Pare che la ministra Fornero quando ha detto che i giovani italiani sono “choosy” schizzinosi, si riferisse al passato e non al presente. Almeno così risulta da uno dei blogger del Fatto quotidiano, uno di quei simpatici radical chic che mettono sempre un “ma” di fronte alle rivendicazioni di diritti sacrosanti, come quello dei giovani di non essere continuamente insultati, finendo per giustificare candidamente qualsiasi porcata.

Il giudizio sul ministro Fornero e sul suo operato non cambia di una virgola: qualcuno ha scritto su quello stesso blog (che ha migliaia di lettori, io invece pochi ma buoni) che il ministro non ha smantellato l’articolo diciotto: beh, lo spieghi ai lavoratori che hanno già perso il posto grazie al ministro e alla modifica dell’articolo.

Ma non voglio parlare direttamente della Fornero, quanto del valore dello studio. Quando si chiamano “schizzinosi” i laureati italiani si omette di segnalare che si tratta di giovani che hanno sacrificato parte della propria gioventù sui libri, spesso pesando sulle spalle della famiglia col carico di frustrazione che questo comporta. Studiare, studiare seriamente, intendo, non è una passeggiata, un’attività che ti lascia molto tempo libero, un lusso per figli di papà. Per molti giovani, come il sottoscritto a suo tempo, ha rappresentato l’unica opportunità per sfuggire al lavoro onorevole ma durissimo della fabbrica, opportunità perseguita con rabbia, determinazione e ostinazione, a prezzo di grossi sacrifici.

Un laureato è una risorsa per lo stato, non qualcuno da umiliare offrendogli lavori di basso livello a prezzi da fame. Il sottoscritto, che non era schizzinoso, per cinque anni dopo la laurea ha fatto i lavori più improbabili, mal pagati, spinto più che dalla necessità dalla volontà di contribuire ad alleviare il bilancio familiare dei genitori. Esperienza utile, che mi ha insegnato molte cose, non ultima quella di non lamentarmi del lavoro che faccio, perché c’è molto di peggio, e di avere il massimo rispetto per i precari, perché vivono da decenni la condizione che io ho vissuto per cinque anni. Esperienza comune a molti laureati la mia, che per anni sono rimasti fuori dal mercato di lavoro. Esperienza utile, ma necessaria? E’ lecito che tanti giovani con grandi potenzialità e tanto entusiasmo debbano rimanere per decenni ai margini del mercato del lavoro per entrarci già sfiancati, demotivati, disgustati, dimezzati nel loro potenziale? Su quali criteri si possono rinnovare le cose in questo paese, eliminare le caste, portare nuova linfa vitale in tutti i settori se si innalza di sei anni l’età pensionabile quando la disoccupazione giovanile è al 30%? Non l’ho alzata io l’età pensionabile, direi al blogger radical chic, o smentiamo che la Fornero abbia fatto anche quello?

Siamo passati in questo paese dal disprezzo per la cultura e lo studio a un governo di professori che forse avranno faticato anche duramente per arrivare dove sono e che invece di spianare la strada, renderla un pò più agevole a chi è destinato a prendere il loro posto, la rendono ancora più scoscesa, con un sadismo sprezzante degno di approfonditi studi psicologici.

Per diciotto anni il messaggio inviati ai giovani, in particolare alle giovani, è stato che se sei carina, spregiudicata e un pò troia non avrai problemi nella vita,specie se ti sai vendere bene, che lo studio non serve a nulla, che deve diventare merce a disposizione dell’utenza (ricordate la Moratti?), che gli intellettuali sono brutti (Brunetta), che gli insegnanti plagiano i ragazzi insegnando valori contrari a quelli delle famiglie (Berlusconi). 

Adesso dicono ai nostri figli che devono dedicarsi ad attività manuali (Fornero), che la meritocrazia è la ricetta che metterà ogni cosa al suo posto, che la scuola deve tornare ad essere classista ed elitaria, non più una palestra di pari opportunità, l’unico luogo in cui si è tutti uguali e se resti indietro troverai qualcuno che ti porge una mano.

E il valore formativo dello studio? E l’importanza di tramandare il sapere? La cultura di una nazione, l’humus su cui si nutre la linfa vitale di un popolo, sono il pensiero, la letteratura, l’arte, il sapere tecnico e pratico che questo popolo ha prodotto. Studiare significa dedicarsi a conoscere il passato per costruire il futuro. Agli studenti  dovremmo essere tutti grati perché se questo paese ha una speranza, è riposta in loro. Invece di migliorare la scuola a tutti i livelli, di preparare la classe dirigente che verrà su basi diverse da quelle attuali, di migliorare le scuole tecniche e professionali per preparare manodopera specializzata in una società che richiede competenze sempre più alte dove vige una concorrenza spietata a tutti i livelli, si insultano i ragazzi, gli si dà ora dei mammoni, ora degli schizzinosi, li si tratta come bambini capricciosi che non vogliono rimboccarsi le maniche con quello stacco netto dalla realtà che ormai è il tratto distintivo della politica italiana.

Davanti alla mia cattedra di ragazzi e ragazze cominciano a esserne passati tanti. Li incontro a volte i miei vecchi studenti e in tutti, quelli che hanno proseguito gli studi e quelli che hanno trovato un lavoro, oltre che un rispetto per la mia persona che considero l’unica gratifica reale del mio lavoro, riscontro buona volontà e frustrazione, la voglia di andare avanti, di migliorarsi, il desiderio di stabilità e la rabbia per un società che si limita a sfruttarli. Tutti hanno capacità e potenzialità, tutti sono delle brave persone: se le loro potenzialità, la loro voglia di fare andranno perse, avremo perso qualcosa tutti noi.

Chi sceglie la strada dello studio merita un rispetto e una considerazione diversi, i giovani meritano una considerazione diversa. Se c’è una cosa che ho imparato nel mio lavoro, è che sono l’unica parte sana della nostra società.

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