A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Gocce di bellezza


E’ una strana stagione per il rock questa, vecchi leoni mai domi sfoderano le unghie e lanciano ruggiti possenti mentre l’altro versante, quello giovanile, è caratterizzato da una calma piatta quasi che la creatività non possa più svilupparsi in questo mondo commercializzato e commercializzabile.

Istruzioni per l’uso: fate attenzione ad ascoltare la musica che vi proporrò in questo articolo mentre siete in viaggio, sull’autobus o in treno: potreste provare l’irresistibile impulso di non scendere alla vostra fermata ma di continuare, spinti dal desiderio che quelle note continuino a fare da colonna sonora alla vostra vita ancora per un pò.

Di “Tempest” di Bob Dylan ho già parlato: mi viene da sorridere quando leggo in alcune recensioni che “a parte cinque sei pezzi, non mi convince”. Sfido chiunque a trovare in un nuovo album, di questi tempi, cinque o sei canzoni di valore assoluto, di quelle che arrivano dritte al cuore e allo stomaco, taglienti come sassi aguzzi e liberatorie come acqua fresca.

A Dylan sono legati  gli altri due artisti di cui voglio parlare, per antica amicizia, per collaborazioni ripetute nel tempo e per affinità elettive. Mark Knopfler con “Privateering” ha ritrovato la magia che rese famosi i Dire Straits. Abbandonato il romantic rock degli anni ottanta, torna alle radici, al blues, al country, alla musica popolare irlandese, regalandoci un disco intimista, venato di malinconia e capace di regalare sprazzi di pura gioia. Con la sua voce sommessa, tra Celentano e un Dylan giovane, con la chitarra che intreccia melodie di una dolcezza quasi insopportabile, Knopfler, sommessamente, incide uno dei suoi dischi più belli, assolutamente fuori dal tempo e dalle mode, quindi senza tempo. I testi parlano della sua vita da zingaro, senza l’ironia feroce di Dylan ma con la stessa forte percezione di non appartenere a questo mondo, di essere reduce da una guerra perduta. Musica per l’anima e per il cuore, difficile spegnere l’ipod anche se l’autobus è arrivato e devi andare al lavoro.

Elegante, in bilico tra soul, blues e jazz, con una vocalità esplosiva che non ha perso un briciolo di energia dai tempi della gioventù e dei Them, quando con Listen to the Lion e Gloria faceva saltare in piedi il pubblico impazzito. Van Morrison con “Born to sing. No Plan B” ci regala un disco di classe cristallina, equilibrato e perfetto. Si è divertito molto il vecchio Van the man a inciderlo e si sente, la gioia della musica permea i solchi e l’ascoltatore torna all’età del jazz, in sale fumose e affollate, tra dark lady e tipi loschi pronti a scatenare la rissa per un’occhiata. Splendidamente suonato, splendidamente cantato, splendidamente fuori da ogni logica commerciale.

Questi tre dischi riconciliano con il rock e sono lontani anni luce dalle operazioni commerciali come il penoso ritorno di uno Springsteen che ormai ha qualcosa da dire solo perché giornalisti che non sanno cos’è e cos’è stato il rock si ostinano a celebrarne ogni ritorno, sempre più fiacco, sempre più privo di idee, sempre più ripetitivo alla ricerca del working class hero che è stato e non potrà essere mai più.

Il fatto che siano stati più o meno ignorati dalla stampa o clamorosamente travisati, non può che deporre a favore di questi lavori, che riconciliano col rock e mostrano che no, non è ancora morto, nonostante le nenie dei Coldplay e le crisi isteriche di post punk che non comprendono che cosa è stato il punk.

Libero e irredento, come l’Irlanda a cui guardano Dylan e Knopfler (Van Morrisono irlandese lo è), il rock dimostra di essere ancora un veicolo potente, poesia incandescente e liquida per la nostra anima. Di questi tempi, ce n’è bisogno.

Categorie:Arte e spettacolo

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