A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Gli insegnanti meritano rispetto


Il lavoro di un insegnante non si esaurisce nel tempo scuola ma continua a casa, giorno dopo giorno. Se poi l’insegnante, come il sottoscritto, è sposato con un’altra insegnante della stessa materia, il confronto, lo stimolo a migliorarsi è costante, incomprensibile per chi non chiede altro che di non portarsi il lavoro a casa.

MI riferisco solo incidentalmente alla correzione dei compiti e alla preparazione delle verifiche, quella è la parte meno nobile, necessaria,più tediosa e antipatica del lavoro, insieme al fiume di carte inutili da compilare quotidianamente. Penso invece alle storie dei ragazzi e delle ragazze che ci portiamo dentro, ai piccoli e grandi drammi, ai problemi risolvibili e a quelli irrisolvibili per cui vorresti comunque fare qualcosa.

Storie che non ti lasciano,che  a volte diventano ossessioni, altre volte ti tolgono il sonno. Una ricerca continua di soluzioni, strategie, aggiustamenti di rotta che ti logora, una frustrazione costante di fronte allo schifo del mondo che cerchi di tenere lontano dalle loro vite nello spazio del tempo che vivono a scuola e che invece li assale, nonostante tutto. A volte, il nostro, diventa un lavoro durissimo.

Perché noi lavoriamo con i bambini e i ragazzi, materia fragile, della stessa sostanza dei sogni e, come i sogni, facile a frantumarsi, a traumatizzarsi a contatto con la realtà. Noi prospettiamo un futuro migliore di quello che avranno, portiamo avanti valori come il lavoro, lo studio, il rispetto di sé sapendo che fuori dal cancello della scuola è tutta un’altra storia: lì impera l’egoismo e il vuoto, il razzismo, l’indifferenza, la violenza. Noi cerchiamo di farli crescere senza barriere, confidando negli altri, cerchiamo di insegnare la solidarietà, di far capire loro che la diversità è sempre un valore che ci pone davanti un problema non per giudicare, ma per crescere. Noi mentiamo sapendo di mentire e quella menzogna, la fede ostinata in quella menzogna, è l’onore della nostra professione.

Le storie ti entrano dentro a tal punto che ti chiedi se, ogni volta che ti siedi in cattedra e parli loro di un sapere antico e nuovo a un tempo, fai davvero qualcosa di utile se non dovresti, piuttosto, insegnare l’arte della furbizia e della doppiezza, l’abilità a vendersi e offrirsi al miglior offerente. Nella risposta a questa domanda, nella negazione assoluta di qualunque compromesso con le mode del momento, con il pensiero liquido, con il relativismo morale, sta l’onore della nostra professione.

Ci sono poi le famiglie, a volte assenti, a volte troppo presenti, a volte disponibili, a volte meno. Devi dosare le parole, trovare il tono giusto quando parli con i genitori, spesso tenerti dentro quello che pensi realmente, frenare la rabbia, sempre col timore che una parola di troppo possa provocare problemi al ragazzo. Per non parlare di quando entrano in gioco i centri sociali, che non ti ascoltano o ti ascoltano poco, che si trincerano dietro il feticcio della legge, coperta buona per coprire ogni porcheria.  In questo continuo dialogare, nel confronto, nel conflitto superato per trovare una soluzione che vada sempre a vantaggio dei ragazzi, nel nostro controllarci e moderarci anche quando vorremmo urlare di sdegno, sta l’onore della nostra professione.

Per tutto questo e altro ancora, gli insegnanti meritano rispetto. Alzare l’orario di lavoro di sei ore settimanali significa non riconoscere tutto il lavoro sommerso, le ore passate sui libri per auto aggiornarti, le discussioni fuori orario con famiglie e psicologi, la costante ricerca di strategie didattiche nuove che funzionino meglio, lo stress e la frustrazione quando ti accorgi di non poter fare davvero nulla per aiutare un ragazzo che ti ha chiesto aiuto. Non è solo questione di soldi, nessuno di noi lavora solo per i soldi, è questione di dignità, rispetto di un ruolo e una professione necessari e fondamentali per il tessuto etico e morale di un nazione. E’ questione di onore, parola che per la politica non ha più alcun significato da troppo tempo.

L’arroganza fascista del ministro e del presidente del consiglio, il patto di stabilità osceno e non necessario firmato pochi mesi fa che si abbatte sulle spalle degli operai e dei pensionati, degli insegnanti adesso, è incompatibile con la democrazia, ingiustificabile con lo stato di emergenza provocato da ladri e furfanti  che questo governo tutela, a cui si guarda bene dal mettere le mani in tasca. L’arroganza fascista del ministro e del presidente del consiglio è nauseante, emana lo stesso odore del potere ottuso, colluso e spietato che riduce le persone a numeri da defalcare. L’arroganza fascista del ministro e del presidente del consiglio è ipocrita, ottusa e stupida, come ogni fascismo, come Io è sempre chi crede di avere la verità in tasca, in questo caso chi conosce benissimo la verità ma si guarda bene dal dirla.

Spero che la reazione della categoria, casomai questa oscenità, questa imperdonabile offesa alla nostra dignità dovesse passare, casomai il parlamento decidesse davvero di ridursi a una cavea di schiavi ottusi proni davanti a un uomo che ha evidentemente perso il senso della misura, sia durissima, dura come mai è stata in tempi recenti. Ma spero, soprattutto, che con noi scendano a gridare la loro rabbia le famiglie, che si uniscano compatte per sostenerci, quelle che ci rispettano e quelle che ci detestano, perché in ogni caso, qui non si parla solo del nostro futuro, ma di quello dei loro figli e di questo paese.

Categorie:La scuola

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