Come è ormai abitudine, terminato il tedioso rito degli scrutini, posto sul blog un articolo riguardante la scuola. Vorrei soffermarmi questa volta sul tema della valutazione, non dal punto di vista sociologico o pedagogico, quindi non da un punto di vista dotto, che non saprei argomentare e che non mi compete, ma dal punto di vista di un insegnante che comincia ad avere qualche anno di scuola alle spalle.

Il voto è discriminante perché è ingiusto fare parti uguali tra disuguali.

Non è, purtroppo, una frase mia ma di Don Milani, frase con cui concordo in toto. Questo della disuguaglianza a scuola è tema che genera furibonde liti e discussioni interminabili tra gli insegnanti, divisi tra giustizieri e buonisti, tra possibilisti e decisionisti, tra apocalittici e integrati, tutti in buona fede, tutti convinti di essere dalla parte del giusto. Chi scrive dice sempre alle sue classi che del voto non gli importa nulla, che si tratta di una semplice cifra numerica  che non potrà mai quantificare sforzi, buona volontà, difficoltà, impegno. La valutazione, a mio parere, è la parte più spiacevole e meno utile del mestiere di insegnante. Ma la valutazione è, soprattutto, profondamente ingiusta, significa giocare sporco, assegnare un giudizio sommario senza tenere conto delle variabili. E’ un pò come emettere una sentenza senza dare all’imputato il diritto di difesa.

Mi spiego, prima di attirarmi l’ira dei colleghi: alla domanda fatidica se tutte le procedure atte a recuperare le lacune di un ragazzo che presenta una pagella disastrosa sono state attuate, nessuno, in coscienza, può rispondere affermativamente. Non per cattiva volontà o per indifferenza ma perché, semplicemente, nessuno di noi è nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio lavoro ordinario, figuriamoci quello straordinario. Mancano i soldi per i laboratori, per le attrezzature informatiche, per pagare gli insegnanti che volentieri farebbero qualche ora in più, le classi sono sovraffollate e questo limita in modo spesso drammatico il rapporto umano con i ragazzi, semplicemente perché non si ha il tempo di stabilirlo, mi riferisco soprattutto a quelle colleghe che hanno poche ore in una classe, io, che insegno lettere, da questo punto di vista sono un privilegiato.

Nella scuola ormai da anni si ragiona in termini di numeri, non più di persone, persone insegnanti e persone ragazzi/e, il fattore umano viene sminuito, sbiadito, fino quasi a tramutarsi in ombra. Non ci mettono in condizione di svolgere il nostro lavoro e non mettono in condizione i ragazzi di usufruire pienamente del diritto allo studio. La Costituzione recita che la scuola deve garantire a tutti le stesse condizioni di partenza, deve riequilibrare la distanza tra chi per i motivi più vari,temperamento, famiglia, carattere, parte in vantaggio e chi parte dietro. Questo è impossibile farlo. Anzi, sempre di più, questa scuola che ha un’origine borghese e non è mai stata, sin dalla sua nascita, la scuola delle classi sociali più disagiate, sta tornando a essere la scuola dei “bravi”. Per loro, i “bravi”, la scuola funziona benissimo, è per gli altri che le cose non vanno niente bene. Ed è purtroppo una scuola di “bravi”, fuori da ogni realtà, che i vari governi degli ultimi anni hanno preso a modello. E’ la scuola del mulino bianco quella che ha indirizzato le scelte della Moratti e della Gelmini, è una politica del mulino bianco quella che ci siamo ritrovati sulle spalle.

Si parla di innovazioni tecnologiche nella scuola italiana quando la vera rivoluzione sarebbe il ritorno delle attività manuali, l’utilizzo istituzionalizzato di tecniche didattiche vecchie ormai di decenni come il cooperative learning, le classi aperte, ecc.ecc. Non è dandoci cose in più in mano che si risolveranno i problemi della scuola: cominciate a garantirci carta per le fotocopie, forniture igieniche, fogli protocollo, penne, matite, ecc. Cominciate a fornirci dei computer decenti, che si accendano con l’interruttore e non a calci e pugni, dateci l’essenziale e un pò di spazio per sperimentare, lasciate perdere l’Ipad, che è anche diseducativo perché lo fabbricano i bambini cinesi.

La possibilità per quegli alunni che non hanno voglia di studiare di fare dell’altro, di imparare le basi elementari di un’attività che possa orientarli a una scelta sensata della scuola superiore,  mentre la maggior parte sceglie le scuole dove si studia meno, la possibilità di sviluppare la manualità, di apprendere i rudimenti di un mestiere, di “costruire” qualcosa, permetterebbe di migliorare l’autostima di solito bassissima di questi ragazzi, di non umiliarli quotidianamente costringendoli a seguire lezioni che non sono in grado di seguire, e probabilmente permetterebbe poi, con un inserimento graduale e mirato nelle classi, di dargli anche le basi culturali necessarie per accedere alle superiori. Forse, guarda un pò, qualcuno si convincerebbe anche che lavorare stanca e studiare è meglio.

Il cooperative learning eviterebbe l’antipatica divisione nelle classi tra bravi e meno bravi, permetterebbe la formazione di un circolo virtuoso di emulazione che tra modelli raggiungibili è possibile, mentre mettendo un alunno totalmente deprivato vicino a un genio è difficile che si avvii. Allo stesso tempo, permetterebbe di potenziare realmente gli alunni più dotati. Insomma, la scuola diventerebbe un’esperienza più gratificante e costruttiva per tutti.

Sono innovazioni banali che però sottintendono una scelta politica: quella di fare della scuola italiana una istituzione formativa che permetta veramente a tutti di sviluppare le proprie capacità e acquisire le competenze necessarie. Scelta che non sembra, da quanto si sente in giro, essere al primo posto nell’agenda di questo governo. Non stupisce: il governo Monti sta continuando, questa volta con l’approvazione di tutti, il processo di distruzione sistematica dello stato sociale cominciato da Berlusconi e la scuola, in questo processo, occupa un posto di rilievo, in quanto azienda che non produce, per trasformarsi in azienda che produce nuova classe dirigente e manovalanza a basso costo, entrambe ben indottrinate secondo il pensiero unico, naturalmente.

Ecco perché ritengo che con il voto creiamo disuguaglianza, condanniamo spesso senza appello, giudichiamo sulla base di ipotesi non suffragate dai fatti. Ma poiché non viviamo in un mondo ideale, i voti si devono dare, è il nostro lavoro, e quindi li diamo, continuando ad alimentare questo circolo vizioso, continuando a etichettare, classificare con un numerino, ragazzi che hanno una storia, una interiorità, un’anima, ferite, che troppe volte non riusciamo a vedere.

Motivo per cui, dopo ogni scrutinio, scrivo un articolo feroce sulla scuola.

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