A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Un mondo diverso


Paul Krugman è un premio nobel dell’economia ed è possibile che diventi ministro del tesoro degli Stati Uniti se Obama verrà rieletto. Dice quello che nessuno osa più dire e cioè che quando lo sviluppo affidato alle iniziative private non parte, tocca allo stato intervenire. Come? Potenziando per prima cosa l’istruzione, assumendo più insegnanti che permettano di creare una generazione di quadri e tecnici preparata, poi aiutando le imprese virtuose che non ce la fanno e riducendo il carico fiscale.

Non è una ricetta nuova. Gli Stati Uniti l’hanno già fatto, dopo la crisi del ventinove, con Keynes. E sono diventati il paese più ricco e potente del mondo.

Mario Monti non è un Nobel come non lo è nessuno dei suoi ministri. E’ un economista che crede nel liberismo selvaggio e professa l’unica religione che conosce: quella del capitale e dei banchieri. Ci hanno raccontato per mesi la favola che la sua ricetta fosse l’unica per permettere all’Italia di uscire dal baratro. Adesso un premio nobel  del paese più avanzato del mondo ci dice che no, un modo diverso di vedere le cose, un modo più giusto di vedere le cose, esiste. E noi siamo di nuovo sull’orlo del baratro.

Mario Monti ha promesso che dopo la cura sarebbe arrivata la guarigione, una serie di iniziative mirate a promuovere lo sviluppo, a dare lavoro ai giovani, a creare maggiore equità sociale. Siamo di nuovo sull’orlo del baratro, più poveri di prima, la riforma del lavoro promette nuovi licenziamenti che la Fornero, un ministro che in qualsiasi altro paese civile del mondo sarebbe già andata a casa e avrebbe smesso di fare danni, vuole allargare anche agli statali. Statali che hanno il contratto bloccato da tre anni, un potere d’acquisto ogni mese più ridotto, il contratto scaduto da due anni, una norma iniqua e anticostituzionale sulle assenze per malattia che nessuno ha modificato, un regolamento disciplinare altrettanto iniquo che, per altro, prevede il licenziamento per motivi disciplinari, l’unico possibile in una categoria che non fa parte del mercato del lavoro, perché lo stato non è un’azienda ma dovrebbe essere un fornitore di servizi, un distributore di democrazia reale.

In Italia non esiste un Paul Krugman. A parte le posizioni radicali e veteromarxiste che propongono cure peggiori dei mali, non esistono voci fuori dal coro, voci autorevoli intendo, intellettuali in grado di ottenere un forte consenso popolare proponendo soluzioni sensate che vadano nella direzione opposta a quella del direttorio che ci governa. Non esistono perché in Italia si è scientificamente devastata la scuola pubblica in modo da creare intellettuali perfettamente integrati nel sistema. Per ridicolizzare il dissenso sono sufficienti i radicalismi, per cancellarlo è sufficiente non dargli la possibilità di crescere. Noi viviamo sotto un totalitarismo morbido, soft, dove le voci fuori dal coro, si tratti di cantanti, attori, politici, scienziati, ecc. vengono morbidamente messe a tacere, integrate, assimilate, quando è possibile, comprate. E se proprio non ci si riesce, arriva la mafia, il terrorismo, ecc. Sempre al momento giusto,senza sbagliare un colpo.

Noi viviamo in un mondo orwelliano, solo che, dal momento che questa è l’Italia, è un modo orwelliano più squallido, deprimente, grossolano e approssimativo, guidato da tanti piccoli fratelli non meno sinistri, gelidi, spietati di quello del romanzo.

Chi fa il mio lavoro, in questo mondo orwelliano, ha una enorme responsabilità: può scegliere, nonostante i bastoni tra le ruote continui della burocrazia, dell’amministrazione, del comune sentire, di tentare quotidianamente di far capire a chi ha davanti che a cantare fuori dal coro c’è molto da perdere ma moltissimo da guadagnare, se non altro in dignità e rispetto di sé stessi, oppure può scegliere di contribuire a creare bravi soldatini, puliti, educati, integrati. Può mettere al primo posto il rispetto delle regole oppure il rispetto puro e semplice, che a volte va oltre le regole, può decidere di intraprendere la strada faticosa che porta a cercare un punto di contatto soprattutto con chi è diverso, insofferente, alienato, oppure può scegliere di punirlo, di somministrargli in anticipo il trattamento che gli somministrerà la società.

Io la penso come Paul Krugman, credo che si debba partire dalla scuola, una scuola che non sia, come vorrebbe Monti, selettiva ma inclusiva, non punitiva ma comprensiva, una scuola che aiuti a creare consapevoli voci fuori dal coro o consapevoli intellettuali integrati, la scelta di quale lato della strada scegliere deve essere libera e individuale, ma assolutamente consapevole. Una scuola che riesca a trovare il buono che c’è in ogni ragazzo, a sviluppare le capacità che ci sono in ogni ragazzo, a farlo sentire orgoglioso di essere quell’individuo unico e irripetibile che è.

Insomma, una scuola molto diversa da quella che vogliono Monti e la Fornero. Solo se si procederà su quella strada, forse, per questo paese c’è ancora speranza.

Categorie:Cum grano salis

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