A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Parole che contano


Quest’anno non ho guardato Saviano. O, meglio: l’ho guardato per un’ora e mezza la prima sera e dieci minuti ieri sera, poi ho evitato. Sarà che con le parole ci vivo, il mio mestiere è quello di insegnare cosa altri hanno voluto dire con le loro parole, sarà che i due libri che mi hanno colpito di più negli ultimi tempi sono stati La lingua del terzo reich di Victor Klemperer e La manomissione delle parole, di Carofiglio, sarà che per quindici anni mi sono chiesto, senza trovare risposta, come gli italiani potessero ascoltare e dare credito a un imbonitore televisivo e a una banda di razzisti semi analfabeti, ma ho trovato stucchevole e retorica la passerella di personaggi più o meno noti  che hanno svolto il loro compitino, a tratti insopportabile, come nel caso del, di solito, bravo Favino. Trovo inoltre francamente insopportabile Fazio, con il suo sorrisino da bravo bambino, il suo buonismo clerical sinistrorso, la sua attitudine ad essere leone con gli agnelli.

Però lodo l’idea del programma, solo ci sarebbe voluto un pò più di coraggio, una maggiore cattiveria, meno ospiti e più profondità. Non il solito club di amici del sabato e della domenica sera, ma persone in grado di parlare lingue diverse che cercano di dialogare, ospiti meno rassicuranti e proprio per questo più interessanti. Ma non sono cose che si possono chiedere a Fazio. Saviano, naturalmente, è un discorso a parte, anche se nei temi e nei toni dei suoi monologhi ho notato un accenno di ripetitività, di stanchezza, di mancanza di idee nuove. Per questo trovo deleterio che la destra, in quindici anni di governo, non sia riuscita a esprimere una propria idea di cultura, a produrre un intellettuale che non fosse un servo, a dare profondità di pensiero alle proprie idee. Ma se pensiamo che uno dei punti fermi del fascismo è la rinuncia a qualsivoglia dialogo con l’avversario, non ci stupisce più di tanto. Eppure, anche per essere sordidi, per demonizzare, offendere, disumanizzare il tuo nemico devi possedere un linguaggio, devi portare argomenti, devi violentare la lingua. Il libro di Klemperer, un linguista ebreo che ha vissuto a Dresda durante il nazismo, spiega proprio il raffinato meccanismo di alterazione linguistica del nazismo. Fortunatamente, la nostra destra non è stata in grado di produrre nulla di simile.

Saviano va bene, dicevo, ma dovrebbe fare un passo avanti. Perché in questo paese, ormai, si è denunciato il denunciabile: adesso c’è bisogno di idee nuove, di una ventata d’aria fresca che porti un pò di speranza. Non può certo arrivare da Grillo, ormai diventato solo un miliardario isterico che pensa di risolvere  i problemi del paese insultando indiscriminatamente tutti, nè dai balordi che hanno sparato a Genova, eredi anch’essi del vecchio, vecchi dentro, ottusi, osceni nella loro arrogante chiusura mentale, criminali della peggiore specie. A proposito di Grillo: chi rifiuta il confronto, chi va dritto per la propria strada con le proprie idee convinto che siano migliori delle altre e che tutto quello che dicono gli altri sia da gettare via, non è coerente: è fascista.

Una ventata d’aria fresca è arrivata sicuramente con la fine della Lega: partito di ladri, dicono adesso, ma ci si scorda di parlare del razzismo che hanno fatto dilagare in tutto il nord, dei proclami roboanti e fascistoidi, del culto dell’ignoranza, dell’invenzione di una mitologia da baraccone, della pericolosità di gente che non ha mai saputo misurare le parole.

Perché le parole pesano, contano, sono importanti, possono diventare armi potenti, accendere gli animi, far scattare cortocircuiti mentali, le parole andrebbero usate con moderazione e mai, mai, mai sprecate. Sarà forse che a insegnarle si finisce per amarle  ma quando sento dire che la forma non è importante, che l’importante è capirsi, ho un sussulto di costernazione: perché la forma è il contenuto, perché se vuoi fare un regalo significativo a una persona che ami non lo avvolgi nel letame, perché se la forma non è adeguata, il contenuto si perde.

Se dovessi scegliere da dove partire per ridare all’Italia un barlume di coscienza sociale, un accenno di risveglio etico, è dalle parole che partirei, restituirei dignità e peso a parole come dignità, rispetto, solidarietà, comprensione, approfondimento, confronto. Parole fuori moda, sostituite ieri da un insopportabile gergo giornalistico, da iterazioni ossessive prese di pari passo dai jingle pubblicitari, da una neolingua orwelliana ipnotica e povera, come tutte le lingue del potere, oggi da una lingua tecnica, arida e spietata. Io vorrei invece ascoltare la nostra lingua, ricca, viva, musicale e poetica, la lingua di un popolo che ha combattuto per la propria libertà, ha vinto e se n’è completamente dimenticato.

Categorie:Attualità

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