A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

Scuola? No Grazie


Sono giorni intensi per gli insegnanti e per tutti gli attori del mondo della scuola. Intensissimi e nervosi per chi, come chi scrive, svolge attività sindacale e cerca di convincere, stimolare, placare e guidare una protesta che monta con la solita confusione, soggetta a strumentalizzazioni e ideologizzazioni di rito, sempre in bilico tra disperazione, senso d’impotenza e voglia di fare.

Stamattina, durante una accesa assemblea sindacale molto frequentata, una collega ha detto che la scuola funziona e ogni mattina si compie un miracolo insegnando e formando migliaia di studenti. Non sono d’accordo, per niente. La scuola non funziona, lo dimostra la dispersione, a livelli molto, troppo alti anche al nord, lo dimostrano i livelli di apprendimento scadenti, provate a leggere il tema di uno studente universitario medio, lo dimostra una conflittualità con le famiglie in aumento, dovuta al fatto che la scuola non gode più della considerazione di un tempo,lo dimostra il disagio giovanile in aumento, lo dimostra l’innegabile verità che la scuola non è più quell’ascensore sociale che avrebbe dovuto azzerare le differenze tra ricchi e poveri e offrire a tutti pari opportunità.

Le colpe di questo stato di cose sono di tutti: di uno stato che ha, quasi da sempre, considerato la scuola un capitolo di spesa e non un investimento a lungo termine, di una classe docente poco disposta ad aggiornarsi, quasi per nulla disposta a mettersi in discussione, spesso incapace di afferrare i cambiamenti avvenuti nella società e nei ragazzi in questi ultimi decenni.

O si parte da qui, dall’innegabile dato di fatto che oggi la scuola non va e che gli attori che la costituiscono devono mettersi d’accordo per far ripartire il motore, oppure, se anche si vincessero alcune battaglie, presto o tardi la guerra che abbiamo dichiarato allo stato per il riconoscimento della nostra dignità di insegnanti sarà irrimediabilmente persa.

Negli ultimi dieci anni la scuola ha dato allo stato italiano otto miliardi di euro in virtù di un esercizio di macelleria sociale senza precedenti. In assoluto, i docenti sono la categoria che più ha pagato in termini di tagli di posto di lavoro e di mancato adeguamento retributivo. Tutto questo è avvenuto nell’indifferenza generale, anzi no, è avvenuto sotto lo sguardo compiaciuto di una parte dell’opinione pubblica che ha sempre considerato gli insegnanti una categoria di privilegiati.

Nel frattempo le classi sono aumentate di numero, i ragazzi arrivano a scuola con problemi sempre più complessi, seri, difficili da gestire. La formazione è un lusso o qualcosa da fare in totale autonomia per cui non esistono bonus né sgravi fiscali sull’acquisto di libri di testo, materiale informatico, le ore di sostegno diminuiscono, ecc.

La reazione di queste ore degli enti locali ai tagli decisi dal governo, la minaccia di tagliare i riscaldamenti alle scuole e di aumentare i giorni di vacanza, è l’ignobile e isterica reazione di una casta di mediocri burocrati che si vede mancare la terra sotto i piedi ma è anche indicativa della totale mancanza di rispetto in primo luogo, verso i ragazzi e le loro famiglie, che hanno diritto di usufruire di un servizio garantito dalla Costituzione, in secondo luogo, verso gli attori della scuola, che quel servizio lo forniscono. Una affermazione indecorosa di arroganza e indifferenza che meriterebbe di essere sanzionata illegalmente.

Ma un altro dato di fatto, un’altra verità che la classe docente deve assimilare, è questa: non possiamo continuare a dire di no a tutto. Inutile, ad esempio, pretendere l’adeguamento degli stipendi all’Europa se si rifiuta la valutazione, che in Europa è uno dei meccanismi di scatto degli stipendi. Il salto culturale da fare è quello di considerare la valutazione una tutela del nostro lavoro, non uno strumento vessatorio. Sui modi, sui criteri e su tutto quello che la riguarda, si può e si deve discutere a fondo, ma non la si può più rifiutare a priori come vorrebbe una parte della categoria.

Non si può neanche procrastinare più a lungo un aggiornamento della didattica: la lezione frontale è morta, non è più un metodo accettabile, i ragazzi di oggi non sono più in grado di sopportarla. E’ tempo che gli insegnanti lavorino insieme, in modo trasversale e multidisciplinare, ma veramente, non solo sulla carta. Dobbiamo uscire tutti dai nostri comodi orticelli e pensare a dissodare un terreno comune. Dobbiamo comprendere che ad esempio l’informatica è una competenza che deve appartenere a tutti noi, che i corsi di aggiornamento sono un diritto da richiedere con forza e non una perdita di tempo, che il tempo scuola non è un tabù a patto che un suo eventuale aumento, che in realtà vuole solo il governo,  vada a vantaggio di tutti, docenti e studenti e venga adeguatamente retribuito, che il precariato è una risorsa importante e, almeno in minima parte, fisiologicamente necessaria per il funzionamento della scuola, che le guerre tra poveri fanno il gioco del potere.

La partita che si gioca in questi giorni è’ importante, per noi e per tutti i lavoratori italiani: l’effetto domino di un aumento dell’orario di lavoro che fa a pezzi il contratto nazionale, sarebbe devastante per tutti. Ma vincere questa partita e non capire che comunque le cose vanno cambiate, far finta che la scuola vada bene così, rifiutare qualsiasi tentativo di riforma a priori, sarebbe il segno di un’ottusità colpevole imperdonabile, imperdonabile soprattutto perché si ripercuoterebbe sui ragazzi, sul futuro di questo paese.

I sindacati hanno un ruolo cruciale a cui non possono derogare. Un’unità sindacale mirata solo a ottenere un risultato immediato rappresenterebbe  una vittoria di Pirro. O si torna confederali sempre, senza se e senza ma, oppure ognuno vada per la propria strada e si assuma le proprie responsabilità di fronte ai lavoratori. Ma se le assuma veramente senza trincerarsi dietro una demagogia francamente nauseante.

Ci sono esperimenti interessanti in atto in alcune regioni italiane, stimoli, idee, che guardano all’Europa e al mondo. Questo è un paese vecchio con una scuola vecchia, nata da compromessi ideologici, fondata su idee nobili ma che vanno rinnovate, aggiornate, riscritte. Altrimenti, se non lo fa questo governo, sarà il prossimo o l’altro ancora a fare terra bruciata della scuola. E sarà inutile, a quel punto, chiedersi di chi è stata la colpa.

Categorie:Attualità, La scuola

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