A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

L’importanza dei simboli


Non sono d’accordo con chi vorrebbe abolire la parata militare del due Giugno e trovo che questa iniziativa della rete si connoti di una certa superficialità populista piuttosto spiacevole.

I cinque milioni di euro spesi per la parata sono stati, appunto, per la maggior parte già spesi e hanno permesso ad un numero consistente di persone di lavorare, cosa da non sottovalutare in questo periodo. In secondo luogo, uno stato moderno deve poter provvedere in caso di calamità agli interventi necessari senza rinunciare alle proprie cerimonie solenni che hanno importanza, soprattutto oggi, soprattutto in questo momento storico.

Il due Giugno non è la festa dell’esercito ma della Repubblica, rappresenta l’ossequio delle forze armate alla volontà popolare che nel 1946 ha scelto la strada della democrazia. E’ dunque un simbolo potente di unione del paese, ed il fatto che un esercito professionale renda omaggio alla politica, implicitamente si sottometta alla volontà della politica, anche se solo simbolicamente, è  di grande importanza.

Il due Giugno va festeggiato solennemente perché completa e attua quell’unione politica italiana che il 1861 aveva solo trascritto su carta, che non è ancora del tutto compiuta. Abbiamo passato quindici anni governati da un partito che predicava la secessione, da una coalizione che ha seminato odio tra le classi, c’è bisogno di ritrovarsi almeno per un giorno sotto la stessa bandiera.

Last but not least, la spesa per la parata è una cifra assolutamente irrisoria rispetto ai danni provocati dal terremoto in Emilia e dunque l’annullamento della stessa non significherebbe assolutamente nulla.

I simboli sono importanti, contano, restano nell’inconscio collettivo della gente, formano la coscienza di una nazione, creano senso di appartenenza.  Lo sanno bene i terroristi e i mafiosi, lo sapeva bene l’autore dell’attentato di Brindisi che è andato a colpire il cuore della democrazia: una scuola. Il due Giugno è un simbolo, una svolta storica, il compimento del cammino cominciato il 25 Aprile. Ci indigneremmo tutti se proponessero di abolire il 25 Aprile, lo stesso atteggiamento va, a mio parere, mantenuto per il due Giugno.

Per lo stesso motivo, l’ennesima tediosa, stucchevole e cretina sparata di Grillo riguardo il vilipendio al capo dello stato va rispedita al mittente. Capisco che per chi utilizza il turpiloquio per veicolare le proprie idee, doverlo limitare rappresenta un problema, ma il Capo dello stato è una figura che simboleggia l’essenza degli italiani, che dovrebbe rappresentarne le virtù migliori, che richiama all’ordine quando la rissa nell’agone politico si fa troppo accesa e  che nei momenti di crisi è chiamato a mantenere l’unità e la coesione del popolo. Concetti difficile da comprendere per un comico accecato da un delirio di onnipotenza ingiustificato ma che rendono il vilipendio un reato giustamente punito. Il capo dello stato rappresenta tutti noi e tutti noi, spero, abbiamo rispetto di noi stessi.

Il calcio, al di là delle facili ironie, è un fenomeno sociologico importante sotto vari aspetti. Uno stadio non può essere semplicemente considerato un’arena dove una folla di energumeni urlanti sfoga la propria frustrazione e sublima (a volte non sublima ma pratica) la violenza. E’ molto di più ed è molto più importante di quanto si creda. I simboli durante una partita di pallone, le sublimazioni psicologiche, gli archetipi in gioco sono numerosi e complessi. Il calcio è una cosa seria. Quello che stanno facendo al calcio è ignobile ma era inevitabile che accadesse. La radice del male è Berlusconi, il primo a pagare ingaggi faraonici, il primo a usare il Milan come trampolino di calcio per la politica, il primo ad introdurre nel mondo del calcio italiano l’esagerazione, la pacchianeria, la volgarità innata, il giocare a carte truccate, che ha introdotto in tutti gli ambiti in cui ha operato. Gli altri lo hanno seguito a ruota. Per la prima volta sono d’accordo con Monti: chiudere i campionati per due anni, abbassare gli ingaggi, ripulire il carrozzone e far tornare il calcio uno sport, sarebbe l’unica cosa da fare. Gli inglesi l’hanno fatto, gli americani, con l’NBA anche. Ma non lo faranno mai. Troppi soldi, troppi interessi, troppi cialtroni, troppe mezze calzette a dirigere lo sport nazionale, troppi ladri.

E’ la storia attuale, tristissima di un paese che impedisce anche a un ragazzo di sognare, tirando calci a un pallone, di poter un giorno sentire dietro le spalle una folla gridare il suo nome. Sognare di vincere uno scudetto o di passare un play off o di alzare una coppa, sognare che la squadra del cuore ci riesca con le proprie forze, perché migliore, perché ci mette il cuore, è forse un sogno infantile, puerile, da poco, ma non è giusto  sporcare e rubarci  i sogni, anche se sono da poco.

Quanto a quelli, che snobbano il calcio e che in questi giorni si sono profusi in articoli ironici, supponenti, in commenti che sottintendevano una evidente superiorità sulla tribù dei tifosi, in sadici e compiacenti necrologi sul pallone, dò un consiglio: ignoratelo, non guardatelo, fate dell’altro, ma non rompete le palle a chi, una volta alla settimana, vuole dimenticare per novanta minuti il mare di merda in cui navighiamo quotidianamente.

Categorie:Attualità

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