Questa mattina ho avuto, insieme alla mia dirigente scolastica, un colloquio franco e aperto con l’assessore Veardo che è venuto alla scuola Volta per ragionare sulle richieste che avevo fatto durante la mia intervista al Tg3 regione.

E’ doveroso ringraziare le istituzioni quando provano a rispondere a istanze dettate dall’urgenza e dunque ringrazio la Sindaco e l’assessore per la solidarietà dimostrata e per l’intenzione di arrivare a un risultato concreto. Tuttavia la vicenda dà adito ad alcune riflessioni.

La prima è che solo un’esposizione mediatica, meglio se un po’ provocatoria, riesce a suscitare una reazione. Insomma, ti ascoltano se tanti ti ascoltano. La mia intervista è arrivata dopo una lettera inviata alle autorità scolastiche regionali dalla dirigente, dopo una lettera inviata alle stesse autorità dai genitori di Cornigliano, dopo una lettera aperta firmata dai docenti inviata ai giornali, alle autorità regionali e alla sindaco. Solo dopo l’apparizione in tv qualcosa si è mosso. Questo dovrebbe insegnare qualcosa anche ai sindacati: se non appari, non esisti, se non getti un sasso nello stagno e non lo fai vedere, l’acqua torna calma e silenziosa.

Il silenzio delle autorità scolastiche è tanto più grave in quanto le stesse hanno deciso di formare un istituto comprensivo sovradimensionato in un quartiere problematico come Cornigliano, comprensivo formato da due scuole considerate in area a rischio, senza preoccuparsi minimamente di garantire una presidenza stabile e, pur essendo consapevoli delle singolarità che contraddistinguono l’I.C. Cornigliano ( alto afflusso di alunni stranieri in corso d’anno, flusso migratorio nettamente superiore alle altre scuole di Genova, ecc.) continuano a trattarlo come se fosse una scuola “normale”, senza tenere conto del fatto che tenere un classe di ventisette alunni a Cornigliano non è la stessa cosa che tenere una classe di ventisette alunni ad Albaro, richiede un carico di attenzione maggiore, una percentuale di rischio maggiore e, permettetemelo, anche una professionalità maggiore. Il silenzio delle autorità scolastiche riguardo le nostre richieste è irritante, per non usare termini più forti. Non si può definire una scuola “in area a rischio” e pensare di liquidare la questione con un obolo. E’ necessaria una norma legislativa che dia alle scuole in area a rischio stabilità di organico, laboratori didattici per attuare inevitabili sperimentazioni, garanzie di poter lavorare in un ambiente accettabile. E’ quanto ho chiesto all’assessore e chiederò alle autorità competenti quando e se si degneranno di ascoltare.

Mi chiedo come non si riesca a capire che fare scuola a Cornigliano significa togliere i ragazzi dalla strada, significa combattere contro l’emarginazione e la delinquenza minorile: ogni ragazzo tolto dalla strada è, parlando cinicamente, un risparmio di costi sociali per la collettività. Se un comprensivo funziona, a Cornigliano e in tutte le altre aree a rischio, ne guadagna in vivibilità il quartiere, si fa risparmiare lo Stato, si educano cittadini pensanti, si garantisce il diritto allo studio. Altrimenti, perdono tutti: i ragazzi, i docenti, il quartiere, il Comune, lo Stato. Non è un ragionamento complicato eppure, guardando la finanziaria che sta per essere approvata e  gli ulteriori tagli alle scuole che ne pregiudicano in maniera sensibile il funzionamento, a Roma nessuno sembra accorgersene.

Veniamo ai sindacati. Io, con la delega dei miei colleghi, in questo frangente, ho fatto una di quelle azioni sindacali che piacciono alla gente: ci ho messo la faccia e ho tirato il sasso lasciando la mano bene in vista. Non l’ho fatto solo pro domo mia, perché come ho detto, ho chiesto di fare pressioni sulla Regione per ottenere una norma sulle scuole a rischio. Questo, a mio avviso, è il compito di chi è delegato dai lavoratori a rappresentarlo: non discutere dei massimi sistemi o badare al proprio orticello ma agire con chiarezza, acquisire visibilità, chiedere poche cose concrete.

Quello della scelta dei rappresentanti sindacali è un discorso molto delicato, fonte di dibattiti e sofferenze nelle sedi sindacali. Troppe volte si sente di Rsu troppo appiattiti sulle scelte della Dirigenza o tesi ad assicurarsi il loro posto al sole o, semplicemente incapaci di intraprendere qualsiasi iniziativa. Chi si prende l’onere di rappresentare i propri colleghi deve guadagnarne il rispetto con i fatti, essere scevro da interessi personali, acquisire competenze sindacali se non le possiede. Sono questi i criteri che dovrebbero guidare le scelte dei candidati Rsu e non la fame di deleghe. Una delega ottenuta con un rappresentante sbagliato si risolverà in una perdita di iscritti futura ma soprattutto in una perdita di credibilità del sindacato che rappresenta.

Concludo dunque ringraziando ancora la Sindaco, l’Assessore e i suoi collaboratori, che hanno passato un po’ di tempo nella nostra scuola, la Dirigente che non ha mai osteggiato l’azione sindacale e i colleghi che, il quattro di Luglio, erano presenti a scuola in rappresentanza dei fortunati in vacanza.

Speriamo di poter scrivere un altro post in cui, dopo tante parole, di parlerà di risultati concreti.

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