A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

L’impossibilità di afferrare il presente


Ricordo le assemblee della “pantera”, uno dei tanti movimenti studenteschi che periodicamente nascono e poi si perdono. L’approccio era quello sessantottino, volti bellicosi, la fiera intenzione di cambiare il mondo. La sostanza degli argomenti povera, fatta di slogan e proclami, i tentativi di riflessione, apparentemente ben accetti, nulli. O stavi con “loro”, e definire chi erano loro era complicato, o eri contro, un moderato, un fascista, ecc. 

Fui tra gli organizzatori di un’assemblea a Medicina, facoltà che allora frequentavo e che è sempre stata tradizionalmente restia a mobilitarsi, anche per la provenienza medio-borghese di buona parte dei suoi partecipanti. Chiusi con il movimento quando venne impedito di parlare a un esponente del fronte della gioventù, perché in democrazia, lo pensavo allora e lo penso oggi, hanno diritto di parlare anche gli “altri” e non solo “loro”. Se quella era la democrazia proposta dal movimento, non mi interessava. Io sono un comunista cattolico, di quelli che pensano che essere comunisti, essere di sinistra ed essere cattolici implica cercare di essere meglio degli “altri”, più democratici, più rispettosi delle opinioni altrui, più corretti, più disposti  al dialogo e al confronto. Se teorizzo l’uguaglianza, devo praticarla quotidianamente, senza se e senza ma, principio che secondo me è fondamentale e rende perfettamente coerente credere in Dio e votare a sinistra, basta leggere un qualsiasi libro di Hans Kung per capire cosa intendo. Molti passi del manifesto di Marx sono sovrapponibili alla dottrina sociale della Chiesa, e viceversa. Forse per questo la Chiesa, oggi, fa finta che la dottrina sociale non esista.

Ascolto gli “indignati” in televisione e provo uno stato d’animo a metà tra la rabbia, la tenerezza e, devo ammetterlo, uno snobistico sarcasmo intellettuale. La pochezza delle argomentazioni, la violenza costante alla lingua italiana, la confusione, l’assoluta assenza di una prassi politica da seguire, di un obiettivo realistico, il mescolare tesi che stanno a metà strada tra Papa Giovanni e il sub comandante Marcos, mi avviliscono profondamente.

Da insegnante, confido e spero sempre che i giovani cambino il mondo, che riescano a diventare persone migliori di noi, che riescano a superare l’impasse in cui la mia generazione è caduta, trasformandosi in un esercito di reduci dalla droga, dal terrorismo, dal nichilismo, dall’entrata in Forza Italia, una massa di brave persone con il sessantotto in  testa e lo scoglio della realtà costantemente davanti. Troppo piccoli nel sessantotto per esserne parte, siamo nati con quei sogni in testa senza avere mai la possibilità pratica di realizzarli.

Sentendo questi ragazzi non mi stupisco che i blac block, la moderna versione del nichilismo o della strategia della tensione, come preferite, io che sono cresciuto negli anni del terrorismo preferisco la seconda versione, siano penetrati tra le maglie del movimento e non mi stupirei se facessero proseliti. Il pensiero deviante  e deviato che se è impossibile risolvere democraticamente le cose allora bisogna usare le maniere forti, ha un suo fascino: scagli la prima pietra chi in una fase della propria vita non ne è stato quantomeno attratto per un istante. Ha un proprio fascino soprattutto su chi non ha altro. nessuna base ideologica, nessun leader, nessun modello a cui ispirarsi.

L’oratorio e la sezione del partito, due centri di aggregazione importanti negli anni settanta, di formazione politica e civica, non esistono più. Questi sono i ragazzi digital native, che usano il linguaggio iniziatico delle tastiere dei telefonini e gli spazi sociali autistici dei social forum, sono la nazione di Internet, cresciuta a slogan e pubblicità, in bilico tra un ambientalismo che ricorda il mito del buon selvaggio e una ingenua e infantile vis rivoluzionaria. A me ricordano sinistramente quel libro necessario, visionario e amarissimo che è “Il signore delle mosche”.

Ironizzando, parlando con mia moglie di questi ragazzi lungo criniti che scuotono le mani invece di alzarle per dare il consenso a una mozione ci chiediamo se abbiano mai letto Popper e Marcuse, Sartre e Simone de Beauvoir, o almeno conoscano la differenza tra il liberismo economico e il liberismo keynesiano, l’eterna lotta dei due Milton nella società capitalistica contemporanea. Ironia da professore, neppure troppo cattiva. Ma è un dato di fatto incontrovertibile che senza un libro dietro non esiste una rivoluzione  e questi a me danno l’impressione di avere come referente Harry Potter.

La fragilità del movimento non alleggerisce neanche di un’oncia la pesantissima responsabilità di una sinistra ormai totalmente incapace di afferrare i mutamenti del tempo, sempre in ritardo su tutto, sempre stonata, incapace di darsi una identità definita e di ritrovare una propria dignità. Se Matteo Renzi, che di sinistro ha solo il suo anti sindacalismo, è l’alternativa a una dirigenza in chiara confusione senile, la sinistra non ha perso la direzione, ma sta facendo come i lemmings, dritta verso il suicidio di massa. Non alleggerisce neppure la responsabilità di un mondo cattolico che ha confuso l’impegno nella società con Formigoni, che ha sdoganato le sette più reazionarie del proprio universo, che ha dimenticato e progressivamente decostruito le basi del Concilio vaticano II, senza capire che la Teologia della liberazione, vicina più di quanto si creda, almeno idealmente, al pensiero di questi ragazzi, era un’occasione e non una minaccia.

Non saper orientare, guidare, accompagnare la protesta giovanile e una colpa più grave di quello che si possa pensare: l’ultima volta che è accaduto, e c’era ancora il Pc con una classe dirigente vera mentre la Chiesa cominciava la sua ennesima controriforma, ha portato ai “compagni che hanno sbagliato strada” e a una scia di sangue lunga vent’anni. Oggi la rabbia e lo schifo sono, se possibile, ancora maggiori e la contingenza economica ancora più critica. Se non si riesce a sublimare la rabbia nichilistica che dilaga, per ora marginalmente, nel mondo giovanile, rischiamo di trasformarla nell’unica forma di protesta possibile.

Per poi ritrovarci tra dieci anni a fare l’ennesima revisione critica o un nuovo giubileo.

Categorie:Cum grano salis

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3 risposte

  1. Solo una cosa su Renzi. Io farei attenzione alle facili omologazioni del tipo: Renzi critica il sindacato e quindi è di destra.
    Renzi non critica solo il sindacato, critica anche la Confindustria e altri apparati che secondo lui sono diventati meramente burocratici e autoreferenziali. Poi, che in materia economica Renzi si proponga come fortemente blairiano, “riformista spinto” è vero.
    Immagino che questo non le piaccia, ma qui si entra nel merito dei problemi, per risolvere i quali ognuno ha la propria ricetta economica.

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    • Non ho mai affermato che Renzi è di destra, ho detto solo che, a mio avviso, non è un leader di sinistra che possa tornare ad appassionare la gente e soprattutto a riavvicinare i giovani e guidare la protesta che nel nostro paese serpeggia ma non trova una bandiera dietro cui canalizzarsi. Il rischio, a mio avviso, è quello della deriva violenta. Il problema fondamentale è che a sinistra ci si preoccupa troppo del voto dei moderati e troppo poco di quello degli operai, dei precari, dei giovani, ecc. Renzi è un candidato ideale per raggranellare voti al centro, se è questo che si vuole dalla sinistra. Come lei giustamente intuisce, non ho amato Blair e non mi sono simpatici i suoi cloni nostrani.

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      • Renzi non è di destra, probabilmente è di centro, quindi un moderato. Ora, se vogliamo che la sinistra sia veramente sinistra (quindi radicale), sempre che lo si voglia, Renzi non ha nessun senso se non quello, come dici correttamente tu, di accalappiare voti al centro (è sempre la stessa vecchia storia…)
        Un caro saluto
        Giovanni

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