A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Amnesty e Dylan: cinquant’anni di parole che pesano


Il cofanetto ha una confezione psichedelica, spartana ma elegante. Contiene 73 canzoni di Bob Dylan, cantate da una serie impressionante di artisti vecchi e giovani, alcuni sconosciuti in Italia. Si va dai Bad religion a Sting, da Elvis Costello a Patti Smith, da Diana Krall a Ziggy Marley e decine di altri, in un miscuglio di generi, voci e suoni che hanno come unico comun denominatore la poesia in musica del menestrello di Duluth, Minnesota.

Il cofanetto è stato prodotto da Amnesty international per celebrare i cinquant’anni di vita che coincidono, per una di quelle curiose intermittenze del destino, a simple twist of fate, appunto, con i cinquant’anni di carriera di Bob Dylan. Cosa unisce una organizzazione che si batte per il rispetto dei diritti umani e della legalità in tutto il mondo e una vecchia rockstar che gira tutto il mondo cantando con la sua voce oggi arrochita, a metà strada tra Tom Waits e un cane della prateria?

Forse molti non lo sanno, ma Dylan, allora giovanissimo, era uno dei pochissimi bianchi che ebbe l’onore e il coraggio di partecipare alla storica manifestazione per il riconoscimento dei diritti civili dei neri americani organizzata da Martin Luther King. Anni dopo organizzò due mega concerti, chiamando a raccolta il meglio del rock, in favore del pugile Rubin Carter, chiamato Hurricane, cui dedicò anche una famosa canzone. Scorbutico, intrattabile, sarcastico, nelle sue canzoni, con quella voce sgraziata che arriva dritta all’anima, per chi la sa ascoltare, ha cantato le contraddizioni del mondo in cui viviamo, spesso arrivando molto in anticipo sui tempi. La crisi mistica ha regalato alle sue canzoni una profondità spirituale che, negli ultimi album, ha assunto toni cupi, profetici e disperati. Come sempre più disperata appare la lotta di Amnesty per i diritti civili in un mondo in cui vengono calpestati ovunque, anche in  paesi apparentemente insospettabili. Leggetevi il rapporto annuale sulla situazione in Italia, in Francia, negli Stati Uniti: resterete sorpresi.

E’ un reciproco rendersi omaggio, questo cofanetto, tra un uomo che, nonostante le critiche idiote che spesso gli piovono addosso, non ha mai dimenticato di spendere gocce di poesia urticanti contro l’ipocrisia e la violenza del mondo verso gli ultimi, e una organizzazione che testardamente, incessantemente, coerentemente, senza clamori ma con ammirevole costanza, non cessa di ricordare ai padroni del mondo che esiste una legge che va rispettata.

Aveva poco più di vent’anni Dylan quando scrisse Chimes of Freedom, che qualche anno fa fece da inno ai concerti organizzati da Amnesty e che dà il titolo al cofanetto. Una canzone profetica, solenne, una richiamo a non abbassare la testa e non lasciarsi abbattere dalla falsità e dall’arroganza dei potenti perché le campane della libertà stanno già suonando. L’impressione, purtroppo, è che quel suono stia diventando sempre più fievole, sempre più distante. L’impressione è che il compito di Amnesty diventi sempre più immane, sempre più complicato e i paesi inadempienti aumentino continuamente di numero.

Recentemente Dylan, unico bianco, è stato invitato alla Casa Bianca per esibirsi davanti a Obama in un concerto che ricordava quella marcia per i diritti civili. Con tutta la perfidia tipica dell’uomo, eseguì un pezzo apparentemente celebrativo “The thimes they are a’ changin’’”, uno dei suoi inni giovanili che parlavano dei “tempi che stanno cambiando”. A posteriori, credo avesse visto di nuovo lontano e intuito che molte delle promesse di Obama non sarebbero state mantenute. A posteriori, penso che abbia cantato quella canzone non per il presidente, ma contro il potere che rappresentava.

Dunque è del tutto giustificata questa doppia celebrazione, non c’è cantante più adatto di Dylan per rappresentare Amnesty e viceversa. Comprare questo cd significa portarsi a casa dell’ottima musica, ore di parole che tagliano come lame ben affilate, poesia senza compromessi e sostenere un’organizzazione apolitica che da cinquant’anni sostiene la civiltà e la giustizia.

Purtroppo, a cinquant’anni di distanza, abbiamo ancora bisogno di entrambi per ricordare che no, proprio no, non viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Categorie:Arte e spettacolo

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