A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola al tempo della crisi


Vengo da un interessante e vivo confronto con i miei colleghi durante il quale si è discusso di cosa significa fare scuola oggi e quali sono le strategie più efficaci per contenere il disagio scolastico, male sconosciuto di cui nessuno parla, tanto meno il ministro della pubblica istruzione che sembra invece intenzionato a continuare l’opera di costruire una scuola che non esiste e non esisterà mai nel nostro paese (per fortuna).

Che in piena crisi economica, quando a scuola si moltiplicano i figli con genitori licenziati o in cassa integrazione, il razzismo torna a serpeggiare come un nemico silenzioso e venefico,e le casse delle scuole sono sempre più vuote, il ministro si ostini a proporre un modello scolastico da Mulino bianco, dove i meritevoli riceveranno una elemosina per continuare la loro marcia verso il successo e quelli meno bravi si rimboccheranno le maniche in scuole professionali inesistenti dove apprenderanno un mestiere che gli darà lavoro immediatamente,dove non esistono droghe leggere o pesanti e alcolici assunti da percentuali impressionanti di adolescenti, dove non c’è dispersione scolastica o disagio e l’unico bau bau da agitare è quello del bullismo, fenomeno assolutamente marginale nel nostro paese, dove le adolescenti non rimangono incinta precocemente e non c’è devianza, la dice lunga sullo scollamento traumatico dalla realtà e dalla vita vera che caratterizza ormai la politica italiana.

Non che la politica scolastica sia mai stata illuminata, ma almeno prima aveva un senso e non infieriva sui più deboli, non si toglieva il sostegno ai caratteriali e ai disabili, violandone di fatto il diritto allo studio, non si proponeva di umiliare la classe docente con la bandiera del merito, altra elemosina che, ne siamo certi, toccherà ai bravi servi e ai bravi soldatini come sempre accade in questo sciaguratissimo paese. Per anni la scuola italiana è stato un modello, imitato e invidiato in tutta Europa.  Poi sono cominciati i tagli dissennati, le riforme senza capo né coda, e oggi siamo ai proclami e alle operazioni di facciata, prive di senso e di sostanza.

Parlare con colleghi che hanno idee e propongono soluzioni diverse ai problemi di sempre, colleghi che hanno a cuore i ragazzi e il loro futuro, che hanno passato un pomeriggio, ore del loro tempo, per discutere sul modo di migliorare la qualità dell’insegnamento, e concludere che nessuno ci darà una mano, né i servizi sociali, ormai ridotti al lumicino, né il prossimo dirigente spaventato della propria ombra e preoccupato solo di non incorrere in qualche assurda sanzione burocratica, né lo stato, che studia con pazienza certosina quali ulteriori tagli potrebbe fare e considera con interesse l’accanimento terapeutico della Fornero contro gli statali, caso tipico di intellettuale rubata all’agricoltura, è, a un tempo, deprimente e consolante.

Il perché del deprimente lo potete intuire da soli, è stato consolante perché in questi momenti ti rendi conto di non essere solo ma di avere a fianco colleghi, amici, che combattono quotidianamente la tua stessa battaglia, non importa se pensandola in modo diverso da te, anzi meglio: perché dal confronto nascono le idee nuove, dal parlarsi francamente faccia a faccia, animatamente, incazzandosi, perché no, nasce la stima reciproca e la consapevolezza che comunque si naviga tutti, in quella bagnarola piena di buchi che è la scuola, verso lo stesso obiettivo, un obiettivo che non è egoistico, autoreferenziale, edonistico ma rivolto all’altro, ai ragazzi, al futuro. Si naviga tutti, beninteso, in direzione ostinata e contraria, sempre controcorrente, bersagliati da tutti, messi alla berlina, umiliati e offesi, eppure ancora lì a remare.

Torni a casa e per un momenti ti senti orgoglioso del tuo lavoro e capisci che non lo cambieresti con nessun altro e che lavorare in quella scuola, all’inizio di una delle vie più inquinate d’Italia, in uno dei quartieri più depressi di Genova, è un privilegio raro, nonostante l’allarme che suona in continuazione senza motivo, l’intonaco che ogni tanto cade dai soffitti, i computer antidiluviani e la connessione internet che non c’è, l’inchiostro per la stampante che non c’é, i detersivi che non ci sono, la carta che non c’è, ecc. e lavorare con quei colleghi, che a volte mandi a quel paese e con cui parli, scherzi, condividi una buona parte della tua quotidianità, è un altro privilegio, perché gli insegnanti che amano il proprio lavoro, che pensano a chi hanno davanti e si mettono in gioco ogni giorno per entrare in relazione con lui, per trovare quel punto di contatto che è la chiave di volta di ogni esperienza formativa, sono una razza rara. Nella mia scuola ho la fortuna di conoscerne molti. Perché una scuola così o la odi, la vivi con sofferenza e poi vai via, o la ami e non ti disinnamori più.

Poi apri il computer, leggi le ultime del ministro dell’istruzione, e già ti senti un pò meno fortunato. Perché domani davanti avrai di nuovo davanti a te i figli dei licenziati, quelli degli stranieri che hanno solo la mamma e a volte chissà, quelli che sai già che fine faranno e preghi di non trovarli sul giornale uno di questi giorni, quelli che li strozzeresti ma poi ti fanno pena, ecc.ecc. e dovresti dire loro, in tutta sincerità, che al signor ministro, ai funzionari regionali, al provveditorato, a tutta la catena folle della burocrazia scolastica, di loro non frega niente,  che sono un peso per lo stato, sia che vengano promossi e ancora di più se verranno bocciati, che sarebbe molto meglio se da subito pensassero a rilanciare l’economia con un pò di sano e vecchio lavoro nero minorile, basta che non si sappia in giro, che ogni taglio fatto suoi tuoi colleghi, sulla scuola, è un taglio ai loro diritti. Ma li guardi, mentre loro fanno di tutto per non farsi notare, temendo un’interrogazione a sorpresa,  ti siedi in cattedra, apri il registro e fai quello che fai ogni giorno, perché qualcuno deve pur applicare un pò di democrazia reale in questo paese e perché lo sai fare e ti piace. E se anche uno solo di quei ragazzi, grazie al lavoro invisibile di tutti i suoi insegnanti, dalle materne all’università, riuscirà domani a svolgere onestamente un lavoro che sa fare e che gli piace, vuol dire che tutti i suoi insegnanti avranno fatto un buon lavoro, nonostante il ministro, la regione, la direzione didattica, ecc. E questa è l’unica cosa che conta.

Categorie:La scuola

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