A ciascuno il suo

Dell'attualità, della memoria e di altre amenità

La scuola della Costituzione è un mito


Faccio una premessa doverosa: sono contrario allo sciopero del 14 perché lo considero una mossa strategicamente sbagliata: arriva troppo presto, si perderà nel mare di una più che legittima contestazione globale alle politiche europee e non avrà nessuna visibilità. E’ uno sciopero demagogico, proclamato unilateralmente, che si propone di cavalcare la protesta legittima che sta nascendo nel mondo della scuola, dando l’impressione di “fare qualcosa”.

Seconda premessa: le assemblee autoconvocate non mi convincevano vent’anni fa, quando vi partecipavo durante l’occupazione dell’università e mi convincono ancora meno oggi: sono uno strumento vecchio, che non ha mai portato alcun risultato. Un esercizio di masturbazione mentale per rivoluzionari da salotto. Una protesta, per sperare di ottenere risultati, deve essere coordinata, legalmente coperta e puntare a uno, due obiettivi massimo, non alla rivoluzione. Chi può guidare la protesta oggi, sperando di ottenere qualche risultato, è solo il sindacato. Questo, ovviamente, a mio avviso.

Dopo essermi giocato le simpatie del 90% dei miei lettori, passo all’argomento che voglio affrontare. Una delle rivendicazioni dei Cobas e dei movimenti autogestiti è che la legge in discussione in commissione cultura, ex legge Aprea, che pochissimo ha a che fare con la famigerata Legge Aprea presentata ai tempi della Moratti,  metterebbe in discussione la scuola garantita dalla Costituzione.

Mi sento di rassicurarli: prima di tutto, non è vero: la legge Aprea è una legge sulla governance della scuola, che non apre ai privati, come erroneamente leggo in molte delibere di collegi docenti e assemblee, che non toglie rappresentanza alle componenti della scuola ma cerca, caso mai, un necessario riequilibrio, che non dà maggiore potere ai dirigenti: non sto a entrare nei particolari perché basta fare lo sforzo di andare a leggersi il testo on line. Capire cosa si contesta prima di contestarlo a priori, è esercizio utile e doveroso anche per un rivoluzionario da salotto.

Ma quello che mi preme più di sottolineare, è che la scuola della Costituzione, quella che dovrebbe garantire le pari opportunità a tutti, la scuola come ascensore sociale, non esiste più da decenni ed è questo il motivo per cui non solo non è lecito contestare ogni proposta di cambiamento ma sarebbe opportuno farla partire dalla base.

Le scuole di Milano, per fare un esempio, hanno dotazioni tecnologiche e strutture molto migliori rispetto a quelle di Genova: dunque, gli alunni lombardi avranno la possibilità di usufruire di una offerta formativa migliore, di assicurarsi una preparazione migliore di avere opportunità migliori in futuro. Con buona pace della scuola della Costituzione. Se poi andiamo al sud, la disparità aumenta in modo quasi grottesco: qualsiasi insegnante di un quartiere difficile di Torino, o di Genova, rivedrebbe radicalmente le proprie posizioni in fatto di lamentele se fosse costretto a lavorare a Scampia o allo Zen di Palermo. Con buona pace della scuola della Costituzione.

Le percentuali sulla dispersione scolastica parlano di due, tre Italie che vanno lentamente ma inesorabilmente avvicinandosi su cifre altissime I livelli di apprendimento dei nostri ragazzi sono bassi, sicuramente insufficienti rispetto a quell’Europa che abbiamo sempre tutti sulla bocca. Con buona pace della scuola della Costituzione.

Ma le differenze, grandi, visibili a occhi nudo, si ritrovano anche nell’ambito delle scuole di una stessa città: ci sono le scuole dove non si boccia mai, perché l’utenza non lo tollererebbe, quelle dove bisogna stare attenti anche a come si va vestiti, perché noblesse oblige, quelle sperimentali che si trasformano in scuole d’elite, quelle dei disgraziati, quelle degli stranieri, ecc. Con buona pace della scuola della Costituzione.

Qualcuno affermerebbe: nonostante questo, la scuola italiana va avanti. Non è vero: proprio per questo, per la disparità di risorse, di spazi, di possibilità, per un’offerta formativa insufficiente, non adeguata ai tempi in cui viviamo, per una classe docente poco propensa ad aggiornarsi, la scuola italiana non va avanti.

Continuando a difendere l’indifendibile, cioè questa scuola, finiremo per dare all’opinione pubblica l’impressione di essere una piccola, miserrima casta, arroccata sui propri privilegi e apriremo la strada al ministro di turno per l’ennesima operazione di macelleria.

La dispersione della protesta in questi giorni tumultuosi, le iniziative più o meno folcloristiche, spesso ai limiti del lecito, l’ennesima divisione sindacale, sono segni evidenti della debolezza di una classe di lavoratori, quella dei docenti, che si sveglia sempre troppo tardi e in modo disordinato, anarchico e scomposto. Quasi sempre inutilmente. Una classe di lavoratori che non conosce il contratto, che non si informa su quello che si muove attorno, poco sindacalizzata ma pronta ad attaccare chi cerca di tutelarli, a volte sbagliando, certo, quando invece arriva il momento di fare fronte comune.

Non stiamo dando una bella impressione a chi guarda da fuori, certi volantini presentano rivendicazioni francamente anacronistiche, esagerate ma, soprattutto, inutili. E’ un salto nel passato che non giova a nessuno.  O impariamo a guardare avanti, a essere propositivi e non costantemente oppositivi, a svegliarci prima che arrivi il temporale e a non urlare durante la tempesta  che nessuno ha portato gli ombrelli, oppure le nostre risulteranno solo urla nel silenzio. Con buona pace della scuola della Costituzione.

Categorie:Attualità, La scuola

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