Hamza al-Khatib è stato fermato durante una manifestazione di piazza il 29 aprile. Imprigionato, torturato, evirato e alla fine ucciso. (Il Fatto Quotidiano on line).

Hamza al- Khatib era un bambino siriano di tredici anni. Curioso mondo il nostro, dove si interviene con le bombe a portare la pace in un paese in rivolta e si lasciano evirare e uccidere bambini in un altro paese che si è rivoltato per gli stessi motivo del primo. Curioso paese il nostro, impegnato su due fronti di guerra ma dove la stampa si occupa di tutt’altro e si ricorda dei nostri soldati solo quando ne muore qualcuno.

Ci sono bambini morti che valgono le prime pagine dei telegiornali e dei giornali e bambini morti che non valgono neanche un trafiletto, è la dura legge dell’informazione, è la sensibilità unilaterale dell’opinione pubblica. L’atroce morte di una bambina abbandonata in una macchina ci provoca un malessere profondo, un’emozione acuta e intollerabile, lo stesso non accade con i bambini che ogni giorno perdono la vita per la fame e le malattie in tre quarti del mondo, o per la generazione di orfani che sta nascendo nei paesi del medio oriente in rivolta. Sono lontani, sono diversi, la loro morte non vale quella di un europeo, sono incivili, la loro morte è normale. E se dobbiamo fare uno sforzo per portare la nostra civiltà a loro, agli altri, allora l’unica cosa che sappiamo fare è armare i nostri aerei con carichi di morte.

L’incapacità di pensare globalmente, di capire che un uomo non è un’isola, di capire che non bisogna mai chiedere per chi suona la campana, l’indifferenza verso tutto ciò che non ci riguarda direttamente, il relativismo morale ed etico con cui affrontiamo le questioni che riguardano gli altri, sono i grandi mali del secondo millennio. Razzismo, intolleranza, indifferenza, egoismo, come erbe infestanti e malefiche sono rinate, più forti che mai, inquinando il nostro mondo. Siamo parte di un sistema che ritiene tollerabile evirare e uccidere bambini, purché siano neri, parlino arabo e appartengano a un’altra religione, siamo parte di un sistema in cui nessuno, per paura di scatenare il panico o di perdere voti, ha il coraggio di dire che il nostro sistema va cambiato, che è necessario rinunciare a un po’ di benessere perché il benessere possa toccare anche gli altri, quelli come Hamza, che i diritti, la libertà e la giustizia devono essere globalizzati prima delle merci, che non si può continuare a vivere fingendo che gli altri non esistano.

Il cinque per cento del mondo vive sulle spalle dell’altro novantacinque per cento. parole già sentite ma che se pensiamo a un ragazzino di tredici anni, torturato con l’elettricità, frustato, evirato e poi ucciso e riconsegnato ai parenti a pezzi, improvvisamente acquistano un significato diverso, improvvisamente ci fanno sentire tutti colpevoli.

Allora quando si parla di cambiamento, di vento che gira, quando si va in piazza a festeggiare, cerchiamo di essere cauti, cerchiamo di ricondurre le cose alle loro reali dimensioni. Perché non ci sarà nessun cambiamento finché non partirà dalla nostra mente, dalla nostra capacità di non guardare solo il nostro piccolo orto ma di vedere il mondo, di sentire il mondo, anzi, come diceva Vittorini in quello che è uno dei libri più belli della nostra letteratura, di soffrire per il mondo.

Per questo, tra i referendum che forse andremo a votare domenica prossima, quello di cui si parla meno, quello sull’acqua, è il più importante. Tre quarti dell’umanità non hanno acqua corrente, il due terzi delle settanta guerre che si combattono nel mondo sono “guerre dell’acqua”. Un popolo che decide che l’acqua è un bene essenziale e irrinunciabile e non può  essere oggetto di lucro, dà un segnale forte, apre una strada, è di esempio per tutti gli altri. Votando sì ai due referendum sull’acqua ci apriamo al mondo e gridiamo il nostro no al sistema, ai sordidi signori del denaro e della guerra che uccidono bambini di tredici anni.

Perché tutto è collegato nel mondo globale, tutto è concatenato in una rete malefica o benefica, a seconda dei casi. Ogni nostro piccolo, insignificante gesto acquista un significato su scala globale, si chiama “teoria del caos” la famosa storia della farfalla che causa, alla fine di un’infinita catena, l’esplosione di Hiroshima. Negli ultimi anni la teoria del caos sta trovando sempre più conferme, è sempre più frequente che un rivoluzione scoppi per un messaggio in Internet, che un piccolo gesto in un piccolo paese infiammi un continente. Questo deve farci pensare all’enorme responsabilità che ciascuno di noi ha, ogni giorno, ogni istante. Deve farci pensare agli altri.

E’ fondamentale combattere chi vuole farci tornare indietro di cent’anni, combattere contro il concetto di patria e di razza, è necessario ritrovare  e coltivare quello che un volta si chiama internazionalismo e che io preferisco chiamare globalizzazione della solidarietà e del pensiero. Non più in nome di una ideologia ma per la salvezza dell’umanità..

La lotta contro il sistema, contro il potere reazionario e cieco dell’economia, sta assumendo sempre più la valenza di una lotta per sopravvivere. Per questo non possiamo permetterci di essere indifferenti. E a quelli che pensano che certe cose da noi non succederanno mai, che la nostra civiltà ci protegge dalla barbarie, ricordo Stefano Cucchi, anche lui “diverso”, come Hamza, non uno di noi ma un deviato,  torturato, pestato e lasciato morire come un cane in uno dei nostri, civilissimi, penitenziari. Il lato oscuro del potere sta sempre dietro l’angolo, pronto a ghermire le sue vittime. Sta a tutti noi, nessuno escluso, illuminare la strada.

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