A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Perché una bomba in una scuola


Ragiono per ipotesi, senza avere dati concreti in mano, sull’onda di un’emozione forte e di un dolore profondo alla notizia della bomba di Brindisi. Come insegnante, naturalmente, provo un plus di raccapriccio, un supplemento di angoscia al pensiero che una scuola, il luogo in cui i ragazzi dovrebbero essere più al sicuro, sia stata così ferocemente colpita.

Per quel che ne so di criminologia, e un pò ne so, è difficile che un criminale occasionale o un balordo compiano un’azione del genere: mettere un timer e collegare tre bombole del gas non è un’azione così semplice, nonostante su internet si trovino ormai, a saper cercare, anche manuali per fabbricare bombe termonucleari. Quanto alla mafia, da tempo non mette più bombe e avrebbe troppo da perdere da un’azione così raccapricciante: le mafie cercano il consenso, non il pubblico ludibrio. Le stragi di Capaci e di via d’Amelio, con la sollevazione popolare che ne è seguita, hanno quasi distrutto Cosa nostra, rimasta in piedi solo grazie alle connivenze politiche.

Dunque restano, a mio avviso, due ipotesi plausibili: il terrorismo nero o la strategia della tensione, il gioco sporco dei servizi deviati. Fascisti e strateghi della tensione non guardano in faccia nessuno e hanno un solo scopo: creare paura. La paura è l’humus che nutre i poteri forti, la polvere magica che permette di tacitare i borghesi quando cominciano ad agitarsi troppo. In un momento come questo, senza una classe politica minimamente credibile, con una democrazia sospesa e un presidente del consiglio che risponde alle banche, il malumore serpeggia anche tra chi, solitamente, china la testa senza tentennare. La cassa integrazione dei colletti bianchi della Fiat, gli eredi dei quarantamila che inflissero un colpo basso al sindacato in un altro momento difficile della nostra storia, mostra che ormai nessuno è  più sicuro di nulla e l’insicurezza genera tensione. La cura per la tensione, che è foriera di disordine, di rivendicazioni e lotte, è la paura.

Ma perché colpire una scuola pubblica? Io una risposta ce l’ho. La scuola pubblica oggi, con tutti i suoi problemi, con una classe docente umiliata e offesa, con gli incredibili tagli che ha dovuto subire, rappresenta, insieme ai sindacati e alla magistratura, l’unico presidio di democrazia reale in questo paese. E’ solo nella scuola ormai che si parla di tolleranza, solidarietà, libertà, responsabilità, diritti e doveri. La scuola educa a diventare cittadini responsabili, ho scritto volontariamente educa e non dovrebbe educare perché credo che, nonostante i mali di cui sopra, continui a farlo, continui ad essere una palestra di democrazia nel senso più alto del termine, continui ad offrire ai bambini, ai ragazzi, ai giovani uomini e donne nelle varie fasi della loro vita di studenti una visione del mondo e una speranza, la speranza di poter contribuire con le proprie qualità a cambiare quello che non funziona.

Il potere, in questi anni, ha cercato in tutti i modi di mettere a tacere gli insegnanti, di intimidirli, di renderli amplificatori del pensiero unico. Ricordo il compianto Cossiga che consigliava di pestare i maestri e le maestre stando attenti che non ci scappasse il morto, ricordo la norma brunettiana, chiaramente e palesemente anticostituzionale, che vieta di contestare i provvedimenti dell’amministrazione. Tutto questo è accaduto col tacito consenso, la complicità o l’indifferenza di molte famiglie, che non hanno compreso che la libertà di un docente è la libertà dei loro figli.

A scuola non si parla di mafia solo quando ci sono morti da ricordare, non si parla di legalità solo quando accadono eventi clamorosi, non si parla di integrazione quando scoppiano disordini razzisti: se ne parla sempre, quotidianamente, si affronta ogni giorno la realtà, si risponde alle domande dei ragazzi, si fa in modo che si porgano nuove e continue domande, mettendoli in crisi per farli crescere. Si fa democrazia reale, si crea l’idea della democrazia. Ogni libro più che un ragazzo legge è un ampliamento della sua visione del mondo, un’acquisizione di un nuovo punto di vista, una barriera mentale in meno.

Dunque non è strano che sia stata colpita una scuola, oggi, in Italia, in questo momento storico. E’ atroce, vile, disumano e infame, ma non strano. La risposta migliore che la scuola può dare a questi vigliacchi è quella di continuare a fare il proprio lavoro, quello di contribuire a creare ciò che più spaventa il potere da che mondo è mondo: uomini e donne liberi che ragionano con la propria testa.

Categorie:Attualità

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