A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un paese che cade


 

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“L’uomo che cade” di Don de Lillo è uno straordinario tentativo di descrivere lo smarrimento interiore dell’America dopo l’11 Settembre. Nella coazione a ripetere del protagonista, costantemente in viaggio per partecipare a tornei di poker, possiamo leggere il crollo di ogni sicurezza,  la totale scomparsa dei valori che avevano determinato l’american way of life. L’altra grande metafora è quella del funambolo che ripete in ogni sua performance la caduta di una delle vittime delle Torri gemelle, tentativo forse di un’estrema comprensione di quanto è accaduto o presagio del declino dell’impero americano. De Lillo è scrittore complesso, dotato di una scrittura avvolgente che si insinua nel lettore, pagina dopo pagina, fino a imprigionarlo.

Non c’è bisogno di un funambolo nel nostro paese per descrivere la deriva che stiamo vivendo. Intanto la metafora sarebbe troppo sottile per una nazione che è passata da culla della cultura mondiale a cloaca maxima, recesso di ignoranza diffusa e volgarità, ben rappresentata da una classe politica che ha perso ormai ogni contatto con la realtà e annaspa nel suo mare di corruzione e incapacità.

Ieri sera ho ascoltato piuttosto perplesso Cacciari, certamente persona dotata di raziocinio e di una visione del presente abbastanza lucida, proporre come ricetta per salvare l’Italia dal naufragio una grosse coalition sul modello tedesco che metta mano a quei provvedimenti durissimi necessari per riequilibrare il bilancio, provvedimenti che, naturalmente, ricadranno sugli operai, i dipendenti statali, i precari, cioè su quella parte di popolazione che un tempo costituiva il bacino elettorale della sinistra e la sua forza propulsiva.. Col consueto sprezzante cinismo di chi fa soldi pensando a come si muovono i soldi, un docente della Bocconi beffeggiando le istanze di chi (una esponente degli indignati, un allievo di Don Milani e un sacerdote di strada) proponeva un punto di vista diverso, una nuova visione della realtà, una svolta radicale.

Se questa è la sinistra oggi, una forza perfettamente integrata nella logica capitalista, globalizzata e globalizzante, incapace di rifiutarsi di accettare l’iniquità come unica soluzione ai problemi, i poveri pagano e i ricchi fottono, allora davvero non resta che rassegnarsi tranquillamente al fatto che il 2012, se non la fine del mondo, segnerà la fine dell’Italia e di una coalizione europea fondata sul denaro, incapace di dare una propria visione della società, responsabile dell’aumento della diseguaglianza, della corruzione, della povertà.

Eppure c’è stato, nella storia, chi non l’ha pensata così. Non nella Russia comunista né in Cina e neppure nel tanto ridicolizzato sud America che ha rialzato la testa senza vessare la popolazione partendo da una situazione molto peggiore della nostra, no, c’è stato chi ha avuto il coraggio della visione, dell’azzardo nella culla del capitalismo, gli Stati Uniti d’America. Nel ‘29, con una crisi che somiglia per molti versi alla nostra, Roosvelt e Milton Keynes, proposero un modello diverso, uno stato che stava dalla parte degli ultimi, una soluzione che partiva dallo sviluppo, dal rilancio delle economie rurali, dalla ridistribuzione della ricchezza. E’ quel modello che ha reso grande gli Stati Uniti ed è il modello opposto, quello di Milton Friedman, lo spregiudicato e per me spregevole teorico del liberalismo selvaggio, ad averla portata sull’orlo del precipizio.

Possibile che oggi, in Italia,, nessuno abbia il coraggio di rischiare? Nessuno osi cercare il consenso del popolo non con la demagogia ma con proposte serie, concrete, comprensibili di sviluppo e di redistribuzione del maltolto?

Il beffardo economista apostrofava i presenti affermando che le colpe del debito sono ascrivibili alla tutela di uno stato sociale al di sopra delle possibilità del paese. Il beffardo economista è un bugiardo. Le colpe del debito sono ascrivibili a una evasione fiscale che non ha eguali nei paesi occidentali e a governi che non hanno fatto nulla per combatterla, a un classe imprenditoriale feudale e corrotta, la peggiore d’Europa, a una corruzione diffusa e radicata assurta a sistema molto prima di Craxi e Berlusconi. Lo stato sociale era ed è sostenibile se fossimo un paese normale, se rispettassimo la nostra costituzione e non intervenissimo militarmente con costi altissimi sia finanziari che umani, se la nostra classe politica non fosse preoccupata soltanto di salvare i propri privilegi.

Io guadagno poco più di mille euro al mese, mi stanno progressivamente impedendo di svolgere al meglio il mio mestiere di insegnante, ho lo stipendio bloccato da tre anni, ho regalato un anno di servizio militare allo stato e avrò preso due multe in vita mia. Ne ho i coglioni pieni di sentirmi ripetere che devo fare sacrifici mentre gentaglia pluri inquisita fa la morale in televisione, di ascoltare sermoni sulla flessibilità da parte di chi un lavoro redditizio ce l’ha e non lo mollerebbe mai, di vedere queste facce di merda in televisione spiegare che è necessario che siano quelli come me, quelli come gli operai di Fincantieri o i cassintegrati a pagare le colpe di chi per pagarsi vagonate di troie ha mandato il paese a bagno. Non c’è nulla di etico, non c’è nulla che rinvii al contratto sociale nel fatto che per l’avidità dei grandi capitalisti la gente debba morire di fame o diventare povera da un giorno all’altro.

Possibile che non esista un politico, uno che dica questo? Che dica che non è giusto, che è arrivato il momento che a pagare adesso siano i padroni del vapore. Solo chiacchiere, chiacchiere senza struttura: chiacchiera Grillo, chiacchiera Renzi, chiacchiera Vendola, chiacchiera Chiamparino ma sono parole in libertà, senza una visione, senza un disegno che guardi lontano, parole che non si sognano neppure lontanamente di contestare lo status quo ma che suggeriscono aggiustamenti, toppe, piccole aperture, sottintendendo che c’è un prezzo da pagare e va pagato sempre dai soliti noti.

Guardo la gente assieparsi nei centri commerciali in un giorno di festa come cavallette o api intorno a un alveare, ripenso a mio padre che, dopo  turni massacranti di lavoro per tutta la settimana, la domenica fuggiva verso i boschi, verso la natura, cercando la quiete. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro presente, una nota stonata che fa da colonna sonora costante alle nostre vite, rubandoci senso e sostanza, una ipnotica voce subliminale che ci invita all’eccesso, che ci sussurra che forse giusto e sbagliato sono solo categorie delle mente, vecchi retaggi di un tempo passato, freni inibitori per la nostra autoaffermazione. Siamo diventati apatici, pigri, distanti, autoreferenziali e deleghiamo ad altri, chi, non importa più, la nostra libertà, le nostre idee, i nostri sogni. Siamo in fondo, come il giocatore di De Lillo, che per dimenticare, per non pensare, per non assumersi responsabilità, gioca e perde sempre la stessa partita, solo per il brivido adrenalinico, solo per un’ombra di emozione.

Categorie:Attualità

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