A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Giustizia è fatta?


Due sentenze a loro modo storiche che illuminano definitivamente zone d’ombra rimaste colpevolmente oscure per anni. In Argentina il generale Videla condannato a cinquant’anni per la sottrazione dei figli dei desaparecidos, in Italia confermate le condanne ai poliziotti che parteciparono ai pestaggi del G8.

Due eventi storici di portata differente, certo, ma che riguardano entrambe i diritti civili, parola di cui troppo spesso in Europa ci riempiamo la bocca quando guardiamo all’estero, dimenticandoci  casa nostra.

Nessuna sentenza potrà mai risarcire le madri di Plaza de Mayo dal dolore per la perdita dei propri cari e dallo strazio per il rapimento dei loro bambini, come nessuna sentenza potrà risarcire quei bambini derubati dell’amore dei loro genitori, affidati a ufficiali dell’esercito per essere indottrinati e condizionati, per diventare perfetti servitori di una dittatura allucinante e folle come tutte le dittature, tuttavia, dopo venticinque anni dalla caduta di Videla, in parte giustizia è stata fatta.

In parte perché nessuno porterà mai sul banco degli imputati il governo degli Stati Uniti d’America che appoggiò la dittatura di Videla, né  gli agenti della Cia che addestrarono i torturatori di Videla, né le multinazionali che si arricchirono grazie a quella dittatura, né gli economisti che la appoggiarono per favorire quelle multinazionali. La storia delle dittature latino americane è il lato oscuro del capitalismo, la prova evidente del fallimento di un sistema che pone l’uomo in secondo piano rispetto al profitto, che non ha scrupoli  né risponde a vincoli etici o morali, che stermina e violenta in nome dell’utile. Questo è il sistema in cui viviamo e decisamente no, non è’ il miglior sistema possibile.

Quanto ai fatti di Genova, molto ho scritto in passato.  Mancano, in questa sentenza, le responsabilità politiche, manca l’estromissione dai pubblici uffici di chi promosse quelli che ordinarono di pestare, torturare, infierire. Manca un reato di tortura che permetta di punire adeguatamente chi a Bolzaneto sfogò le proprie frustrazioni di fallito su ragazzi e ragazze inermi, una mancanza enorme in un paese che si considera democratico, una mancanza dovuta a motivazioni esclusivamente politiche.

Quest’ultima sentenza sancisce definitivamente quanto abbiamo sempre saputo: a Genova alcuni poliziotti commisero atti incompatibili con la divisa che indossavano, infierirono in modo ingiustificato su ragazzi inermi, torturarono, ci fu una sola vittima, e sul colpevole pesano molti dubbi mai chiariti, ci fu una sola vittima solo per caso.

Chi guidò quella follia oggi siede in un alto ufficio del governo, chi gli ordinò quella follia, promuovendo, coprendo, insabbiando, ha governato questo paese per quindici anni e vorrebbe portare a termine lo scempio così ben avviato, non è mai stato processato né inquisito.

Genova ha rappresentato una frattura profonda nel tessuto connettivo della democrazia nel nostro paese, un vulnus senza precedenti che ha compromesso il necessario rapporto di fiducia tra le forze dell’ordine e i cittadini, lo sdoganamento di atti e comportamenti incompatibili con la democrazia.

Non basta una sentenza a fare luce, a chiarire, a mettere la parola fine a una vicenda talmente grave da rappresentare, a mio avviso, il più grave attentato alle libertà democratiche dal dopoguerra a oggi.  Non basta ai cittadini, non basta alla stragrande maggioranza dei poliziotti onesti, non basta alle persone pestate e torturate durante una manifestazione in cui chiedevano un mondo migliore. Giustizia dunque è stata fatta? Solo in parte, solo per una piccola parte.

Categorie:Attualità

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