Il double bind, doppio vincolo, è un concetto coniato dagli psicologi di Palo Alto, in California: si riferisce a quel particolare stato in cui si trovano ad esempio gli adolescenti di fronte a un genitore che da un lato si mostra come amorevole e affettuoso e dall’altro fortemente ostativo.

Il double bind è l’esatta situazione in cui si trova, al momento, il partito di Bersani: da un lato Monti gli offre la vittoria alle elezioni proponendo sé stesso come capo del governo in alternanza con Bersani, dall’altro lo obbliga, de facto, a seguire il percorso avviato un anno fa. Con una abilità politica che ha del diabolico, fa un proposta che non si può rifiutare.

Qualunque risposta dia Bersani, il Pd ha le mani legate: se dice no a Monti, sconfessa un anno di appoggio quasi incondizionato al governo e gli attestati di stima al premier ricevuti da tutte Europa, non solo, rischia di impantanarsi in una situazione di ingovernabilità dove a fare il bello e cattivo tempo saranno Berlusconi e Movimento 5s, opzioni quasi ugualmente disastrose per il paese. Se d’altronde accetta l’ennesimo compromesso storico, rischia di perdere parte del proprio elettorato e della propria dirigenza, dando il la all’ennesima diaspora e rischiando di ridare linfa vitale a un radicalismo ormai quasi estinto. D’Alema l’ha capito e infatti ha invitato il premier a non scendere in lizza.

Il problema è che il Pd è obbligato ad accettare l’offerta di Monti perché non ha una proposta alternativa. A parte vaghi propositi di maggiore equità sociale, le tesi di Ichino e i deliri sulla scuola di Mila Spicola, per citare due esponenti spesso sulle pagine dei giornali, non lasciano sperare nessun cambiamento di rotta rispetto alle acque sicure in cui ha navigato Monti. La colpa di questa situazione è di una sinistra che con la scusa di conquistare i voti dei centristi non è mai stata in grado di essere realmente alternativa, di proporre una visione diversa.

Non c’è alcun accenno nei propositi di Bersani di una svolta keynesiana nella guida del governo, svolta che sarebbe tanto più auspicabile in quanto la politica del controllo del debito si è rivelata fallimentare in tutta Europa e solo i banchieri e i guru della finanza fanno finta di non rendersene conto. Scalfari, oggi su Repubblica, fa il paragone con l’alleanza Moro- Berlinguer. Il paragone non regge, allora si trattava di un’emergenza sociale gravissima, che culminò col rapimento e l’omicidio del leader della Dc, non c’erano altre strade praticabili e vinse il senso dello Stato. Oggi le strade ci sono e i partiti si rifiutano ottusamente di prenderle anche solo in considerazione.

Dall’altra parte il nulla: il nano della scatola è sempre più delirante e in preda ad una difficoltosa accettazione della propria fine politica, mentre l’ex comico non ha in realtà nessun programma e somiglia sempre più alla lega prima maniera, tutta chiacchiere e distintivo ma sotto il vestito niente di buono.

Assisteremo dunque all’ennesimo compromesso storico? Ormai è quasi certo, data la palude in cui il Pd si è impatanato per l’inettitudine della propria classe dirigente. Per l’ennesima volta si troverà a perdere (anche se vince) elezioni già stravinte in partenza. A vincere, a mio parere, sarà l’astensionismo e a perdere, per l’ennesima volta, la democrazia.

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