A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Lunga vita e prosperità


Star Trek non è stato solo una serie di telefilm ma, mi riferisco in particolare alla prime tre serie, quelle col capitano Kirk e Spock, il vulcaniano con le orecchie a punta, è stato un evento culturale che ha creato un immaginario collettivo negli Stati Uniti e che da noi ha ancora un seguito quasi religioso di fans.

Durante un puntata di Star Trek ci fu il primo bacio interrazziale della storia della televisione americana, tra il capitano Kirk e la bellissima e nerissima Uhura, ma la serie affrontava, camuffandoli sotto la facile copertura della fantascienza, argomenti importanti: la guerra, il valore dell’amicizia, il rispetto dell’altro al di là dell’aspetto, del colore, della razza, in un momento storico in cui in America vigeva ancora un apartheid nascosto, l’importanza della pace e del dialogo mentre nel mondo reale imperversava la guerra fredda. I riferimenti culturali, le citazioni nascoste nei telefilm erano alti: Shakespeare, Sofocle, Milton, Dante, ecc. Non per nulla fu la serie in assoluto più seguita dagli studenti universitari: nei campus americani si sospendevano addirittura le lezioni quando andava in onda Star Trek.

I protagonisti della serie non hanno perso il vecchio smalto e la voglia di andare controcorrente,se è vero che l’ex capitano Sulu, George Takeì, primo asiatico a diventare protagonista in un telefilm e accanito sostenitore dei diritti civili, campeggia oggi sulle pagine dei giornali per il suo invito agli insegnanti delle scuole medie del Tennessee a pronunciare il suo cognome, Takei, invece della parola Gay, che da ieri è proibita. Un senatore del Tennessee, famoso per aver presentato una legge che richiedeva l’obbligatorietà del certificato di morte per i feti abortiti, è riuscito infatti a far approvare dal governo di quello stato una legge che proibisce di parlare di omosessualità alle scuole medie. Secondo questa norma, l’adolescenza sarebbe un momento della vita in cui i ragazzi potrebbero essere “confusi” da discorsi riguardo l’identità sessuale e dunque, meglio evitare il discorso.

Mi chiedo quando qualche imbecille proporrà la stessa norma da noi, quando una legge stabilirà che non bisogna insegnare ai ragazzi ad accettarsi per quello che sono, a non vivere in modo traumatico i segnali di una eventuale “diversità” sessuale,  che è vietato parlare di sesso a scuola perché riguardo certi argomenti è meglio una sana repressione, meglio il silenzio, meglio nascondere la vergogna per cercare di controllare e deviare i segnali che la natura manda.

Perché l’omofobia è un dato di fatto anche da noi, perché i diritti civili sono un problema anche da noi e non bisogna nasconderselo. Basta vedere le accuse leghiste a Pisapia, che secondo Calderoli vorrebbe fare di Milano gaylandia e zingaropoli, basta ricordare il machismo patetico del presidente del consiglio (meglio amare belle ragazze che essere gay), basta ricordare l’anatema lanciato da un Fini ancora fascista contro i maestri gay qualche anno fa o i maiali di Calderoli ( non c’era bisogno dell’animale) sui siti delle moschee. L’intolleranza è tra noi e cresce come una pianta infestante e velenosa, viene usata come strumento politico da individui irresponsabili, serve per titoli cubitali sulle prime pagine dei giornali, solletica la pancia di una popolazione sempre più ignorante, sempre più succube della volgarità, sempre più felice di farsi ingannare.

Ieri a Genova due balordi ecuadoriani hanno pestato un anziano, come rito di iniziazione per l’ingresso in una gang. Leggo i commenti dei lettori sui giornali e provo conati di nausea insieme a un sussulto di risate. Si fa l’apologia di una Genova antica, non ancora invasa da “foresti”, dove tutto era odore di focaccia, sapore di festa paesana, elegia pastorale. Una Genova deturpata dall’arrivo di orde di nuovi barbari che la stanno distruggendo. I lettori, forse per gioventù, forse per ignoranza, forse per semplice razzismo, dimenticano, per fare solo qualche esempio, la banda dei Puffi, adolescenti terribili che terrorizzavano Cornigliano e lo fecero a lungo, prima di venire catturati. Dimenticano che il Centro storico era terra bruciata dopo una certa ora, che a comandare lì era la piccola mafia cittadina, dimenticano i ragazzi con le siringhe nelle braccia, che sono morti come mosche per anni e chi gli vendeva quella roba, non certo stranieri, dimenticano che non esisteva il Porto antico, che a Cornigliano si moriva dentro la fabbrica e fuori, in quei palazzi anneriti dal fumo, dimenticano quello che succedeva al Biscione, poi al Cep, poi alle lavatrici, poi alla Diga, la vera vergogna della città, una vergogna che parlava italiano. Genova non era un paradiso, ma una città con i problemi di ogni grande città italiana cresciuta in modo incontrollato. Aveva però qualcosa che la rendeva unica, un valore aggiunto per cui chi arrivava, difficilmente se ne andava volentieri, nonostante la sporcizia, gli autobus strapieni e i mugugni: a Genova chiunque era il benvenuto, la città era sempre in prima fila quando c’era da offrire solidarietà e ospitalità, la città si stringeva come un pugno accanto ai suoi operai. E’ quella Genova, figlia della Resistenza, la città in cui sono fiero di essere nato, io siciliano di sangue e legatissimo alla Sicilia, ed è quella Genova che purtroppo,sta scomparendo. Da ragazzino, ho raccolto a scuola cibo e vestiario per i vietnamiti, per i cileni, per tutti i popoli che soffrivano e chiedevano aiuto. A Genova, forse i lettori del Secolo non lo sanno, ma i sudamericani, i neri, i marocchini, ci sono sempre stati, perché Genova è un porto di mare, teste di cazzo che non siete altro, e i porti di mare sono uguali ovunque, un  porto di mare è multietnico per definizione, Genova, vi piaccia no, è come Napoli, come diceva con un inconfondibile accento partenopeo un ignoto viaggiatore che ho ascoltato per caso su un autobus mentre parlava a un amico al cellulare.

Siamo diventati come tutti gli altri, ci siamo lasciati condizionare dall’abile piazzista che governa il paese da quindici anni, siamo razzisti, intolleranti, senza memoria storica, non sappiamo più distinguere chi sono i veri responsabili del degrado, della crisi, dello stato pietoso in cui versano interi quartieri della città. E come gli altri, non proviamo più vergogna. Come gli altri abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo, costruendoci un inesistente passato idilliaco su misura, giusto per illuderci che se siamo diventati così non è anche colpa nostra.

Qualche settimana fa, ho portato la mia classe alla Casa dello studente e mi sono reso conto che i ragazzi non provavano, nel vedere quelle celle, quei sotterranei, quel luogo di orrore, quello che sentivo io. Cose troppo lontane nel tempo per loro, troppi film che non aiutano a distinguere il falso dal vero, troppo immersi nel presente per emozionarsi di fronte al passato, figli di genitori che cominciano a essere troppo giovani per ricordare o per capire l’importanza della memoria, o semplicemente troppo impegnati a cercare di tirare avanti. Mi sono chiesto come potevo far loro capire che lì dentro era passato il sangue di ragazzi poco più grandi di loro, che uomini e donne comuni ma straordinari, avevano scelto e avevano pagato di persona per le proprie scelte e, grazie a loro, oggi possiamo godere di quella libertà che ancora abbiamo e che ogni giorno offendiamo con il nostro qualunquismo, il nostro razzismo, la nostra indifferenza.

Non ho ancora trovato un modo convincente per farlo ma sempre di più mi rendo conto che devo riuscirci. Magari con l’aiuto di Star Trek e del dottor Spock, vulcaniano che non conosce la guerra, perché “altamente irrazionale”.

Lunga vita e prosperità.

Categorie:Attualità, Storie di ordinaria follia

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