A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La saga dell’inutilità (o della malafede)


camminata 2011

Un ministero dell’istruzione che sbaglia a compilare i risultati dei test di valutazione è un ossimoro, uno scherzo di natura, qualcosa che non può esistere nella realtà. E’ come un sacerdote che invece di dare l’ostia passa il vino, come un avvocato della difesa che invece di fare l’arringa chiede un aumento della pena. Sembra uno scherzo ma è realtà.

Non è la prima volta che questo accade, anzi, la regolarità con cui nei test Invalsi si verificano errori o si trovano risposte ambigue, spesso poco chiare, desta il sospetto che i primi a non credere nella validità dello strumento siano i suoi compilatori.

Si scherza per non piangere, dopo quattro ore passate a leggere le 19 pagine (sic!) di spiegazioni sulla correzione dei test, a bruciarsi gli occhi su quei fottuti puntini e a fare calcoli, quando una scheda perforata avrebbe permesso di svolgere lo stesso lavoro in un quarto d’ora. Servisse almeno a qualcosa…

Perché il problema è proprio questo: a cosa serve l’Invalsi? 

Io non sono contrario per partito preso alla valutazione nella scuola e della scuola. Non sono contrario in linea di principio neanche alla valutazione degli insegnanti. A una  condizione però: metteteci nella condizione di lavorare al meglio e poi valutateci. Dateci laboratori, ore per il recupero e il potenziamento, strumenti di valutazione chiari che non cambino ogni anno, un ambiente decente in cui lavorare, un numero di alunni accettabile per classe, uno psicologo in ogni scuola a disposizione degli studenti, servizi sociali e territoriali efficienti e poi parliamo di valutazione. Altrimenti la partita è truccata.

E’ assurdo chiedere a un alunno di Cornigliano, periferia di Genova, che studia in una classe con altri ventisei compagni, il trenta per cento dei quali stranieri, che non ha un laboratorio d’informatica decente e che vive in un quartiere socialmente svantaggiato tormentato da mille criticità, di possedere le stesse competenze del figlio di un professionista di Albaro, centro di Genova, il quartiere residenziale per eccellenza. E’ folle chiedere all’insegnante di Cornigliano, che deve lottare con mille difficoltà, di ottenere gli stessi risultati del collega del centro che ha pochi e selezionati stranieri  e lavora in una scuola attrezzata a puntino. Basta già questo a invalidare il principio dell’Invalsi. Se poi allarghiamo il confronto e passiamo dall’alunno di via Montenapoleone a Milano a quello dello Zen di Palermo, il discorso sfocia nella follia pura. Perché se il ragazzo dello Zen di Palermo non sa chi è Dante ma non diventerà bassa manovalanza mafiosa, il collega ha già ottenuto un risultato che vale diecimila test Invalsi.

E’ questa ostinazione a non contestualizzare, questa tendenza a fare di tutt’erba un fascio che desta dubbi sulla buonafede di questa operazione che si ripete immutata da anni. La sperimentazione dell’Invalsi con questi criteri non funziona, non ha valore statistico, è una gran rottura di scatole per gli alunni e un inutile aggravio di lavoro per i docenti, punto e basta. Non esistono prove differenziate per gli alunni stranieri che non hanno fatto le elementari in Italia, non esistono prove differenziate per i Dsa, che hanno solo venti minuti di tempo in più per superare una prova non certo tarata su di loro, i test sono spesso ambigui, come se il compilatore ignorasse che grammatica e forma non sono una scienza esatta ma sono soggette a interpretazione. Non mi pronuncio sulle prove di matematica, ma ritengo che il discorso di fondo sia lo stesso.

Il sospetto è che, non necessariamente all’interno dell’Invalsi ma quasi certamente all’interno del Ministero ci sia chi vuole fare un uso politico di queste prove, non, come sarebbe logico, aiutando le scuole più svantaggiate ma, al contrario, premiando quelle più avvantaggiate che, di conseguenza, ottengono i risultati migliori. D’altronde è una costante di questo governo quella di favorire le fasce socialmente più alte, non ci sarebbe da stupirsi se non fosse che qui parliamo di ragazzi, del futuro del nostro paese.

Ma quale potrebbe essere una soluzione al problema della valutazione? A mio parere, quella di creare agenzie territoriali che costruiscano i test sulle realtà locali, valorizzando le peculiarità di ogni scuola. Un lavoro difficile, oneroso, che necessita di grande professionalità e onestà. Questo se si vuole davvero creare un sistema di valutazione affidabile. Se invece si vuole favorire i pochi a spese dei molti, allora va bene continuare così.

Categorie:La scuola

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