A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Il terrore della cultura


L’Italia è un paese fantastico, nel senso di Hyeronimus Bosch, naturalmente: allucinante, surreale, infestato. E’ straordinario che a tessere le lodi e le difese delle piccole librerie e delle piccole case editrici, oggi che entra in vigore la famigerata Legge Levi, quella che impedisce gli sconti sui libri alle grandi catene on line, siano proprio i responsabili della loro scomparsa, cioè i tycoon dei grandi cartelli editoriali. Uno di questi scrive oggi sul Fatto quotidiano un articolo che meriterebbe il primo premio in un ipotetico campionato mondiale degli ipocriti e dei sepolcri imbiancati. Secondo quanto favella questo dotto esperto in cose scritte, scontare i libri li farebbe scomparire dal mercato. Un magnifico paradosso al cui confronto quelli di Zenone sono giochetti da bambini.

Feltrinelli, Gems, Mondadori sono le eminenze grigie dietro questa legge che è il tentativo disperato di gente vecchia di resistere al progresso, di rinunciare a un briciola dei propri privilegi per tornare a mettersi in campo e rischiare. Ma questa non è solo un’azione di lobby, non è solo l’ennesima prova della totale inettitudine della nostra imprenditoria, della inesistenza del concetto di “libera concorrenza”, c’è dietro qualcosa di molto più serio, di molto più grave e sinistro. C’è dietro un quadro di Bosch.

Impedire a un operaio, a un giovane, a un lavoratore a termine, a un immigrato di acquisire cultura, come de jure e de facto sancisce questa legge, significa dargli una possibilità in meno di decifrare il mondo che lo circonda, significa toglierli uno strumento di integrazione sociale e di crescita. Questa legge, come tutte quelle varate dalla banda di criminali pagliacci che ci governa, è classista, classista nel senso più bieco, classista come le leggi feudali. Rientra perfettamente in quel quadro di svalutazione della cultura che sembra essere l’unico punto del programma di governo perseguito con coerenza. Quello che stupisce è che, di fronte alla distruzione della scuola pubblica, di fronte allo scadimento dei programmi proposti dal servizio pubblico, di fronte all’incuria nei riguardi del nostro patrimonio artistico, non ci sia una levata di scudi popolare. Perché dalla politica, da questi politici, tutti, parliamoci chiaro: non c’è da aspettarsi nulla se non chiacchiere, ipocrisia e fumo negli occhi.

Le grandi lotte operaie degli anni sessanta e settanta avevano come comun denominatore anche il diritto degli operai di trovare spazi nella propria vita per acculturarsi, per crescere, per studiare. La scuola pubblica offriva questa possibilità con i corsi serali, giovani uomini e donne sputavano sangue in fabbrica e poi studiavano e, se avevano figli, facevano il possibile perché questi, un domani, potessero evitare la fabbrica. Non si scendeva in piazza solo per i soldi, si chiedeva a gran voce dignità, una dignità che passava anche per la cultura e il diritto alla cultura. Gli operai, i lavoratori, rifuggivano la volgarità, soffrivano per il loro basso livello culturale, spingevano per migliorarsi ed erano invogliati a farlo.

Oggi, come ben ha descritto Ilvo Diamanti in un sarcastico e amaro editoriale apparso  su Repubblica, dove invita i ragazzi a non studiare, la volgarità è diventata un  valore, uno strumento per acquisire il successo, qualcosa di cui andare orgogliosi. La scuola e la cultura non sono più ambite proprio da quelle classi sociali che ne avrebbero disperatamente bisogno. Gli insegnanti vengono insultati e delegittimati dalla politica, gli scrittori sono oggetto di contumelie e attacchi di infimo livello, si cerca di imbrigliare ad usum delphini l’arte e il cinema, politici di terzo piano, ignoranti e frustrati da anni di meritati calci nel culo, assurti al ruolo di ministri consumano vendette boccaccesche sfogando il loro livore verso quegli intellettuali che, in passato, hanno svelato la loro pochezza. La cultura è diventata qualcosa di vecchio, di soporifero, di noioso, da evitare, piuttosto che studiare meglio prostituirsi per raggiungere il benessere, o petare in televisione. Tutto questo sotto il plauso di una politica ( mi riferisco alla presunta opposizione) che, nella migliore delle ipotesi, resta indifferente di fronte allo sfacelo e spesso, ne è parte in causa.

La Rai allestiva programmi di alta qualità con cui si proponeva di insegnare l’italiano a una popolazione prevalentemente dialettofona e di introdurre i grandi classici della letteratura. Un genio comico come Totò, popolarissimo, giocava con la lingua colta e, suscitando il riso, insegnava. Presentatori, annunciatrici, conduttori parlavano un italiano perfetto. Oggi, se un malcapitato proponesse in Rai un programma con un contenuto culturale elevato, provocherebbe l’orticaria la dirigente di turno e l’italiano viene quotidianamente e pubblicamente violentato. Rai che, ricordiamolo, è lottizzata, allegramente divisa tra i principali partiti di governo e opposizione. Sono le regole del mercato, si dice. Non è vero. Paesi come gli Stati Uniti, dove il mercato è l’unica divinità, incrementano in continuazione le risorse per la scuola, lo stesso accade in Inghilterra, in Germania, ecc. 

La verità è che questo paese, questa politica, vuole tornare al feudalesimo, a un sistema di classi sociali chiuse, di caste finalmente istituzionalizzate che mantengano privilegi e prebende a spese di chi non ha voce, di chi non può fare lobby. La verità è che molti italiani accettano di buon grado questa situazione perché un padrone è un buon pretesto per non prendersi responsabilità, per delegare ad altri quello che va fatto, per continuare a lamentarsi senza fare nulla per cambiare la situazione, per restare ignoranti e fieri di esserlo.

Bertold Brecht ha scritto: “Impugna un libro, è come un’arma”. Aveva ragione, aveva ragione perché, in questo paese, è evidente l’intenzione di chi ci governa di combattere una guerra senza quartiere contro la cultura e una legge come quella appena approvata tende, per usare la metafora brechtiana, a disarmare chi la cultura vuole difenderla.

Un vecchio detto delle mie parti, che non tradurrò per i leghisti, si fottano, recita:

“Tu ti lamenti, picchì ti lamenti, pigghia lu bastuni e tira fora li denti”.

Credo che il momento di fare qualcosa, di reagire, di provare a sollevarsi da questo mare di melma puteolente sia già passato ma, forse, si può ancora fare qualcosa, forse, come accadde dopo le invasioni barbariche, saranno ancora i libri a salvarci.

Se solo si riuscisse a farlo capire alla gente.

Categorie:Attualità

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