalità bisogna pagarla. Quelli che credono che insegnare sia una missione e non un lavoro, hanno sbagliato mestiere. Insegnare è una helping profession, come dicono gli anglosassoni, che richiede grande preparazione e spessore umano, dato anche l’alto rischio di burn out  che comporta al giorno d’oggi. Nessuno biasima un medico che si fa pagare per un intervento difficile, non vedo perché si debba biasimare un insegnante che chiede di essere remunerato per la qualità del suo insegnamento. E questo è un punto che i sindacati ultimamente si scordano troppo spesso di mettere in chiaro.

Le case editrici che hanno lanciato l’appello per la scuola pubblica, sottolineano un problema fondamentale: l’indifferenza totale delle istituzioni e dell’opinione pubblica verso la scuola, l’incapacità di comprendere che una scuola pubblica debole è un attentato alla democrazia. Piero Calamandrei diceva che la scuola privata non è un male se esiste una scuola pubblica forte. La situazione non è cambiata e il principio vale anche oggi, anzi, vale soprattutto oggi.

La politica di questi ultimi quindici anni, orientata a una scuola supermercato dove il consumatore di sapere sceglie cosa vuole e lo compra, ci riporta, come afferma giustamente il direttore della Laterza, a trecento anni fa, ai precettori e a un sapere per pochi, gli eletti, quelli destinati a sostituire la classe dirigente che devono essere educati agli stessi valori. E’ la negazione della scuola democratica, della diffusione dei saperi, dell’eguaglianza intellettuale.

Ma c’è un altro aspetto, più inquietante  pericoloso. Con la sua politica distruttiva e le sue sparate da imbonitore contro la scuola pubblica e i suoi insegnanti il premier paga pegno a qualcuno a cui deve molto: la Chiesa e, più precisamente, la parte più reazionaria della Chiesa, quella rappresentata da Cl e dal suo braccio finanziario: Cdo. Il sogno della Chiesa di detenere il monopolio del sapere, di poter inculcare, loro sì, i propri valori, di poter modellare le nuove generazioni secondo i propri principi, non si è mai spento e ha ritrovato nuovo vigore con l’avvento della destra, Tutta la politica scolastica berlusconiana (ma aveva cominciato Dalema) è improntata a sviluppare la scuola privata, cioè a preparare il terreno alla disuguaglianza, a offrire opportunità a chi se le può permettere. Curiosamente, questo atteggiamento, è l’antitesi dello spirito evangelico, la negazione del solidarismo che dovrebbe essere alla base della dottrina sociale della Chiesa. Non è un caso se il tanto osannato Woytila ha disatteso i principi del Concilio vaticano II riportando indietro la lancetta del tempo della Chiesa, non è un caso se è stato beatificato proprio il 1 Maggio, festa laica per eccellenza, festa della solidarietà, del lavoro, dell’internazionalismo, di quei valori che una certa parte della Chiesa, purtroppo predominante a Roma, oggi ripudia. Si capisce allora perché una scuola laica, una libertà d’insegnamento piena, una scuola che insegni a usare il cervello, sviluppare lo spirito critico e decodificare almeno in minima parte il fiume di informazioni da cui siamo sommersi, dia fastidio. La Chiesa, e lo dico da cattolico, è uno stato totalitario, una monarchia obsoleta, una teocrazia che per sua stessa natura odia lo spirito critico e tende a riportare tutto ad usum dei. E’ anche una struttura politica vecchia di duemila anni e un importante bacino di voti che non intende rinunciare ai propri privilegi e che da tempo ha dimenticato chi erano Gesù Cristo e S. Francesco. E’ insomma il partner ideale di un venditore di fumo affetto da delirio di grandezza e disposto a qualsiasi compromesso per mantenere il potere. 

L’indifferenza con cui l’opinione pubblica segue i problemi della scuola, il disprezzo che riserva a noi insegnanti, i pregiudizi stantii che ci sentiamo ancora sbattere in faccia, preoccupano molto. Preoccupano perché la scuola pubblica, per mal ridotta che sia, è un presidio di democrazia, una garanza di uguaglianza, un esempio di pluralismo, una palestra di libertà. Tra molte famiglie consapevoli e responsabili e quella minoranza che ritiene che il miglior viatico per assicurare il benessere futuro alle proprie figlie sia quello di fargli allargare le gambe davanti a un ricco e anziano signore, c’è la grande marea delle famiglie indifferenti, che la scuola a volte la subiscono, a volte la sopportano ma non la capiscono, non si rendono conto che, spesso, offre ai loro figli l’unica possibilità di uscire da un ghetto, l’unica opportunità di una vita diversa. La colpa è anche di una classe docente stanca, demotivata, che non viene minimamente incentivata a dare di più e che vive costantemente sulla difensiva, in attesa della prossima mazzata. L’informazione sulla scuola poi, è penosa, asservita totalmente a interessi di parte, frammentaria, scandalistica, inesatta. Quando vedo un deputato “amico” in televisione parlare di scuola, l’istinto primario è quello di portare le mani alle gonadi e sperare in bene.

L’indifferenza è il virus peggiore che possa attecchire in una democrazia, la malattia più grave del nostro tempo. Mi auguro che l’iniziativa delle case editrici riceva il giusto spazio sugli organi di stampa e di informazione e che possa dare il via a un grande dibattito sulla scuola pubblica, serio, e aperto a tutti. Fino adesso abbiamo assistito solo a un fastidioso dialogo tra sordi.  Ultimamente anche molto maleducati.

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