A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola che non c’è


Su “La Repubblica”, in previsione dell’inizio ormai incombente del nuovo anno scolastico, hanno cominciato a pubblicare una serie di servizi sulla scuola che vorremmo, servizi dove insegnanti, intellettuali, ecc. esprimono la loro opinione sull’argomento. Non li leggerò, so già cosa diranno, so già che mi verrà il nervoso e dunque evito. Saranno pagine piene di esperienze meravigliose, di ragazzi fantastici, di insegnamento reciproci, ecc.ecc. Balle. La scuola non è territorio per anime belle né per poeti, raramente le esperienze che vi si fanno possono essere definite “fantastiche”, surreali, angoscianti, esasperanti, spesso, ma fantastiche, proprio no. Lavorare nella scuola significa impegnare una parte importante delle proprie potenzialità umane e professionali, mettersi in gioco ogni giorno e lottare, ogni santo giorno, contro i mulini a vento. Lavorare nella scuola significa guadagnare uno stipendio da fame, sopportare spesso vessazioni e insulti, crearsi uno scudo interiore solido  per non prendersi carico più del dovuto dei problemi dei ragazzi, problemi sempre più seri, sempre più difficili. Lavorare nella scuola significa prendere atto che chiunque si sente autorizzato a dirci come dovremmo svolgere il nostro compito, che gli insegnanti sono una categoria estremamente impopolare e che se svolgiamo al meglio il nostro compito nessuno ci ringrazierà.

Nella mia scuola abbiamo ottenuto la cattedra in più, che ci spettava di diritto per legge, grazie a una mobilitazione dei genitori, della dirigente, degli insegnanti e anche grazie al fatto che il sottoscritto ci ha messo la faccia andando a dire in televisione quello che tutti sanno ma che dire non si può. Il sindaco Vincenzi e l’assessore Veardo hanno mantenuto la parola, si sono fatti sentire e abbiamo ottenuto quello che volevamo: li ringrazio, di cuore e a nome di tutti, ma non va bene così. Non è normale che per assicurare il diritto allo studio di ragazzi che partono, per molte ragioni, in svantaggio, si debba ricorrere ai mass media. Non è degno di un paese civile che per ottenere quello che ci spetta si debba ricorrere a quella specie di divinità pagana che è ormai la televisione. E’ la prova della più totale disattenzione da parte di chi governa le cose di scuola verso coloro che dovrebbero essere governati, è la prova di una noncuranza diffusa e colpevole verso i più deboli, è la conferma che le parole “cultura” e “crescita” non significano più niente nel nostro linguaggio, per non parlare delle “pari opportunità”, formula che suona tristemente ironica alle nostre orecchie.

Ma non si può addossare tutte le colpe a una parte sola. Quando, dopo aver ottenuto una cattedra in più, cioè guadagnato posti di lavoro e la possibilità di classi più gestibili, sento famiglie che si lamentano perché hanno già acquistato i libri e si ritrovano la classe cambiata, quando una madre non capisce che un piccolo disagio garantisce un grande vantaggio, la possibilità per il proprio figlio di avere una offerta formativa migliore, di crescere ed essere seguito meglio nei tre anni di scuola media, fondamentali per capire che uomo sarà, quando altre famiglie minacciano di mandare i figli in un’altra scuola  perché vogliono che i loro figli restino in una succursale ad alto rischio sicurezza, rinunciando ai laboratori e ai servizi offerti in sede,di fatto preferendo un’offerta formativa diminuita e il rischio di incidenti  per un motivo che tutti gli insegnanti della mia scuola conoscono benissimo e che molto poco ha di nobile e di razionale, quando mi trovo di fronte a queste cose mi pervade un senso di inutilità, la consapevolezza che la scuola, quando la si fa seriamente, naviga controcorrente, in modo ostinato e contrario, per citare un poeta che manca a tutti.

Ma esiste ancora la scuola? Oppure ogni istituto è ormai un’isola che naviga nella tempesta, senza rotta, senza meta, con l’unica preoccupazione di sopravvivere? Esiste ancora la volontà dello Stato di assicurare a tutti una formazione culturale di base dignitosa e decente che dia a tutti una possibilità di scelta riguardo il proprio futuro? Esiste ancora la volontà dello Stato di formare cittadini consapevoli, responsabili e liberamente pensanti? Alla politica dovremmo chiedere una risposta a queste domande, dovrebbero chiederla soprattutto le famiglie dei ragazzi che tra pochi giorni ci troveremo davanti, perché è il loro futuro a essere in gioco, insieme al futuro del paese.

Allora, forse, è meglio parlare non della scuola che vorremmo, ma della scuola che non c’è, che colpevolmente non c’è, e la colpa è di tutti: politica, famiglie, insegnanti, dirigenti.

La scuola che non c’è è sempre, senza se e senza ma, anti razzista, pronta con tutte le sue componenti a difendere i diritti dei ragazzi, a valorizzare le eccellenze e a dare una possibilità a chi è più indietro. La scuola che non c’è mette l’istruzione al primo posto, perché la cultura è ancora l’arma più potente per risalire i gradini della scala sociale, per affrancarsi dalla necessità. La scuola che non c’è dovrebbe insegnare ad apprezzare la bellezza in tutte le sue forme: da un affresco di Michelangelo a una sonata di Mozart, dall’Addio ai monti di Manzoni a Conversazione in Sicilia di Vittorini. La bellezza e il rispetto della bellezza, perché viviamo in un paese dove la bellezza è la risorsa più importante.

La scuola che non c’è è fatta di collaborazione tra le sue varie parti, non ci sono dirigenti autocrati, provveditori sordi, ministri incapaci, genitori egoisti e rissosi, insegnanti mediocri, vendicativi o servili. Un insegnante, nella scuola che non c’è, risponde del proprio lavoro al ragazzo che ha di fronte, alla sua famiglia e alla costituzione italiana, che ne detta i principi. Non ha capi, quando è in cattedra, nessuno deve toccare la sua libertà d’insegnamento.

Nella scuola che non c’è i servizi sociali funzionano, ascoltano gli insegnanti e le famiglie, non compaiono come ectoplasmi materializzandosi all’improvviso e prendendo provvedimenti sulla base di protocolli di azione che troppo spesso rappresentano una comoda difesa per non sforzarsi di rischiare qualcosa in più.

Ma soprattutto, nella scuola che non c’è, tutti rispettano tutti, tutti ascoltano tutti, ognuno si assume le proprie responsabilità. Già questo, sarebbe un bel passo avanti.

Buon inizio a tutti.

Categorie:La scuola

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