A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un paese mafioso


Uno dei montaggi alternati più famosi della storia del cinema è quello de “Il silenzio degli innocenti”. Ricordate la lunga sequenza in cui vediamo gli agenti dell’FBI che si preparano a intervenire e l’assassino con la vittima? Quello a cui stiamo assistendo in Italia è un altra lunga sequenza con montaggio alternato, molto meno pregevole e molto più squallida: la camera passa dal processo a Berlusconi, con il suo corollario di puttane, le storie squallide da film erotico anni ‘70, una sessualità malata e deviata, adolescenziale, il corpo femminile come merce di scambio, oggetto di sottomissione, cosa, dall’altro il governo Monti, che punta l’obiettivo solo sull’economia, che scopre che nel nostro paese evadono industriali, professionisti e commercianti, ma guarda un pò, forse scoprirà anche che chi non può evadere, come gli statali e i lavoratori dipendenti, paga le tasse anche per gli altri, che continua ad affermare che la crisi è superata e poi no, ci siamo sbagliati, bisogna fare un’altra manovra, che non tiene in alcun conto che governare significa incidere pesantemente sulla vita di uomini, donne, bambini e che sarebbe necessario un pò di rispetto. Che il protagonista delle vicende boccaccesche (con tutto il rispetto per Boccaccio) di cui sopra abbia governato il paese per un ventennio riducendolo al fallimento, la dice lunga sulla memoria corta e sulla coscienza sporca degli italiani.

Sullo sfondo di questa allucinante sequenza sta la mafia. La mafia dietro le parole di Grillo e i suoi atteggiamenti, i suoi avvertimenti al presidente della Repubblica e poi ai suoi stessi candidati, la mafia dietro l’avvertimento di Berlusconi, voteremo solo quello che ci comoda, la mafia che faceva il vuoto intorno a chi la combatteva, come descrive la sorella di Falcone nel commovente libro dedicato al fratello, l’atteggiamento mafioso di questo governo con il suo ritornello ossessivo:” se volete possiamo andare via…”. Avvertimenti, allusioni, che hanno un sotto testo fin troppo chiaro. Mafioso, appunto. Come mafioso è l’attentato di Genova, vigliacco, proditorio, gratuito, giustificato penosamente da una presunta coscienza sociale che è solo coscienza criminale.

Il primo, sublime trattato sul comportamento mafioso è “Il principe” di Machiavelli, un capolavoro della nostra letteratura spesso frainteso. In quel piccolo saggio, il segretario fiorentino analizza comportamenti e strategie che Cosa Nostra ha in seguito adottato: la menzogna come strumento per acquisire credito, la calunnia per denigrare l’avversario, le unioni familiari come strumento per consolidare il potere e acquisire consenso presso gli avversari. Insomma, un vero e proprio vademecum del perfetto capoclan. Solo che tutto ciò, per Machiavelli, deve essere utilizzato dal “capo” per il bene dello Stato, non per consolidare il potere personale e spadroneggiare sugli altri. Nella sua desolata visione della vita, dove senza soluzione di continuità il male dominava, un equilibrio per quanto precario era raggiungibile combattendo il male con le sue stesse armi.  A seguire, un altro testo chiave, è quello dei “Ricordi” di Guicciardini, dove pare di sentire il grande storico descrivere l’Italia di oggi: la corruzione come sistema, la menzogna come mezzo, l’adulazione come strumento per ottenere una tranquilla agiatezza economica.

Pavese, alla fine della seconda guerra mondiale, osservando le meschine vendette che ogni guerra si tira inevitabilmente dietro, perché ogni guerra è una cosa sporca, disse a una giovane Fernanda Pivano:”Abbiamo sbagliato tutto. L’Italia è un paese fascista e tale resterà sempre”.

Oggi, probabilmente, aggiungerebbe che l’Italia è un paese fascista e mafioso.

Non è mafia la rete di potere della cricca, la rete di Bertolaso, la prostituzione come mezzo per indurre alla corruzione, non sono mafia le scommesse clandestine, non è intimidazione mafiosa legalizzata quella che fa Equitalia? Non è mafiosa la raccomandazione, il favore fatto agli amici degli amici, la bustarella consegnata sotto banco, i regali con cui le imprese cercano di rendere mansueti i sindacalisti, non è mafiosa perfino, nella sua intima natura, la minaccia di certi genitori di fare ricorso se il figlio, giustamente respinto, non verrà promosso?

Il ricatto è lo strumento di pressione per antonomasia della mafia e questo è un paese che al momento si trova sotto ricatto da parte delle banche. L’atteggiamento mafioso ha ormai infettato ogni strato sociale, ogni istituzione, in qualche modo ognuno di noi. Lo si utilizza quotidianamente come l’aspirina, incuranti delle contro indicazioni, inconsapevoli di farlo.

E’ una invisibile e opprimente goccia che respiriamo ogni giorno nell’aria, un tossico che si deposita e si accumula dentro di noi rendendoci non immuni, ma assuefatti. L’Italia è questo, un paese fondato sulla mafia come atteggiamento, come stile di vita, come schema mentale. Forse viene dettato dal fatto di essere un paese cattolico: alla radice di questa religione, alla radice superficiale, bieca, ovviamente, nel cattolicesimo c’è ben altro, non c’è forse un ricatto etico? Se ti comporti come ti diciamo noi, vai in paradiso, altrimenti, all’inferno. Chiariamo: sono cattolico e praticante, per nulla d’accordo con le attuali gerarchie vaticane ma non al punto da dire che la Chiesa è un’organizzazione mafiosa. Sto solo dicendo che il successo della schema mafioso nel nostro paese, e la mafia è l’unica struttura di potere che quanto a longevità può gareggiare con la Chiesa, è forse dovuto a una lettura inconscia superficiale e deviata del cattolicesimo. Una lettura da disturbati mentali, ovviamente. Quale che sia il motivo, questo paese non riesce ad uscire da quel circolo vizioso, restiamo sempre fermi a Tomasi di Lampedusa, l’eccidio di Bronte, durante il Risorgimento, è molto più emblematico di Marsala, la tragedia del brigantaggio e i crimini dei piemontesi molto più gravidi di conseguenze degli scritti di Cavour e Mazzini, gli accordi degli americani con i mafiosi siciliani hanno seminato più dei padri della costituzione.

Quelli che hanno provato a stare dall’altra parte, i partigiani, i sindacalisti, i preti di strada, i politici che credevano davvero, le persone che hanno avuto fiducia nella giustizia, che hanno creduto in una certa idea di stato, si sentono oggi, di fronte a un paese devastato moralmente, irrimediabilmente sconfitti. Tanti, troppi, sono morti nel tentativo di cambiare le cose.

Il titolo del bellissimo film di Martone sul Risorgimento, “Noi credevamo”, diventa così una sorta di epitaffio degli ideali, l’unico titolo possibile per chi ha creduto davvero che il nostro fosse un paese libero.

Categorie:Attualità

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