A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Il grande fratello ti guarda


Prendiamo atto di vivere in uno stato in cui il parlamento vota contro il rinvio a giudizio di quello che viene definito dagli inquirenti il tramite tra la politica e la camorra. Prendiamo atto di vivere in uno stato in cui la corte costituzionale impedisce ai cittadini di esprimere la propria opinione su una legge elettorale approvata unilateralmente da un governo di pregiudicati e palesemente antidemocratica. Prendiamo atto di vivere in un paese dove, con la scusa dell’emergenza, si è insediato un governo di non eletti dal popolo che sta progressivamente smantellando lo stato sociale. Prendiamo atto che colui che dovrebbe essere il garante della Costituzione taccia di volgarità chi alza la voce per urlare l’evidenza: cioè che non siamo più in democrazia, che viviamo in un paese commissariato dai poteri forti dell’economia e siamo in una situazione molto simile a quella descritta da Orwell nel suo romanzo, con i mass media appiattiti sulle posizioni governative o impegnati in una finta opposizione, con una opposizione inesistente e una tensione sociale che monta ogni giorno di più e di cui   si parla meno che si può e quando lo si fa, vedi il Secolo a proposito di Fincantieri, lo si fa per denunciare i disagi causati alla popolazione dalle manifestazioni di protesta.

Prendo atto con schifo e astratto furore, ma non era di questo che volevo parlare, bensì era mia intenzione affrontare la questione della moschea a Genova. Anche qui c’è da prendere atto che il Secolo, ormai un fogliaccio governativo e di regime, stigmatizza con sdegno lo sfogo del sindaco che, in una pausa di un teso consiglio comunale, ha apostrofato i leghisti con l’unico termine possibile: razzisti.

Genova ha l’occasione per tornare ad essere un esempio di civiltà in Italia, per tornare a indicare la strada come tante volte ha fatto in passato. In un momento come questo, in un clima come quello che stiamo vivendo, il consenso dei cittadini alla costruzione di un edificio di culto per i fedeli islamici sarebbe un segnale di consapevolezza etica che certamente lascerebbe il segno, almeno quanto lo hanno lasciato, in negativo, i fatti del G8 del 2001.

Per altro si tratta di una scelta quasi obbligata se guardiamo il ruolo storico della città nel mediterraneo e i suoi contatti con il mondo arabo, che risalgono agli albori della storia. Da Genova sono partite molte battaglie fondamentali in passato, sarebbe straordinario se la città dicesse un enorme no all’intolleranza, al becero razzismo, alla chiusura al mondo che caratterizza da troppo tempo la cultura del nostro paese.

Sarebbe altrettanto importante, e i due fatti non sono così distanti come si crede, che la città si stringesse attorno agli operai di Fincantieri. Io non approvo la linea scelta per contestare i provvedimenti del governo, chi mi conosce sa che considero lo sciopero una strumento da usare con parsimonia, ma altra cosa sarebbe un grande sciopero generale che chiami a raccolta tutta la città: in quel caso, qualunque fosse il parere del sindacato per cui milito, scenderei in piazza accanto agli operai senza esitare.

Sono due battaglie di diritti e civiltà, quelle sul piatto in questo momento: battaglie di solidarietà, quella solidarietà che una volta era il biglietto da visita dei genovesi.

Aprire alla solidarietà con il mondo arabo creerebbe un importante punto di contatto con i paesi del Maghreb, che stanno lottando per conquistare diritti e libertà, chiudersi a pugno attorno ai lavoratori di Fincantieri, creare un movimento di protesta pacifico ma deciso come quello nato per motivi diversi, ma sempre di diritti si parla, in val di Susa, far scendere la città in piazza, significherebbe un passo decisivo per riappropriarsi di quelle libertà che ci stanno quotidianamente togliendo, rappresenterebbe un esempio da imitare.

Purtroppo i segnali che arrivano, le percezioni a pelle, non sono positive. L’immobilismo e il mugugno, mali storici della città, sembrano avere ormai preso il sopravvento su quella volontà di rialzare la testa che tante in volte in passato ci ha reso fieri di essere genovesi, soprattutto noi “foresti, che non abbiamo una terra sotto i piedi ma stiamo a nostro agio in un porto, davanti a quella eterna possibilità di fuga che è il mare…

Eppure…

Qualche giorno fa un genitore, durante uno di quegli incontri che precedono le iscrizioni, mi ha chiesto come era l’ambiente nella mia scuola, istituto frequentato da un alto numero di alunni stranieri. Il tono era garbato, il sottotesto fin troppo semplice da decifrare. Ho risposto, in tono altrettanto garbato, che i ragazzi non hanno problemi ad annullare le differenze, sono gli adulti che le creano.

Orwell scrive nel suo romanzo che il futuro è nei prolet, riferendosi alle masse sottoproletarie dei diseredati. Forse si sbagliava, forse, se lavoriamo bene e ci crediamo ancora, il futuro è nei ragazzi. Ma bisogna dargli una mano e un esempio.

Categorie:Cronaca

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