A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La tempesta di Dylan


Se il potere avesse una testa pensante, per fortuna non ce l’ha, per prima cosa cancellerebbe la poesia. I poeti maneggiano sostanze pericolose, vita, morte, salvezza, dannazione, trafficano con angeli e demoni, officiano riti iniziatici per adepti disposti a giocarsi l’anima, guardano lontano e quasi mai vedono sereno. I poeti sono eretici, blasfemi, eversori, anarchici. I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo, come ha detto Shelley.

Tempest è il titolo del lavoro con cui Bob Dylan è tornato  ustionarci con le sue liriche urticanti, sputate con una voce che sa di sabbia del deserto, arrochita dal tempo e dalla saggezza. E’ un capolavoro, con sei, sette canzoni che appartengono al miglior Dylan e che sono meglio di tutto quello che si ascolta in giro da anni.

Duquesne whistle è l’inizio del disco, divertito e divertente, con un testo ambiguo che sembra parlare di tutto e di niente. Suono jazzato, anni trenta, con la band che segue il capo imitando l’incedere del treno.

Soon after midnight è una ballata delicata, stile anni 50, da ballare stretti in una sala semibuia, stile happy days. Un inizio divertito, leggero, ma già con il pezzo seguente di dà fuoco alle polveri.

Con Narrow way il gioco si fa duro. Un testo acido e cattivo cantato su un bluesaccio che sembra preso di pari passo dai primi dischi elettrici. Evoca sudore, sabbia tra i denti, sapore di frontiera e odore di violenza. La strada è dura e solo i duri e i disperati riescono a percorrerla fino in fondo.

Long and wasted years è il primo capolavoro dell’album: una ballad sontuosa, cantata benissimo, sapore di nostalgia, dell’incedere del tempo, anticipo dell’oscurità. Nessuno come Bob sa scendere nella parte oscura dell’anima e provare a esprimere l’indicibile. Impudico e sfrontato come tutti i poeti, dolce come il miele e amaro come il sale.

Pay in blood è un rock moderno, cattivo e acido, dove Dylan sputa parole che taglianocome lame infuocate. Un pezzo cattivo, impreziosito da un riff originale. Sa di Rolling stones, che a Dylan dovrebbero fare un monumento, perché è stato lui a inventare quel suono sporco che li ha resi famosi.

Scarlet town è un altro pezzo del miglior Dylan. Puoi sentire l’odore dei saloon e delle donne perdute, mentre un boscaiolo spacca la legna e nell’ombra occhi crudeli scrutano per preparasi ad agire. L’eco è quello dei Basement tapes, i tesori nascosti composti da Dylan e dalla Band durante i suoi sette anni di ritiro dal mondo. Musica ancestrale che scende dalle montagne del nord come un ruscello di acqua fresca. Scarlet Town è la capitale di quella Repubblica invisibile cui Greil Marcus ha dedicato uno splendido libro: l’America nascosta tra le montagne, nei villaggi di frontiera, polverosa e violenta, dove la vita e la morte valgono un dollaro bucato, l’amore è spesso velenoso e il tempo è fermo da sempre.

Early roman kings è un altro bluesaccio alla Muddy Waters, cattivo, dove Bob legge il nostro tempo e lo sputa via. Parla di tribunali siciliani e cita Al Pacino, un testo delirante e irruento sul crollo dell’impero.

Tin Angel è sublime. Una murder ballad che parla di amore e morte, un ritmo ipnotico e dark, la voce potrebbe essere quella Dylan Thomas o William Blake, questa è la canzone che Nick Cave avrebbe voluto scrivere per poi smettere. Uno di quei pezzi che ti entrano nell’anima e ti fanno stare male per la bellezza che riescono a trarre dal torbido.

Tempest, quarantacinque strofe e quattordici minuti di poesia pura, sull’onda di una ballata irlandese che sa di scotch e marinai ubriachi, di puttane sfiancate e liquore che buca lo stomaco. La tragedia del Titanic è il pretesto per dirci che nel baratro ci siamo da tempo, che l’iceberg si è sciolto ma noi siamo ancora lì, sul fondo, in attesa della salvezza o della dannazione eterna.

Roll on John. Se c’è un paradiso, John Lennon si sta rollando una canna e sorride ascoltando questo omaggio commosso e commovente del vecchio amico Bob. La citazione di Generale di De Gregori è chiara e, conoscendo Dylan, voluta.

Un disco che lascia senza parole per quanto è ricco, vario, vivo. Un artista che a settantuno anni ha ancora da dire molto più di tanti che meglio farebbero a tacere.

Il re è tornato e, ancora una volta, ci ha messo a nudo. 

Categorie:Arte e spettacolo

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2 risposte

  1. la citazione di generale e la ripresa del tema del Titanic 30 anni dopo. De Gregori lo buttò fuori nel 1982.

    mmmmmmmmmm con tutto il bene che voglio al De Gre, non credo dai. mi sembra un azzardo.

    Mi piace

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